sabato 6 dicembre 2025

Il linguaggio in rivolta. Gastone Novelli e la libertà del segno


Nel tempo sospeso in cui Venezia sembra respirare in attesa di un nuovo evento, le sue calli, le sue acque e i suoi spazi museali si preparano a riaccogliere una voce irrequieta e geniale: Gastone Novelli. Dal 15 novembre 2025 al 1 marzo 2026, la Galleria Internazionale d’Arte Moderna di Ca’ Pesaro aprirà le sue sale alla grande mostra “Gastone Novelli (1925–1968)”, organizzata in occasione del centenario della nascita di uno degli artisti più lucidi, inquieti e radicali del secondo dopoguerra italiano. Un’esposizione che non intende semplicemente celebrare una ricorrenza, ma riportare alla luce la forza di una ricerca artistica che ancora oggi interroga il linguaggio, la libertà, e la coscienza del proprio tempo.

Nato a Vienna nel 1925 e morto tragicamente giovane a Milano nel 1968, Novelli è stato pittore, scrittore, partigiano, teorico, uomo capace di attraversare le tempeste del Novecento con la curiosità inquieta di chi non si adatta mai. La mostra di Ca’ Pesaro, articolata in un percorso che si sviluppa come una narrazione visiva e intellettuale, raccoglie oltre sessanta opere fra dipinti, disegni, quaderni e materiali d’archivio, molti dei quali raramente esposti. L’obiettivo non è solo documentare l’evoluzione stilistica dell’artista, ma restituire la tensione umana e poetica che attraversa la sua opera, rivelandone la natura di diario interiore e di riflessione civile.

Le prime sale accolgono il visitatore nel clima vibrante dell’informale, la stagione in cui Novelli elabora un linguaggio fatto di materia, gesto e ritmo visivo. Le tele di questi anni non rappresentano nulla di riconoscibile, ma sono attraversate da una vitalità sotterranea, come se la pittura cercasse di dire ciò che la lingua non riesce più a esprimere. La superficie del quadro è campo di forze, terreno di un’esperienza fisica e mentale insieme. Non c’è distanza tra artista e opera: ogni segno è un frammento di presenza, una confessione che si fa forma.

Eppure, già in queste prime prove, si avverte il germe di un dissenso. Novelli non si accontenta della libertà informale: intuisce che la materia, da sola, non basta. Che il segno, per essere vivo, deve tornare a parlare. Così, a partire dalla seconda metà degli anni Cinquanta, la sua pittura si trasforma. Nelle opere di questo periodo – alcune delle quali provenienti da collezioni private e mai mostrate al pubblico – la superficie pittorica si popola di alfabeti spezzati, parole scomposte, segni che evocano scritture dimenticate. È il linguaggio stesso, il sistema che ordina e misura la realtà, a essere messo in crisi.

Il passaggio dall’informale alla figurazione segnica rappresenta una delle svolte più radicali dell’arte italiana del dopoguerra, e Novelli ne è tra i protagonisti più consapevoli. La mostra veneziana lo racconta in tutta la sua complessità: accanto ai quadri, vengono presentati i suoi taccuini di viaggio, le pagine dattiloscritte, le note di riflessione che accompagnavano la genesi delle opere. In questi scritti, si avverte una sensibilità quasi filosofica: il desiderio di comprendere come le immagini e le parole costruiscano il mondo, e come possano, allo stesso tempo, liberarlo o imprigionarlo.

Per Novelli, dipingere non è rappresentare, ma tradurre l’esperienza in segni che non si chiudano mai in un significato unico. Da qui nasce la sua ossessione per la scrittura, che diventa segno visivo, gesto poetico, atto politico. Le parole, spesso illeggibili, graffiate sulla tela, alludono a un linguaggio impossibile, sospeso tra senso e silenzio. Sono messaggi di un mondo che non riesce più a comunicare, ma che ancora resiste.

La curatela della mostra – che si distingue per l’impianto tematico più che cronologico – fa emergere l’artista come figura di frontiera: tra arte e letteratura, tra estetica e dissidenza. In questo senso, il percorso espositivo è pensato come una progressiva immersione nella mente di Novelli. I visitatori attraversano ambienti in cui pittura e parola si fondono, spazi che ricreano la dimensione mentale dell’artista, tra disordine e armonia, tra impulso e ragione. Ogni sala diventa un frammento di pensiero visivo, una tappa di un discorso interiore che non conosce tregua.

Il percorso culmina negli anni Sessanta, periodo di straordinaria intensità e sperimentazione. Qui, Novelli raggiunge la piena maturità del suo linguaggio: un alfabeto personale in cui il segno grafico si fa respiro, impulso, coscienza. Le tele si popolano di figure minime, di tracce di corpi, di geometrie mentali. La scrittura, ormai, è diventata pittura, e la pittura è diventata testo. Si tratta di un linguaggio visivo che anticipa, per molti versi, le ricerche concettuali successive e le avanguardie linguistiche degli anni Settanta.

Ma la mostra non dimentica il contesto politico e umano in cui tutto ciò si sviluppa. Venezia, in questa storia, non è solo il luogo della memoria, ma uno spazio vivo di relazioni. Novelli partecipò più volte alla Biennale d’Arte, stabilendo con la città un legame profondo, fatto di ammirazione e di attrito. L’apice di questo rapporto è il 1968, quando l’artista, insieme ad altri protagonisti della scena contemporanea, decide di contestare le istituzioni culturali e di sospendere la partecipazione alla Biennale in segno di protesta. Quel gesto – oggi considerato uno dei momenti fondativi della critica istituzionale in Italia – viene qui reinterpretato non come un episodio isolato, ma come il punto culminante di una vita interamente dedicata alla libertà del pensiero e dell’espressione.

La mostra di Ca’ Pesaro, dunque, non è soltanto una celebrazione commemorativa, ma un tentativo di rileggere la figura di Novelli in chiave attuale. La sua riflessione sul linguaggio come luogo di conflitto, il suo rifiuto delle ideologie e dei dogmi artistici, la sua fiducia nella potenza dell’immaginazione fanno di lui un artista sorprendentemente contemporaneo. In un’epoca dominata dall’immagine digitale, dalla comunicazione immediata e dalla perdita di senso delle parole, la sua pittura appare come un monito e un invito: tornare a leggere, a guardare, a pensare.

Il visitatore, uscendo dalle sale di Ca’ Pesaro, non porterà con sé solo la memoria di opere straordinarie, ma la sensazione di aver attraversato una mente in rivolta. Ogni tela di Novelli è una domanda rivolta al mondo: cosa significa ancora comunicare? Come si può scrivere senza tradire? Come resistere, quando anche il linguaggio diventa merce?

L’omaggio veneziano restituisce così all’arte italiana un protagonista dimenticato e necessario, capace di fondere l’intelligenza del segno con la passione del pensiero. Nel ritmo lento delle acque della laguna, le sue opere ritrovano la loro voce: un sussurro insieme antico e futuribile, che parla di libertà, di crisi e di bellezza irrisolta.
In questo incontro tra pittura e parola, tra gesto e protesta, Gastone Novelli torna a vivere — non come figura museale, ma come interlocutore vivo del presente. La mostra di Ca’ Pesaro ne restituisce la complessità, la vertigine e la poesia: un’eredità che non smette di inquietare, e che forse, proprio per questo, continua a essere necessaria.