martedì 15 settembre 2026

Cattedrale di ombre (monologo, versione ampliata)

Diciamocelo subito, con quella franchezza che i benpensanti scambiano per volgarità e che invece è solo l'unica forma di eleganza rimasta a chi non si accontenta più delle metafore rassicuranti con cui certa letteratura da salotto continua a intrattenere se stessa: il tempo non è un archivio di suoni, come si compiacerebbe di scrivere un poeta minore convinto che basti mettere in fila due sostantivi ben torniti, magari con l'aggettivo giusto piazzato a metà verso per far sembrare tutto meditato, per sfiorare il sublime, bensì un magazzino sudicio di omissioni, uno sgabuzzino dove ammucchiamo tutto ciò che non abbiamo avuto il fegato di dire e che poi, con la tracotanza tipica delle cose rimosse — tracotanza che nessuna psicoterapia, per quanto ben pagata, riesce mai del tutto a disinnescare — torna a reclamare i suoi diritti proprio quando meno lo si aspetta, magari mentre si sta cercando di infilare la chiave giusta in una serratura sbagliata, magari mentre si firma un contratto che non si è letto, magari mentre si sceglie tra due gusti di gelato con la gravità di chi sta decidendo il proprio destino. La memoria, quella vecchia mezzana bugiarda che si atteggia a testimone imparziale e invece manipola le prove con la disinvoltura di un avvocato di provincia, non tiene il conto dei minuti: tiene il conto delle parole, e lo tiene con la meticolosità rancorosa di un usuraio che sa che prima o poi ci presenteremo a saldare il debito, magari all'alba, magari nel momento più impresentabile, magari proprio mentre qualcuno ci chiede, con innocenza crudele, "tutto bene?".

Ogni frase pronunciata è un ponte, sissignore, ma anche un rischio calcolato da chi ha smesso di credere all'innocenza dei gesti linguistici, perché l'innocenza, diciamolo una volta per tutte senza girarci troppo attorno, è un lusso riservato a chi non ha ancora imparato a leggere le conseguenze delle proprie frasi: dire è già compromettersi, è già firmare una cambiale che qualcuno, prima o poi, presenterà all'incasso con gli interessi, e gli interessi in questo genere di operazioni sono sempre più alti di quanto si fosse disposti a pagare al momento della firma. Le frasi taciute, invece, non scavano abissi con la solennità tragica che piace tanto ai filosofi da salotto, quelli che citano se stessi con la stessa disinvoltura con cui altri citerebbero un classico: scavano più prosaicamente delle fogne, dove tutto ristagna, fermenta, produce gas, e produce quell'odore particolare che chiamiamo, per pudore quasi commovente, "rimpianto", quando in realtà è la più semplice, la più banale, la più democratica delle vigliaccherie. Ci muoviamo tra questi cunicoli come esploratori un po' ridicoli, con la torcia scarica e la pretesa intatta di sapere dove stiamo andando, con la mappa disegnata da noi stessi e quindi, inevitabilmente, sbagliata.

Si favoleggia che il tempo sia lineare: bella pensata, degna di chi non ha mai dovuto fare i conti con un lunedì mattina dopo una notte di parole non dette, di quelle notti in cui si resta svegli a comporre discorsi perfetti indirizzati a persone che il giorno dopo, con squisita ingratitudine, non riceveranno mai quei discorsi. Altri, più sofisticati, o forse solo più pigri, lo vogliono circolare, come le stagioni, come certe conversazioni familiari che tornano sempre sullo stesso punto morto — il nipote che non si è sposato, la casa al mare che andrebbe venduta, la salute di chi non c'è più e di cui è bene, dicono, non parlare troppo. Io dico che il tempo, misurato a parole, è semplicemente frammentario, sconnesso, pieno di buchi come un maglione che qualcuno ha indossato per troppi inverni senza mai decidersi a buttarlo, forse perché quel maglione, con tutti i suoi buchi, è l'unica cosa che ancora ricorda una forma familiare: e in quei buchi si vede la pelle nuda della nostra vigliaccheria, senza trucco, senza indulgenza, senza nemmeno la pietà di una luce soffusa.

Ci illudiamo, parlando, di dominare il tempo, di piegarlo alla nostra sintassi, come se il fatto di saper costruire un periodo ipotetico di terzo tipo ci desse anche il diritto di sospendere le leggi della fisica, o almeno quelle della biografia. Ma le parole dette evaporano con la stessa indifferenza chimica con cui evapora l'alcol da un bicchiere lasciato aperto sul comodino: c'è, poi non c'è più, e il vetro resta lì, vuoto, a testimoniare un piacere già consumato e già, in fondo, un po' dimenticato. I silenzi, quelli sì, restano: si attaccano addosso come certe abitudini che si giurava fossero temporanee — la sigaretta dopo cena, la telefonata rimandata, la lettera scritta e mai imbucata — e che invece diventano carattere, destino, biografia, la voce con cui, un giorno, ci presenteranno agli altri quando noi non ci saremo più a correggere il ritratto.

Il tempo, allora, non è una strada — lasciamo le strade ai romanzieri che hanno bisogno di metafore rassicuranti per portare avanti la trama, loro e i loro lettori che vogliono sapere come va a finire — ma una ragnatela, e noi ci siamo dentro non come vittime innocenti, con quell'aria da agnello sacrificale che tanto ci piace assumere davanti allo specchio, ma come mosche che, diciamolo, un po' ci sono cascate apposta, perché il ronzio della propria disperazione ha pure il suo fascino, ha pure una sua musicalità a cui è difficile rinunciare una volta che ci si è abituati. Ogni parola taciuta tende un filo nuovo. Ogni parola detta ne spezza uno. E noi, dibattendoci con la solita vanità di chi crede che agitarsi equivalga a liberarsi — vanità molto diffusa tra chi confonde il movimento con la direzione — ci imprigioniamo un po' di più a ogni mossa, convinti nel frattempo di stare facendo progressi.

Camminiamo, dunque, portando addosso l'inventario dei nostri silenzi come si porta un vestito fuori misura, comprato per un'occasione che poi non si è mai presentata e che però non si riesce a regalare, perché in fondo ci si è affezionati anche a quello che non ci sta bene. Ogni incontro diventa un piccolo campo minato dove ci si chiede, con un pudore ridicolo che scambiamo per delicatezza, cosa dire e cosa no, quanto avvicinarsi e quanto tenersi a distanza, mentre il tempo, che di pudore non ne ha mai avuto e non ne avrà mai, continua a passare senza chiedere permesso, senza voltarsi a controllare se lo stiamo seguendo, senza nemmeno la cortesia di rallentare quando gli si chiede, sottovoce, un attimo di tregua.

E qui arriva la resa dei conti, quella vera, quella che non si può più rimandare a un altro paragrafo: la misura del tempo non sta negli orologi, che sono solo oggetti d'arredamento con la pretesa di dire la verità, complici silenziosi di un ordine che pretende di essere oggettivo mentre è solo convenzionale, ma nelle occasioni perse, nei "e se avessi parlato", nei "e se avessi guardato negli occhi chi amavo invece di guardare il pavimento con tanta dedizione filologica", come se il disegno delle piastrelle contenesse una risposta che i suoi occhi, in quel momento, non potevano darci. Ogni volta che la domanda ritorna, e ritorna sempre, puntuale come certi creditori, si apre una voragine che nessun calendario, per quanto ben rilegato, per quanto pieno di santi e di scadenze fiscali, potrà mai richiudere.

Il tempo, insomma, è un archivio di condizionali. Un archivio enorme, più vasto di qualunque biblioteca, compresa quella che ci si vanta di aver letto per intero senza averne aperto la metà, che però non si sfoglia con le dita bensì con quella parte di noi che continua a rimuginare alle tre di notte, quando l'unica compagnia decente è il ronzio del frigorifero e la certezza, tutt'altro che consolante, che domani si dovrà comunque presentarsi puntuali da qualche parte. Ogni volta che si riapre una pagina di quell'archivio, si trova il vuoto: ma un vuoto rumoroso, mica silenzioso come vorrebbe far credere la retorica consolatoria dei manuali di crescita personale — un vuoto che vibra come un tuono che ha deciso, per dispetto, per pura cattiveria drammaturgica, di non esplodere mai, di restarsene lì sospeso a minacciare senza concedere il sollievo della catastrofe.

C'è chi conserva la memoria di una lettera mai scritta: fogli bianchi, penne tremanti, il classico repertorio di chi confonde la prudenza con la codardia e la chiama, per farsela perdonare, "riflessione", o peggio ancora "rispetto dei tempi altrui", locuzione comodissima dietro cui si può nascondere qualunque vigliaccheria purché formulata con un lessico sufficientemente educato. Non era la paura di non trovare le parole giuste: era la paura, molto più meschina, molto più borghese, di doverle poi difendere davanti a qualcuno, di doversi assumere la responsabilità di ciò che si sarebbe scritto. E quella lettera mai scritta cresce, si gonfia, diventa più pesante di qualunque lettera realmente spedita e respinta, perché la lettera respinta almeno ha avuto un destino, mentre quella mai scritta resta in una specie di limbo grammaticale, un participio passato che non si è mai compiuto.

C'è chi porta invece il ricordo di uno sguardo in una stazione, di un marciapiede dove tutto sarebbe potuto succedere e invece, con la consueta eleganza dei vigliacchi — eleganza che si nota solo a posteriori, mentre sul momento sembra solo buon senso — non è successo niente: il treno è partito, la folla ha inghiottito tutto con la sua indifferenza generica, e la vita ha proseguito con quella indifferenza sportiva che le è tanto congeniale, come se nulla fosse, come se davvero nulla fosse. Da quel momento il tempo smette di misurarsi in settimane e si misura in quell'unico istante rimasto sospeso come una goccia indecisa se cadere o no — e che, per pura pigrizia, per pura inerzia fisica travestita da destino, ha scelto di restare lì, appesa, a ricordarci ogni tanto che esiste ancora.

E poi ci sono i dialoghi mai nati: provati allo specchio con quella solennità un po' ridicola con cui si preparano i discorsi che poi non si faranno mai, con le pause studiate, con il tono giusto per ogni frase, con la variante ironica pronta nel caso l'interlocutore rispondesse male, ripetuti in camera con la porta chiusa perché nemmeno il gatto doveva sentirci provare, e infine inghiottiti dalla gola nel momento esatto in cui sarebbero dovuti uscire, come se la gola avesse un'opinione propria, più prudente della nostra, e la imponesse senza chiedere il permesso. Quel silenzio non è neutro, no: è un veleno lento, elegante, quasi raffinato nella sua capacità di corrompere tutto senza fare rumore, un veleno che agisce con la discrezione di un maggiordomo inglese, mai una parola fuori posto, mai un gesto che tradisca l'omicidio in corso.

Capiamo così, con un minimo di onestà intellettuale che tanto costa e tanto rende — molto più di quanto renda la disonestà intellettuale, che pure ha un mercato vastissimo — che il tempo passa soprattutto dentro, nel crescere di ciò che non abbiamo detto, che diventa muro, colonna, volta, contrafforte — una cattedrale, sì, ma costruita non da architetti bensì da rimandi, da rinvii, da quel "poi glielo dico" che si ripete per anni fino a diventare biografia, fino a diventare l'unica architettura che davvero ci appartiene, più solida di qualunque casa comprata con mutuo trentennale. E noi ci aggiriamo là dentro come pellegrini un po' patetici, con le candele che fanno più ombra che luce perché sono candele economiche, comprate all'ultimo momento in un negozio qualunque, e con la pretesa, davvero commovente nella sua ostinazione, di sapere dove stiamo andando, di avere un itinerario, una meta, un senso.

Crediamo che il tempo guarisca le ferite, ma dimentichiamo — con quella smemoratezza selettiva che è la vera specialità della casa, il piatto forte del menù, quello che ordiniamo sempre anche se finge di essere una novità — che certe ferite non si sono mai aperte perché non hanno mai avuto parola: e il tempo, lungi dal richiuderle, le coltiva come un giardiniere ossessivo coltiva le piante più velenose, con cura, con pazienza, quasi con affetto, annaffiandole regolarmente con tutte le occasioni in cui avremmo potuto e non abbiamo voluto.

Eppure continuiamo a vivere come se ci fosse sempre un domani generoso, disposto a concederci una replica, un domani filantropico che distribuisce seconde possibilità come un ente di beneficenza distratto. Il tempo, che di generosità non sa nulla, non concede repliche: ogni giorno sottratto al coraggio di parlare è un giorno regalato — con encomiabile liberalità, quasi con gioia — al silenzio, che di regali non ne rifiuta mai nessuno.

Quanti amori sono naufragati non per un eccesso di parole cattive ma per un eccesso di parole mai dette, per quell'accumulo silenzioso di piccole omissioni quotidiane che, prese singolarmente, sembravano innocue, quasi cortesi, e che invece, sommate, hanno il peso specifico di una condanna? La vita, quella vera, quella che non si racconta bene alle cene perché non ha il ritmo giusto per l'aneddoto, non si misura nel fragore ma nel vuoto: ed è un vuoto che, diversamente da quanto ci hanno insegnato certi manuali di autoaiuto scritti da gente che non ha mai avuto bisogno di aiutarsi, non tace affatto — grida, e grida forte, solo che noi abbiamo imparato a tapparci le orecchie con notevole disciplina, una disciplina che avremmo fatto meglio a impiegare altrove.

Ricordo — e qui il monologo si concede il lusso, non richiesto ma neppure evitabile, della confessione, perché anche i monologhi più teorici hanno bisogno, ogni tanto, di sporcarsi le mani con un fatto vero — una sera di gennaio in cui rimasi impalato davanti a un telefono fisso, con la cornetta che mi sembrava un reperto archeologico proveniente da una civiltà troppo sincera per essere la mia, una civiltà in cui, evidentemente, la gente si limitava a comporre un numero e a dire quello che pensava, senza tutte le mediazioni che io, con encomiabile spreco di energie, ero riuscito a interporre tra me e una semplice telefonata. Avrei dovuto chiamare qualcuno a cui tenevo, e invece restai lì, immobile, a comporre mentalmente numeri che le dita si rifiutavano di eseguire, con la stessa ostinazione di un'orchestra che sciopera proprio la sera della prima, proprio quando il pubblico è già seduto e il direttore ha già alzato la bacchetta. Quando, giorni dopo, lo incontrai per caso — per quel caso che è sempre un po' meno casuale di quanto ci piaccia credere — mi disse: "Pensavo non volessi più sentirmi". In quella frase c'era tutta la sentenza, pronunciata senza rancore, il che la rendeva ancora più definitiva, e io non potei fare altro che dichiararmi colpevole, con le attenuanti generiche della vigliaccheria comune a tutti, attenuanti che nessun giudice, del resto, avrebbe mai preso sul serio.

È lo stesso meccanismo, del resto, che agisce nelle piccole scene quotidiane, quelle che nessuno racconterebbe mai a una cena perché sembrano troppo insignificanti per meritare un aneddoto, troppo prive di colpo di scena: il sorriso che non esce alla cassa del supermercato mentre si contano le monete con cura eccessiva proprio per evitare lo sguardo della cassiera, la scusa che resta strozzata sul tram mentre si pesta un piede altrui e si preferisce fissare il finestrino come se fuori ci fosse qualcosa di interessante, l'idea di lavoro tenuta in un cassetto mentale perché "non vale la pena", frase che si ripete talmente spesso da diventare un alibi permanente contro qualunque iniziativa. Ogni non-detto è un granello, e i granelli, si sa, fanno le dighe: e le dighe, quando cedono, non cedono mai nel momento in cui uno se lo aspetta, con un preavviso decente, ma sempre in quello più sconveniente, davanti a testimoni, magari durante una cena di famiglia in cui si era giurato di comportarsi bene.

Eppure, quando la parola riesce a bucare quella membrana di pudore mal riposto, succede qualcosa che ha il sapore, per quanto dimesso, per quanto poco spettacolare, del miracolo — un miracolo di serie B, senza apparizioni né guarigioni improvvise, ma pur sempre un miracolo. Un amico che non sentivo da anni mi scrisse un giorno: "Sei vivo?". Due parole, quasi scortesi nella loro brutalità telegrafica, prive di qualunque premessa consolatoria, ma dietro c'era tutto l'affetto che il pudore aveva tenuto in ostaggio per troppo tempo, un affetto che aveva aspettato pazientemente, senza mai reclamare, il momento in cui qualcuno avesse il coraggio di riaprire la pratica. Risposi: "Ancora sì". Da quelle quattro parole in croce, scambiate con la sciatteria apparente di chi non vuole darsi troppa importanza, nacque un pomeriggio che valeva più di anni di educata distanza, più di tutte le cartoline di auguri mai spedite per Natale con la scusa di "farsi vivi".

Molti rapporti non finiscono per troppo rumore, ma per troppo silenzio — non quello condiviso, che è complicità, che è riposo, che è la pace di chi non ha bisogno di riempire ogni pausa per sentirsi legittimato a esistere accanto a qualcuno, bensì quello che si fa muro, che ti tiene nella stessa stanza di qualcuno mentre l'anima, con discrezione, se n'è già andata altrove a fumare una sigaretta e forse anche a farsi un altro giro di conoscenze. L'ho visto succedere a coppie che agli occhi di tutti sembravano solidissime, a famiglie riunite intorno a un pranzo domenicale dove tutti sanno dell'elefante seduto a tavola e nessuno osa passargli il sale, limitandosi a parlare del tempo, del traffico, della salute, di tutto ciò che è abbastanza neutro da non richiedere coraggio.

E allora, se c'è una morale che si può concedere senza scadere nella predica — vizio che lasciamo volentieri ai moralisti di professione, gente che ha sempre la coscienza troppo pulita per essere davvero interessante — è questa: l'esperienza umana non è la somma di ciò che ci è già accaduto, catalogato con cura in un album mentale da sfogliare nei momenti di autocommiserazione, ma la disponibilità, tutta da conquistare ogni giorno daccapo, a lasciarsi ancora attraversare da ciò che non conosciamo. Non è collezionismo di episodi, non è cronologia da album di famiglia da mostrare agli ospiti con orgoglio un po' patetico: è la capacità di farsi incrinare, di scoprirsi diversi senza sapere ancora bene in che direzione, e di avere il pessimo gusto, ogni tanto, di dirlo a voce alta, magari nel momento meno opportuno, magari proprio quando tutti si aspettano da noi la frase di circostanza.

Perché alla fine, e qui chiudo senza concedere consolazioni che non sarebbero oneste, senza il conforto posticcio di una morale ben confezionata, il tempo si misura non in ciò che è passato, che ormai non ci riguarda più se non come materiale d'archivio, ma in ciò che abbiamo osato dire — e soprattutto in ciò che, con squisita, elegantissima, quasi virtuosistica codardia, abbiamo deciso di rimandare a un domani che, come sempre, non è affatto garantito, e che forse, proprio per questo, meriterebbe un po' meno fiducia e un po' più di fretta.

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