Prefazione
Nel nome del desiderio (che non chiede permesso)
Certe vite — e certi lavori — non stanno comode nei corridoi del museo. Non si lasciano catalogare, ordinare, rendere docili. Resistono alla storiografia, al consenso, alla logica del “capolavoro”. Sono esistenze artistiche che crescono come piante incolte tra i marciapiedi della storia ufficiale, fiorendo nei bordi, negli interstizi, nei margini. Marco Silombria è una di queste vite. Un artista che ha scelto — o forse ha dovuto — vivere e creare fuori dal perimetro visibile, ai limiti del riconoscimento. Ma proprio lì, in quel bordo pulsante, ha costruito una delle esperienze artistiche queer più profonde e commoventi del secondo Novecento italiano.
Il desiderio di scrivere questo saggio — anzi, questa costellazione critica, questo gesto di amore e ricognizione — non nasce dalla volontà di “riscoprire” un artista dimenticato. Non sarebbe abbastanza. Il punto non è solo ricordare Silombria, ma rimetterlo in circolazione, dentro il sangue vivo del presente, nel cuore inquieto della cultura queer italiana ed europea. Farlo riapparire non come reliquia, ma come fantasma amico, come provocazione, come possibilità. Come corpo di pensiero e di affetto che ancora ci riguarda, che ancora ci parla, che ancora ci turba e ci consola.
Perché c’è qualcosa di profondamente attuale in Silombria. E non solo per i temi che ha saputo toccare — il corpo maschile, il desiderio, l’ironia camp, la sacralità erotica, la pubblicità trasformata in icona, la ceramica come medium affettivo — ma per il modo in cui ha saputo fare arte da una posizione di minorità. Senza concessioni, senza strategie di visibilità, senza autoesotismi. Le sue opere non cercano l’approvazione; cercano uno sguardo all’altezza del loro pudore e del loro ardore. Uno sguardo non impaziente, non vorace, non giudicante. Uno sguardo che sappia amare nel vedere.
Il rischio, scrivendo di un artista come Silombria, è sempre duplice. Da una parte c’è il rischio della romanticizzazione: trasformare la sua marginalità in martirologio, renderlo una figura cristologica dell’artista queer “sacrificato”, a uso e consumo di una storiografia pentita. Dall’altra c’è il rischio della normalizzazione: incasellarlo in una genealogia semplificata, aggiungerlo alla lista delle “voci queer” come si aggiunge un punto di merito a un curriculum. Ma Silombria rifiuta entrambe queste operazioni. Non vuole essere salvato né inserito. Vuole essere visto per ciò che è stato: un artista capace di trasformare l’esclusione in linguaggio, l’intimità in forma, l’erotismo in preghiera visiva.
La sua opera è fragile, dispersa, fatta spesso di materiali effimeri, di oggetti decorati, di collage minuziosi, di corpi ritagliati, di immagini che oscillano tra sacro e kitsch, tra pubblicità e mito, tra calligrafia e sussurro. Eppure, proprio in questa fragilità, in questa delicatezza non spettacolare, si annida una potenza sovversiva straordinaria. Silombria non ha costruito un sistema estetico, ha tracciato una rotta poetica. Una rotta in cui l’arte non è un atto neutro, ma un gesto situato, affettivo, sessuato, parziale. Una forma di amore che si fa oggetto, immagine, piatto, frammento, volto, respiro.
Il corpo — il suo, il nostro, quello dell’altro desiderato — è ovunque nella sua opera. Ma non come semplice tema. Il corpo è la grammatica. È ciò attraverso cui Silombria scrive la sua differenza. Un corpo che non è mai esibito in maniera cinica, né censurato per prudenza. È un corpo ambivalente: sacro e profano, pudico e lussurioso, infantile e mitologico, concreto e iconico. Un corpo come soglia del politico e del personale, come luogo in cui si condensa l’irrappresentabile: la tenerezza queer, il bisogno d’amore, il desiderio senza nome.
E poi c’è l’ironia — che è una forma altissima di intelligenza queer. Silombria ne fa uso non per difendersi, ma per danzare. Per trasformare ogni oggetto, ogni gesto, ogni eccesso, in dichiarazione silenziosa di libertà. Le sue ceramiche non sono solo piatti: sono altarini, reliquiari erotici, ironie floreali che celebrano la bellezza del corpo maschile come se fosse una messa. Ma una messa laica, gioiosa, irriverente. Una liturgia del piacere, non del peccato.
In questa prefazione — che è anche una forma di dichiarazione amorosa — non voglio offrire un profilo completo, né sostituirmi alla voce che seguirà in queste pagine. Piuttosto, desidero aprire uno spazio: uno spazio di attenzione, di cura, di sguardo. Chiedere al lettore (alla lettrice, a chiunque tu sia) di lasciarsi condurre, di entrare con rispetto e desiderio nell’universo silombrico, che non è un universo chiuso ma una costellazione aperta, interamente da abitare.
Che cosa troviamo, allora, se lo attraversiamo fino in fondo? Troviamo un’Italia diversa — che non è quella della cultura ufficiale. Troviamo un’estetica del margine che non ha bisogno di alzare la voce. Troviamo una genealogia queer non retorica, non spettacolare, ma amorosa e testarda. Troviamo, infine, una forma d’arte che coincide con una forma di vita: quella in cui si continua a creare, a decorare, a desiderare, anche quando nessuno guarda. O forse proprio perché nessuno guarda.
Questa prefazione è un invito. Ma anche un impegno. Chi legge queste pagine non sta solo osservando un artista dimenticato. Sta partecipando a un atto di restituzione, di giustizia, di amore critico. Sta riaprendo un tempo che la storia aveva tentato di chiudere. Sta rendendo di nuovo visibile, di nuovo amabile, un corpo, una voce, un desiderio.
Nel nome di Silombria. Nel nome del desiderio. Nel nome di chi, come lui, ha creato bellezza dissidente senza chiedere permesso.
I. Introduzione: Silombria nel silenzio della storia dell’arte
Nel complesso e variegato panorama dell’arte italiana del Novecento, dove le avanguardie si sono alternate alle sperimentazioni più radicali e ai grandi ritorni alla tradizione, la figura di Marco Silombria si presenta come un enigma silenzioso, quasi un’ombra latente. Nato nel 1936 a Savona, cresciuto tra la Liguria e la città torinese, Silombria è stato un artista dalla multiforme attività: dalla pubblicità alla pittura, dal collage alla ceramica, passando per la grafica sperimentale e la fotografia. Eppure, nonostante una carriera lunga e densa di significati, il suo nome resta in larga misura sconosciuto ai più, relegato ai margini del racconto ufficiale dell’arte italiana del secondo dopoguerra. Questa esclusione non è solo un accidente biografico, ma espressione di un più ampio sistema culturale e istituzionale che ha faticato e fatica ancora oggi a riconoscere e valorizzare le espressioni artistiche che portano con sé una forte carica identitaria e dissidente, soprattutto quando queste si radicano nell’esperienza queer e si confrontano con ambiti considerati “minori” o “popolari” come la pubblicità.
Per comprendere appieno l’importanza e la ricchezza dell’opera di Silombria, è dunque necessario partire da questa condizione di marginalità. Il silenzio che avvolge la sua figura non è mai stato semplice dimenticanza o negligenza: è piuttosto il risultato di un doppio meccanismo di esclusione, da una parte estetico-critico e dall’altra sociale-politico. Sul piano estetico, infatti, Silombria si colloca in un’area liminale tra arte “alta” e arte “popolare”, tra cultura visiva commerciale e produzione artistica sperimentale. In Italia, come in molte altre realtà occidentali, questa dicotomia è stata a lungo rigidissima e presidiata da barriere non solo formali ma anche ideologiche. L’arte pubblicitaria era considerata una forma minore, spesso additata come mera “arte commerciale”, incapace di un impegno autentico o di un valore estetico elevato. Al contrario, l’arte cosiddetta “alta” era spesso vista come un ambito esclusivo, dedicato a opere considerate “pure”, “originali”, “autentiche” e “universali”. Silombria, che proviene da quella matrice della comunicazione commerciale, ma la rilegge e la trasforma con un intento poetico e politico, si è trovato quindi a scontrarsi con questi confini disciplinari e culturali, subendo una marginalizzazione che ancora oggi permane in parte.
Sul piano sociale e politico, invece, la condizione di Silombria è stata segnata dalla sua appartenenza e militanza in un movimento, quello LGBT, che in Italia ha faticato per decenni a conquistare diritti civili, visibilità pubblica e rappresentazione culturale. La cultura cattolica dominante, la tradizione patriarcale e un sistema di valori spesso conservatore e repressivo, hanno contribuito a rendere l’omosessualità e le forme di desiderio non eteronormativo temi “scomodi”, da nascondere o da trattare con prudenza e discrezione. In questo clima, l’arte queer italiana ha dovuto a lungo cercare forme di espressione meno dirette, più codificate, o addirittura simboliche e criptiche, per evitare la censura e la marginalizzazione. Silombria, al contrario, ha scelto una strada esplicita e radicale: nei suoi lavori, il corpo maschile, nudo e celebrato, diventa un vero e proprio manifesto visivo, uno spazio di libertà e di sovversione estetica. Questa apertura franca e orgogliosa al tema dell’eros omosessuale ha rappresentato un gesto di coraggio politico e artistico, che tuttavia non è stato accolto dalle istituzioni artistiche con la dovuta attenzione e rispetto.
Nel contesto più ampio della storia dell’arte italiana, la marginalizzazione di Silombria va inoltre inserita nel quadro di un dibattito più generale sulle forme di espressione queer e sull’inclusione o esclusione di tali pratiche nei canoni ufficiali. Sebbene l’arte italiana abbia visto la presenza di molti artisti apertamente o implicitamente omosessuali, la costruzione di una “storia dell’arte queer” è stata ostacolata da un retaggio culturale fatto di tabù e censura. La critica, spesso poco sensibile alle tematiche LGBT, ha preferito enfatizzare aspetti formalisti o ideologici, trascurando il valore identitario e politico che molte opere queer contenevano. Silombria si trova in questo senso a rappresentare una figura di frontiera, una sorta di precursore che ha dovuto lavorare in un ambiente culturalmente ostile, e che solo ora comincia a essere riconosciuto per il contributo che ha dato all’ampliamento del vocabolario artistico italiano.
Un altro elemento fondamentale per comprendere il suo isolamento è la relazione di Silombria con il linguaggio della pubblicità. Negli anni Cinquanta e Sessanta, quando la grafica pubblicitaria cominciava a diventare un ambito professionale di rilievo, l’Italia si trovava in una fase di grande sviluppo economico e culturale: il boom industriale, la modernizzazione delle città e l’affermazione di una società dei consumi. La pubblicità, allora, non era solo uno strumento commerciale, ma anche un potente mezzo di produzione di immaginari collettivi, di simboli e modelli di identità sociale. Silombria lavorò con importanti agenzie, come quella di Armando Testa, contribuendo a campagne per marchi di rilievo nazionale come Fiat, Superga, e il Gruppo Finanziario Tessile. Tuttavia, la sua attività pubblicitaria non fu mai un mero esercizio di marketing: egli sviluppò una cifra stilistica originale, fatta di collage, ironia, sovversione delle immagini, che anticipava molte pratiche della postmodernità visiva. In questo senso, Silombria può essere considerato uno degli artisti che ha saputo sfruttare la grammatica della pubblicità per proporre un discorso visivo dissidente, dove il desiderio e la sessualità venivano narrati con linguaggi inediti.
Questa commistione tra arte e pubblicità, tra messaggio commerciale e dichiarazione estetica-politica, è uno dei motivi principali della difficoltà di inserire Silombria nelle tradizionali categorizzazioni artistiche. Negli anni in cui molti artisti erano impegnati in sperimentazioni concettuali o materiche, Silombria portava avanti una poetica che univa forme figurative e decorazione, mitologia classica e kitsch, nudo maschile e segni pubblicitari, creando un universo visuale complesso e stratificato. Questa pluralità di linguaggi, se da un lato rende la sua opera ricca e affascinante, dall’altro ha rappresentato un ostacolo alla sua comprensione e valorizzazione da parte della critica e delle istituzioni museali, ancora poco abituate ad accogliere la complessità della cultura queer e la contaminazione tra alta arte e cultura popolare.
Non meno importante è il contesto politico e sociale in cui Silombria ha operato. L’Italia degli anni Settanta e Ottanta vedeva la nascita di movimenti di liberazione LGBT, primo tra tutti il movimento Fuori! (Fronte Unitario Omosessuale Rivoluzionario Italiano), che Silombria supportò con le sue immagini e campagne. Questo periodo fu cruciale per l’affermazione di nuove identità, ma ancora permeato da forti ostacoli culturali e sociali. La sua arte, esplicitamente erotica e queer, si inscrive in questa storia di lotta e resistenza, incarnando la tensione tra visibilità e marginalità, tra rappresentazione e censura. La mostra “Dionysus in Love” (Leslie-Lohman Museum, New York, 2009) è uno dei pochi momenti in cui il suo lavoro ha ricevuto riconoscimento internazionale, testimoniando la dimensione globale di una poetica che, pur radicata nel contesto italiano, parla una lingua universale di eros e libertà.
Infine, il recupero di Marco Silombria oggi assume una doppia valenza: storica e politica. Storica, perché riabilita una voce dimenticata o trascurata, inserendola nel racconto più ampio della storia dell’arte e della cultura queer. Politica, perché attraverso la sua opera possiamo riflettere sulle modalità con cui la società e il sistema culturale hanno gestito la diversità, il desiderio e la rappresentazione del corpo. La riscoperta di Silombria è un atto di giustizia estetica, un ampliamento del vocabolario visivo e culturale, un invito a superare barriere che per troppo tempo hanno escluso forme espressive autentiche e radicali.
In definitiva, questa introduzione vuole offrire al lettore non solo un quadro di riferimento per comprendere chi è stato Marco Silombria, ma anche un invito a riflettere sulle dinamiche di potere che regolano la visibilità e l’esclusione nell’arte e nella cultura. Solo accogliendo la complessità e la radicalità della sua poetica potremo restituirgli il posto che gli spetta e arricchire il patrimonio artistico e culturale del nostro paese.
II. Biografia come dispositivo: la formazione tra Savona e Torino, la pubblicità, la scelta della marginalità artistica
La biografia di un artista, lungi dall’essere una mera successione di date e fatti, può essere letta come un dispositivo interpretativo fondamentale, una mappa che orienta la comprensione della sua produzione e delle scelte estetiche e politiche che ne scandiscono il percorso. Nel caso di Marco Silombria, questo strumento critico risulta particolarmente prezioso per decifrare il complesso intreccio tra le sue radici culturali, l’esperienza professionale nel mondo della pubblicità e l’evoluzione verso un’arte esplicitamente queer, ironica e radicale. La sua vita e il suo lavoro si configurano così come un continuo attraversamento di spazi liminali, di zone di margine da cui guardare e sovvertire le norme del sistema artistico e sociale italiano.
L’infanzia e la giovinezza ligure: un orizzonte mediterraneo tra tradizione e artigianato
Marco Silombria nasce nel 1936 a Savona, in Liguria, una regione che fin dalle epoche antiche è stata crocevia di culture, scambi commerciali e tradizioni artistiche che fondono elementi classici e popolari. La Liguria, con le sue coste frastagliate, i borghi marini e le botteghe artigiane, rappresenta un microcosmo ricco di stimoli culturali che influenzeranno profondamente la sensibilità e la poetica dell’artista. In particolare, la vicinanza alla tradizione ceramica di Albissola — un centro noto per la lavorazione artistica della terracotta, frequentato da artisti come Lucio Fontana e Fausto Melotti — offre a Silombria un modello di contaminazione tra arte e artigianato, tra estetica e pratiche manuali, che si riverbera poi nel suo uso sperimentale della ceramica come medium espressivo.
Questo ambiente mediterraneo, contraddistinto da una forte identità territoriale e da un rapporto intimo con la natura e la storia antica, nutre in Silombria un immaginario fatto di miti classici, di figure iconiche e di simboli arcaici che torneranno frequentemente nelle sue opere. Allo stesso tempo, la cultura popolare ligure, con la sua tradizione di decorazioni, ornamenti e artigianato decorativo, lascia un segno evidente nel gusto dell’artista per il dettaglio, la doratura, il pattern ornamentale e la stratificazione visiva.
La formazione iniziale, quindi, non è solo tecnica o artistica, ma profondamente culturale e territoriale. La Liguria, pur periferica rispetto ai grandi centri artistici italiani come Roma, Milano o Torino, rappresenta per Silombria un terreno di radicamento identitario e poetico, da cui partire per costruire un linguaggio che si fa ponte tra antico e contemporaneo, tra artigianato e arte concettuale, tra locale e globale.
Torino: la città dell’industria, della grafica e della comunicazione
Negli anni Cinquanta, ancora giovane, Silombria si trasferisce a Torino, città simbolo della modernizzazione italiana del dopoguerra, crocevia tra industria pesante, innovazione tecnologica e fermento culturale. Torino è allora un centro nevralgico per la grafica e la pubblicità: proprio in questa città si afferma Armando Testa, uno dei più innovativi e celebri pubblicitari italiani, noto per aver saputo coniugare arte, comunicazione e cultura pop in campagne pubblicitarie destinate a un pubblico di massa ma artisticamente elevate.
Silombria si iscrive all’Accademia Albertina di Belle Arti, una delle più prestigiose istituzioni formative italiane, dove riceve una preparazione accademica tradizionale che gli fornirà solide basi tecniche e una conoscenza approfondita del disegno, della pittura e della storia dell’arte. La sua frequentazione dell’accademia non si limita però a un mero apprendimento tecnico: l’ambiente torinese, vivace e contaminato da stimoli innovativi, favorisce l’apertura a sperimentazioni e contaminazioni disciplinari che saranno cruciali nel suo sviluppo artistico.
Parallelamente alla formazione accademica, Silombria si inserisce nel mondo della pubblicità, lavorando in agenzie di rilievo come quella di Armando Testa, e successivamente fondando nel 1968 la sua agenzia, CGSS. Il lavoro pubblicitario, che oggi può apparire come mera attività commerciale, diventa per lui uno spazio di sperimentazione visiva e narrativa. L’arte della comunicazione pubblicitaria, con le sue regole stringenti ma anche con la sua libertà creativa, gli consente di padroneggiare il linguaggio dell’immagine, l’uso del colore, la sintesi concettuale, la costruzione di narrazioni visive potenti e immediate.
L’esperienza pubblicitaria di Silombria è ricca di campagne per marchi storici italiani come Fiat, Riso Gallo, Superga e il Gruppo Finanziario Tessile, tutte caratterizzate da un’evidente cura estetica e da una vena ironica e provocatoria. In questi lavori si scorgono già alcuni degli elementi che diventeranno centrali nella sua arte: la sperimentazione con collage, sovrapposizioni di immagini, citazioni visive e un sottile gioco di ambiguità erotiche e visive.
La pubblicità come laboratorio estetico e culturale
La posizione di Silombria tra arte e pubblicità rappresenta una delle chiavi interpretative essenziali della sua ricerca. Se da un lato la pubblicità può essere vista come un lavoro “minore”, legato a esigenze di mercato e di comunicazione commerciale, dall’altro essa diventa per Silombria uno spazio di invenzione e sovversione, in cui codici visivi e linguaggi si intrecciano e si ridefiniscono. La sua arte pubblicitaria anticipa in molti modi il postmoderno, con l’uso del collage, della citazione e della parodia, inserendo elementi di ironia e di erotismo che rimandano a una lettura più complessa e stratificata delle immagini.
Questo rapporto con la pubblicità lo pone però in una posizione ambivalente rispetto al sistema artistico: per gli ambienti ufficiali, Silombria è spesso percepito come un “artigiano dell’immagine”, un “creativo” ma non un artista “puro”. Questo pregiudizio è stato un ostacolo importante per la sua affermazione nel circuito museale e critico italiano, che ancora fatica a riconoscere la validità estetica e politica di chi lavora al confine tra arte e comunicazione di massa.
La scelta della marginalità artistica: un atto di libertà e di rottura
A partire dagli anni Ottanta, Silombria prende una decisione fondamentale: abbandonare progressivamente la pubblicità per dedicarsi esclusivamente all’arte visiva. Questa scelta non è un semplice cambio di carriera, ma un atto consapevole di emancipazione creativa e di affermazione identitaria. Attraverso un linguaggio personale e complesso, che mescola pittura, collage, ceramica, fotografia e stampa digitale, Silombria si libera dalle esigenze del mercato pubblicitario per dare corpo a una poetica che esplora con franchezza temi quali il corpo maschile, l’eros omosessuale, la mitologia e la cultura pop.
La sua arte diventa così un terreno di sperimentazione e di sovversione estetica, in cui la marginalità si trasforma in una scelta strategica e politica. In un’Italia culturalmente ancora conservatrice, Silombria assume una posizione di dissidenza radicale, mettendo al centro del proprio lavoro l’identità queer e il corpo come luogo di resistenza e celebrazione.
Questa marginalità non va però intesa come isolamento o esclusione passiva, bensì come un progetto culturale in cui Silombria costruisce una zona franca, uno spazio di libertà in cui rompere con le convenzioni estetiche e sociali. La sua produzione artistica, lontana dalle grandi esposizioni istituzionali e spesso circolante in circuiti più ristretti e alternativi, riflette questa volontà di sottrarsi alle logiche commerciali e di dominio per affermare una visione del mondo alternativa, complessa e provocatoria.
Militanza e identità: l’arte come strumento di visibilità e lotta
La biografia di Silombria si intreccia inoltre con la storia del movimento LGBT in Italia. A partire dagli anni Settanta, con la nascita di Fuori! e di altri gruppi di attivismo omosessuale, Silombria partecipa attivamente a un processo di emancipazione culturale e politica che vuole restituire visibilità, dignità e diritti a una comunità fino a quel momento relegata nell’ombra.
La sua arte si fa così strumento di militanza e di denuncia: la rappresentazione esplicita del corpo maschile nudo e dell’eros omoerotico sfida la cultura dominante e il suo controllo normativo, proponendo una narrazione che non ammette compromessi e che vuole liberare il desiderio da ogni forma di vergogna.
In questo senso, la biografia di Silombria diventa un modello di come la vita personale e la pratica artistica possano fondersi in un’unica dimensione di lotta e di celebrazione, di esperienza intima e di impegno collettivo.
Il conflitto tra dimensione pubblica e privata: un’identità costruita attraverso l’arte
Infine, l’esame della biografia di Silombria mette in luce anche il conflitto, tipico di molti artisti queer, tra la dimensione pubblica della propria attività professionale e la sfera privata dell’identità e del desiderio. La sua arte, densa di simboli, riferimenti mitologici e immagini erotiche, è un tentativo di costruzione e affermazione di un’identità complessa, libera dalle costrizioni sociali, ma allo stesso tempo profondamente radicata in una cultura che gli appartiene.
Attraverso il suo lavoro, Silombria riesce a trasformare l’esperienza personale in un discorso estetico universale, capace di parlare a più livelli e di sfidare le categorie rigide di genere, sessualità e ruolo sociale.
III. Il corpo maschile come scena: il nudo, l’idealizzazione, il desiderio queer, la sacralità profana
Nel cuore pulsante della poetica di Marco Silombria risiede una tensione estetica e politica profondamente radicata nell’esplorazione del corpo maschile, inteso non soltanto come soggetto visivo, ma come vero e proprio spazio scenico e simbolico in cui si intrecciano narrazioni di identità, desiderio e sovversione. In questa prospettiva, il corpo nudo maschile diventa una scena viva, carica di potenzialità espressive e di significati sovversivi, una “pagina bianca” sulla quale Silombria scrive, con pennellate e collage, una storia di emancipazione queer, di idealizzazione mitica e di sacralità laica e profana.
Il nudo maschile: anatomia, sensualità e rottura dei codici tradizionali
La rappresentazione del nudo maschile nell’opera di Silombria si distingue per una duplice tensione: da un lato, una fedeltà attenta e quasi ossessiva alla fisicità e ai dettagli anatomici; dall’altro, un processo di idealizzazione che trasforma il corpo in un archetipo estetico e simbolico. Questo approccio rompe con la tradizione figurativa dominante, che per secoli ha privilegiato il nudo femminile come paradigma di bellezza, spesso a discapito della rappresentazione maschile che veniva relegata a ruoli secondari o allegorici.
Silombria, invece, pone al centro della sua ricerca il corpo maschile in tutta la sua complessità: la muscolatura scolpita, la pelle illuminata da giochi di luce, le pose che oscillano tra naturalismo e teatralità. Attraverso questa messa a nudo, l’artista invita lo spettatore a uno sguardo che è al tempo stesso ammirato, erotico e politico, una rottura rispetto agli schemi tradizionali di rappresentazione. Non si tratta solo di anatomia: il corpo diventa un dispositivo di desiderio, una superficie sensibile che parla di eros e di identità queer.
In questo contesto, la cura del dettaglio anatomico si fonde con l’intenzione di restituire al corpo maschile una nuova dignità visiva e simbolica, spesso negata o sottovalutata nei canoni artistici e culturali del Novecento italiano. Il nudo non è più solo oggetto di contemplazione estetica, ma diventa soggetto attivo e protagonista di un racconto erotico e identitario, che esprime la complessità e la ricchezza del desiderio non eteronormativo.
Idealizzazione e mitologia: il corpo come archetipo di bellezza e potere
Parallelamente al realismo anatomico, Silombria pratica una forma di idealizzazione che richiama e rielabora le iconografie classiche della bellezza maschile. I suoi corpi non sono mai soltanto “uomini nudi”: essi si trasformano in figure mitiche, eroi di un pantheon personale che fonde mito, storia e invenzione poetica. In questa risemantizzazione, il corpo maschile si fa simbolo di forza, desiderio e libertà, incarnando archetipi di potere e bellezza che dialogano con la tradizione greca e romana.
I riferimenti a figure come Dioniso, Apollo, Ercole e Adone sono ricorrenti nelle opere di Silombria. Dioniso, dio del vino, dell’ebbrezza e dell’eros, rappresenta la tensione tra sacro e profano, tra razionalità e istinto, una doppia natura che si riflette nella complessità delle sue immagini. Apollo, simbolo di armonia, bellezza e luce, viene reinterpretato in chiave queer come modello di perfezione estetica e controllo del desiderio. Ercole, eroe mitologico noto per la sua forza e il suo coraggio, diventa emblema di resistenza e sovversione rispetto a una cultura repressiva. Infine, Adone, simbolo dell’eros giovanile e tragico, incarna la vulnerabilità e la potenza erotica del corpo maschile.
Questa riscrittura mitologica non si limita a un’operazione formale o decorativa: Silombria sottrae questi simboli a una lettura patriarcale e istituzionale, reintepretandoli in chiave queer e dissidente. Il corpo diventa così un archetipo molteplice e fluido, capace di veicolare molteplici narrazioni di identità, erotismo e potere. L’uso della mitologia funge da ponte tra passato e presente, memoria collettiva e desiderio personale, offrendo allo spettatore una chiave di lettura ricca e stratificata.
Il desiderio queer: visibilità, comunità e sovversione estetica
Al centro della scena che Silombria costruisce, il desiderio queer emerge come forza motrice e principio di sovversione. La rappresentazione esplicita del desiderio omosessuale, che spesso era stato nascosto o censurato nella cultura italiana e occidentale, si fa visibilità e celebrazione. L’artista dà forma a corpi maschili che si cercano, si toccano, si guardano, creando uno spazio di intimità e di affetto che sfida la norma eteronormativa e le convenzioni sociali.
Questa visibilità non è però mai ridotta a mera provocazione o esibizione superficiale. Silombria evita stereotipi e rappresentazioni cliché, preferendo una complessità visiva che rende il desiderio queer una esperienza estetica profonda e articolata. La sua arte dialoga con l’esperienza di marginalità e discriminazione della comunità LGBT, ma allo stesso tempo afferma con forza la dignità e la bellezza di questa soggettività.
Le sue opere, spesso caratterizzate da collage, sovrapposizioni di immagini e contrasti cromatici, creano un universo visivo che celebra l’eros come energia vitale e principio di trasformazione. In questo senso, la rappresentazione queer si pone come atto politico oltre che estetico, un modo per costruire comunità, identità e memoria collettiva attraverso l’immagine.
La sacralità profana: il corpo come altare e tempio della libertà
Un elemento centrale nella poetica di Silombria è la dialettica tra sacro e profano che attraversa la rappresentazione del corpo maschile. Pur immerso in un contesto di esplicito erotismo, il corpo nudo è trattato con una sorta di devozione laica, quasi liturgica, che lo eleva a simbolo di una spiritualità alternativa e liberatoria.
Silombria costruisce veri e propri “templi visivi”, utilizzando elementi decorativi, cornici, motivi ornamentali e richiami alla liturgia visiva tradizionale. Questi elementi, tipici dell’arte sacra, sono rielaborati in chiave profana, sovvertendo i codici religiosi e restituendo al corpo una sacralità nuova, fondata sulla libertà, sul desiderio e sulla bellezza queer.
Questa sacralità profana è un modo di affermare che il corpo, anche in quanto carne e desiderio, può diventare oggetto di culto e venerazione, ma fuori dai rigidi schemi dogmatici e morali. La sua arte ci invita a riflettere su come il sacro possa essere declinato in forme non convenzionali, capaci di includere e celebrare la diversità e la differenza.
Attraverso questa tensione, Silombria ridefinisce il concetto stesso di spiritualità, aprendolo a un’esperienza umana più vasta e inclusiva, che coniuga eros, gioco, mito e resistenza.
Il corpo come scena di emancipazione estetica e politica
In sintesi, il corpo maschile nell’arte di Marco Silombria è molto più di un semplice soggetto formale: è un dispositivo complesso che intreccia dimensioni estetiche, simboliche, identitarie e politiche. Attraverso la sua rappresentazione del nudo, dell’idealizzazione mitica, della visibilità queer e della sacralità profana, Silombria costruisce un universo visivo che sfida i limiti della tradizione e apre nuove strade per la rappresentazione del corpo e del desiderio.
Il suo lavoro contribuisce a ridefinire il corpo maschile nella cultura visiva, ampliando i confini della bellezza e della rappresentazione erotica, e tracciando una via di libertà e di bellezza che ancora oggi parla con forza e urgenza.
L’opera di Silombria ci invita a guardare il corpo maschile non solo come forma estetica, ma come scena viva di soggettività, desiderio e trasformazione, una scena in cui si celebra l’amore, la lotta e la bellezza queer, restituendo al corpo un ruolo centrale nella cultura e nell’arte contemporanea.
IV. Pubblicità e dissidenza: una grammatica queer
(la pubblicità come forma sovversiva, uso di modelli maschili, ambiguità erotiche)
Nel complesso e poliedrico percorso artistico e professionale di Marco Silombria, la pubblicità non occupa semplicemente uno spazio marginale o funzionale, bensì si configura come un laboratorio di sperimentazione estetica e politica. Qui si intrecciano la creatività formale e la volontà di esprimere, spesso con sottilità ma altrettanto efficacia, una grammatica queer, fatta di codici visivi sovversivi, ambiguità erotiche e rappresentazioni del corpo maschile che si sottraggono alle rigidità normative.
Spesso la pubblicità viene percepita come una forma di comunicazione funzionale e commerciale, legata a strategie di mercato che tendono a riprodurre stereotipi e modelli di consumo dominanti. Tuttavia, nel lavoro di Silombria questa stessa forma comunicativa viene ribaltata, decostruita e reinterpretata come veicolo di dissidenza e come spazio in cui giocare con le immagini, i significati e le rappresentazioni di genere e desiderio.
La pubblicità come campo di battaglia e laboratorio creativo
In un’Italia post-bellica e poi industrializzata, caratterizzata da una cultura visiva fortemente eteronormativa e da un controllo rigoroso delle immagini pubbliche, Silombria ha saputo sfruttare la pubblicità come un vero e proprio campo di battaglia estetico e culturale. La natura effimera e massificata della comunicazione pubblicitaria, apparentemente volta alla riproduzione di messaggi semplici e standardizzati, si trasforma nelle sue mani in un luogo di sovversione, dove si possono infiltrare codici ambigui, doppi sensi e simbolismi nascosti.
Lavorare nel settore pubblicitario significa padroneggiare un linguaggio preciso e sintetico, fatto di segni, colori e composizioni che devono attirare immediatamente l’attenzione e veicolare un messaggio chiaro. Silombria, con la sua esperienza e sensibilità artistica, trasforma questo vincolo in una sfida creativa, sfruttando la capacità dell’immagine pubblicitaria di insinuarsi nell’immaginario collettivo per veicolare contenuti che sfuggono a una lettura immediata e convenzionale.
L’uso dei modelli maschili: estetica e ambiguità nel corpo
Uno dei tratti più distintivi della grammatica queer sviluppata da Silombria nella pubblicità è l’attenzione al corpo maschile e alla sua rappresentazione. Lungi dall’essere semplice oggetto o portatore di un messaggio commerciale, il modello maschile nelle sue campagne è spesso ritratto in modo ambivalente, con pose e sguardi che oscillano tra virilità tradizionale e sensualità sottile, introducendo una dimensione erotica che va al di là del codice visivo consueto della pubblicità italiana del tempo.
La scelta di rappresentare il corpo maschile con una certa ambiguità permette di rompere gli schemi rigidi della rappresentazione eteronormativa, creando immagini che invitano lo spettatore a una decodifica più attenta e complessa. Questi modelli non sono semplici icone del desiderio “normale”, ma corpi vivi, pieni di tensioni, di sfumature e di significati nascosti che si prestano a una lettura queer e dissidente.
Questa rappresentazione non è mai gratuita o fine a se stessa, ma si inserisce in una strategia comunicativa che punta a creare uno spazio visivo dove il desiderio omosessuale possa essere riconosciuto, seppur in forma velata o simbolica, in un contesto culturale che lo marginalizza o lo censura.
Ambiguità erotiche: tecniche e strategie di sottrazione e insinuazione
Le immagini pubblicitarie di Silombria sono spesso caratterizzate da una complessa stratificazione di significati e da un uso sapiente dell’ambiguità erotica. Questa ambiguità nasce da scelte compositive che giocano su pose, luci, inquadrature e accostamenti di elementi che suggeriscono più che dichiarare apertamente, che alludono a desideri nascosti senza esplicitarli.
Attraverso l’uso di collage, sovrapposizioni, citazioni visive e metafore simboliche, Silombria costruisce un linguaggio che agisce in maniera sotterranea e discreta, sfruttando la “visibilità nascosta” come strategia per aggirare le censure culturali e sociali. Questa tecnica consente alle immagini di circolare in ambiti mainstream senza perdere però la loro carica sovversiva, rendendo possibile una comunicazione queer all’interno di un sistema visivo dominato da valori eteronormativi.
Si tratta di un uso strategico del linguaggio visivo che opera sul doppio registro della chiarezza apparente e dell’ambiguità profonda, generando tensioni che stimolano lo spettatore a decifrare e riconoscere le molteplici sfumature del desiderio e dell’identità rappresentati.
Dissidenza visiva: il linguaggio pubblicitario come mezzo di lotta culturale
Il lavoro di Silombria nella pubblicità si inserisce in un più ampio discorso di dissidenza culturale, in cui l’arte e la comunicazione visiva diventano strumenti di resistenza e di trasformazione sociale. In un contesto italiano degli anni Sessanta e Settanta, segnato da un forte conservatorismo e da una visione rigidamente eteronormativa della sessualità, introdurre codici visivi queer, anche in forma sottile e ambigua, rappresentava un atto di coraggio e di rottura.
Questa dissidenza non si limita a contestare le norme estetiche e sociali, ma assume una dimensione politica, contribuendo a costruire una visibilità necessaria per le identità e le comunità LGBT che fino ad allora erano state largamente invisibilizzate o stigmatizzate.
Attraverso le sue campagne, Silombria partecipa a un processo di de-naturalizzazione delle rappresentazioni di genere e sessualità, offrendo modelli alternativi e aprendo spazi di riflessione e riconoscimento che saranno fondamentali per le successive lotte culturali e politiche.
Il ruolo pionieristico di Silombria e la sua eredità
La grammatica queer che Silombria sviluppa nel suo lavoro pubblicitario può essere considerata pionieristica nel panorama italiano, anticipando molte delle pratiche e delle tematiche che saranno centrali nelle arti visive queer degli anni successivi. La sua capacità di muoversi tra arte e comunicazione commerciale, tra visibilità e ambiguità, rappresenta un modello di come l’arte possa infiltrarsi nei meccanismi del potere per sovvertirli dall’interno.
L’eredità di questa pratica si riflette nelle successive generazioni di artisti e creativi che, seguendo percorsi simili, hanno saputo utilizzare linguaggi ibridi per promuovere identità e desideri al di fuori dei canoni tradizionali. Silombria, dunque, non è solo un artista e pubblicitario, ma un precursore di un modo di pensare e fare arte queer che continua a influenzare la cultura visiva contemporanea.
Conclusione: la pubblicità come spazio di libertà e sovversione queer
In conclusione, l’esperienza pubblicitaria di Marco Silombria non è da considerarsi una parentesi professionale o un semplice lavoro “commerciale”, ma un ambito di ricerca estetica e politica fondamentale. Attraverso un uso sapiente e innovativo della rappresentazione del corpo maschile, delle ambiguità erotiche e delle strategie di visibilità nascosta, Silombria ha saputo trasformare la pubblicità in un terreno di dissidenza e di emancipazione queer.
La sua grammatica visiva sovversiva continua a rappresentare un esempio importante di come l’arte e la comunicazione possano intrecciarsi per creare forme di rappresentazione alternative, capaci di contestare e ridefinire i confini della visibilità, del desiderio e dell’identità.
V. Dioniso e gli altri: la mitologia come alibi erotico
(le serie dionisiache, l’estetica classico-pop, il culto pagano del maschile)
Nel ricco e complesso percorso artistico di Marco Silombria, la mitologia si configura come una delle chiavi di volta più profonde e feconde per comprendere la sua poetica visiva e concettuale. Non si tratta di un mero riferimento iconografico o di un omaggio accademico, bensì di un vero e proprio dispositivo simbolico che permette all’artista di veicolare una potente estetica erotica, queer e sovversiva, mediata dal filtro di figure mitologiche che, per loro stessa natura, incarnano ambivalenze, tensioni e possibilità di trasgressione.
Tra tutte le figure mitiche che popolano il suo immaginario, Dioniso emerge come una presenza costante e centrale, al quale Silombria dedica intere serie di opere che possiamo definire “dionisiache”. Dioniso, dio del vino, della festa, dell’ebbrezza, ma anche della morte e della rigenerazione, rappresenta per l’artista un archetipo di mascolinità fluida e trasgressiva, un emblema della festa del corpo e del desiderio che si pone in opposizione all’ordine rigido e repressivo della società patriarcale e cristiana.
Le serie dionisiache: mito, corpo e trasgressione
Le “serie dionisiache” di Silombria costituiscono un vero e proprio corpus tematico e stilistico in cui il mito del dio greco si trasforma in un palcoscenico per la celebrazione del corpo maschile, dell’eros, e di una libertà erotica e culturale che sfida le norme. Queste opere si caratterizzano per una vivacità cromatica intensa, un dinamismo compositivo che richiama la festa e il disordine dionisiaco, e una rappresentazione del corpo maschile che alterna nudità esplicita, idealizzazione mitica e ironia sottile.
L’artista rielabora le iconografie classiche di Dioniso e dei suoi seguaci, i menadi e i satiri, fondendole con elementi di cultura pop, dal fumetto alla pubblicità, dalla moda alla cultura visiva urbana, in una fusione che Silombria stesso definisce “classico-pop”. Questo connubio tra antico e moderno permette di rendere il mito vivo e contemporaneo, e al contempo di utilizzare la distanza simbolica del mito come “alibi” per rappresentare il desiderio queer e l’erotismo maschile in forme non convenzionali.
Le figure dionisiache di Silombria sono spesso immerse in ambientazioni allusive, a volte carnali, dove il corpo si fa altare e tempio della festa e del caos, dove l’ebbrezza del vino si trasforma in ebbrezza di libertà e trasgressione. Il disordine, la violenza sacra, l’abbandono sensuale diventano forme di resistenza contro un mondo che reprime e censura.
L’estetica classico-pop: una fusione innovativa tra tradizione e contemporaneità
La forza comunicativa delle serie dionisiache risiede in gran parte nell’estetica “classico-pop” elaborata da Silombria, una sintesi efficace e provocatoria che combina il rigore formale e la simbologia dell’arte classica con i codici, le cromie e la cultura visiva della contemporaneità. Questa estetica si traduce in un linguaggio visivo immediato ma complesso, capace di parlare a un pubblico ampio e allo stesso tempo di stimolare una lettura più profonda e critica.
L’uso di colori accesi, di composizioni dinamiche e di riferimenti iconografici precisi ma reinvenzioni libere crea un effetto di straniamento che permette di far dialogare passato e presente, mito e realtà, erotismo e politica. L’artista non si limita a riprodurre le forme classiche, ma le riattualizza inserendo elementi tratti dalla cultura popolare, come grafiche pubblicitarie, stili di moda e persino dettagli che rimandano all’estetica queer emergente negli anni ’70 e ’80.
Questa fusione si configura come una strategia di sovversione: il mito antico, spesso percepito come freddo e lontano, diventa un veicolo di erotismo e di affermazione identitaria contemporanea. La distanza temporale funge da “alibi” che protegge e legittima la rappresentazione di corpi e desideri altrimenti marginalizzati o censurati.
Il culto pagano del maschile: eros, spiritualità e resistenza
Al centro di questa rilettura mitologica c’è un profondo richiamo al culto pagano del maschile, inteso come dimensione erotica, spirituale e politica. Dioniso incarna un modello di mascolinità che sfugge agli stereotipi dominanti: non è solo dio della forza o della virilità, ma anche della molteplicità, della fragilità, della fluidità e della trasformazione.
Silombria attinge a questa tradizione antica per costruire un’immagine del maschile che si contrappone alla cultura patriarcale e cristiana, che per secoli ha marginalizzato o demonizzato il corpo maschile omosessuale e il desiderio queer. Il culto dionisiaco, con le sue feste orgiastiche, i suoi riti di possessione e abbandono, diventa simbolo di una spiritualità alternativa, laica e profana, fondata sul corpo, sul desiderio e sulla libertà.
Questa sacralità pagana attraversa tutta l’opera di Silombria, conferendo alle sue immagini una dimensione quasi rituale, in cui l’eros non è solo un impulso carnale, ma un’esperienza esistenziale e politica, un atto di resistenza contro la repressione e l’invisibilità.
La mitologia come “alibi erotico” e dispositivo di legittimazione
Un aspetto cruciale della pratica artistica di Silombria è il modo in cui la mitologia funge da “alibi erotico”. Utilizzando figure e storie mitiche, l’artista riesce a rappresentare il desiderio maschile e le forme di sessualità non conformi in modo legittimato e simbolicamente potente. La mitologia crea uno spazio protetto, una distanza simbolica che consente di affrontare temi tabù o scomodi per la società del tempo.
In questa prospettiva, Dioniso e gli altri dèi diventano portavoce di una soggettività queer che altrimenti sarebbe stata invisibilizzata o condannata. Il mito offre una cornice narrativa e simbolica entro cui Silombria può esplorare l’erotismo, la corporeità e l’identità in modo complesso e articolato, senza dover sottostare alle censure dirette della cultura dominante.
Questa funzione dell’alibi mitologico ha radici profonde nella storia dell’arte e della cultura, e Silombria si inserisce in questa tradizione con un’originalità che ne fa uno dei precursori dell’estetica queer in Italia.
Dioniso, mito e contemporaneità: una lezione per l’arte queer
L’opera di Silombria insegna che la mitologia non è un retaggio statico, ma un linguaggio vivo e mutevole, capace di essere risemantizzato e trasformato per parlare alle esigenze estetiche e politiche di ogni epoca. Attraverso Dioniso e il culto pagano del maschile, Silombria costruisce una nuova grammatica queer che combina mito, erotismo e dissidenza.
La sua estetica classico-pop, fatta di dialoghi serrati tra antico e moderno, offre un modello di come l’arte queer possa agire sul tempo e sul significato, ridefinendo i confini della rappresentazione e aprendo spazi di libertà e riconoscimento.
In questo senso, le serie dionisiache non sono solo un omaggio al passato, ma un manifesto per un presente e un futuro in cui il desiderio, la diversità e la bellezza queer possono trovare una voce e un’immagine potente.
VI. L’estetica camp e la strategia dell’ironia
(confronto con Sontag, l’eccesso, il gusto decorativo, la teatralità queer)
L’estetica camp è uno dei concetti più rilevanti e stimolanti per comprendere l’opera di Marco Silombria, tanto nella sua dimensione artistica quanto in quella politica e identitaria. A partire dagli anni Sessanta e Settanta, il camp si configura come un fenomeno culturale che va ben oltre una semplice categoria estetica: diventa una forma di resistenza, di sovversione e di autoaffermazione di identità queer, una strategia che utilizza l’ironia, l’eccesso e il gusto decorativo per mettere in crisi i valori dominanti della cultura mainstream e delle gerarchie artistiche tradizionali.
Per orientarsi nel campo del camp è fondamentale il riferimento a Susan Sontag, la cui opera “Notes on ‘Camp’” (1964) rappresenta ancora oggi un testo cardine per capire come questo fenomeno possa essere letto non solo come gusto per l’artificio ma come un vero e proprio modo di abitare il mondo con uno sguardo dissidente. Silombria si situa esattamente in questa eredità, declinando il camp con un linguaggio visivo che esprime in modo potente e originale la complessità delle identità queer e la loro relazione con la cultura visiva.
Il camp come strategia estetica e politica
Per Silombria, il camp non è mai mera decorazione o esercizio formale, ma un dispositivo attraverso il quale si costruisce un discorso di dissidenza culturale e politica. L’ironia, l’eccesso e la teatralità diventano strumenti per affermare una soggettività queer che rifiuta la marginalizzazione e la censura, e che sfida i canoni rigidi di bellezza, buon gusto e normalità imposti dalla società.
L’arte camp di Silombria si fa così espressione di un rifiuto delle gerarchie: ciò che è considerato “kitsch”, eccessivo o sovraccarico diventa al contrario motivo di orgoglio estetico e identitario. Questa rottura è anche un modo per decostruire l’idea di “naturalezza” e di “autenticità”, rivelando come queste categorie siano spesso usate per escludere e marginalizzare chi non si conforma ai modelli eteronormativi.
In questo senso, l’estetica camp di Silombria si collega a una lunga tradizione queer che vede nell’ironia e nell’artificio delle armi potenti per contrastare l’oppressione culturale e politica.
L’eccesso come linguaggio e forma di resistenza
Una delle caratteristiche più evidenti del lavoro di Silombria è l’uso consapevole e sfrenato dell’eccesso. Nelle sue opere si assiste a un sovraccarico visivo di colori, forme, dettagli e riferimenti, che non solo catturano l’attenzione ma destabilizzano lo spettatore, costringendolo a rivedere i propri parametri estetici e culturali.
L’eccesso diventa un vero e proprio linguaggio, che permette di decostruire la sobrietà e la razionalità proprie dell’arte “ufficiale” e di aprire spazi di libertà espressiva e sperimentazione. Questo uso dell’eccesso non è mai casuale o fine a se stesso: rappresenta una strategia per rovesciare il valore di ciò che è considerato “bello” o “degno”, celebrando invece l’esagerazione come forma di verità e di potere.
Inoltre, l’eccesso si configura come un modo per rappresentare la complessità e la molteplicità delle identità queer, che sfuggono alle semplificazioni e alle categorie rigide imposte dalla cultura dominante. Attraverso il sovraccarico visivo, Silombria riesce a incarnare l’idea di un’identità fluida, stratificata e caleidoscopica.
Il gusto decorativo e la risemantizzazione della superficie
Il gusto decorativo è un altro elemento chiave della poetica camp di Silombria. Contrariamente alla tradizione estetica che svaluta la superficie a favore della profondità, l’artista valorizza la pelle delle sue immagini, la ricchezza dei pattern, l’ornamento come linguaggio e segno identitario.
Questa scelta rappresenta una vera e propria risemantizzazione della superficie, che diventa luogo di narrazione e di espressione. Le superfici decorate e sovraccariche nelle sue opere raccontano storie di differenza, desiderio e ribellione, e costituiscono una sfida al discorso dominante che tende a relegare il decorativo a una posizione subalterna o frivola.
Nel lavoro di Silombria, la superficie si fa tessuto di significati, strato complesso dove si intrecciano ironia, erotismo e critica sociale. Attraverso questo gusto decorativo, l’artista costruisce un’estetica che è insieme seducente e destabilizzante, capace di attirare lo sguardo ma anche di farlo riflettere.
La teatralità queer: performatività, ambiguità e costruzione dell’identità
La teatralità è una dimensione centrale nell’estetica camp di Silombria e nella sua strategia di rappresentazione. Le sue opere si presentano spesso come vere e proprie mise en scène, spazi scenici dove i corpi, i gesti, i costumi e gli oggetti diventano attori di un racconto complesso fatto di ambiguità, ambivalenze e rotture delle norme.
Questa teatralità riflette direttamente le teorie di Judith Butler sulla performatività del genere, secondo cui l’identità non è una realtà fissa ma un atto che si ripete e si reinventa costantemente. Nelle immagini di Silombria, questa idea prende corpo attraverso posture esagerate, sguardi stratificati e situazioni che oscillano tra ironia e dramma, tra esibizione e sottrazione.
Il risultato è una rappresentazione queer che non si limita a mostrare un’identità ma che la costruisce attivamente, mettendo in discussione le categorie binarie di genere e sfidando lo spettatore a un coinvolgimento critico e sensibile.
Il confronto con Susan Sontag: il camp come “love for the unnatural”
Nessun testo ha influenzato così profondamente la comprensione dell’estetica camp come il saggio di Susan Sontag, “Notes on ‘Camp’”. Sontag definisce il camp come un amore per tutto ciò che è artificiale, esagerato, teatrale, una celebrazione della finzione e dell’artificio. Questo amore non è ingenuo ma profondamente ironico e consapevole, una posizione estetica che si pone al di fuori dei valori tradizionali e che si fa politica attraverso la sovversione del gusto.
Silombria incarna questa concezione in modo pieno e articolato, facendo dell’ironia e dell’eccesso non solo un linguaggio visivo ma anche una pratica di vita e di resistenza. Attraverso il camp, l’artista costruisce un discorso che afferma la dignità e la visibilità delle identità queer in un contesto culturale che spesso le esclude o le reprime.
Inoltre, la riflessione di Sontag sul camp come “love for the unnatural” trova una corrispondenza nelle opere di Silombria che rifiutano ogni apparenza di naturalezza o autenticità prescritta, preferendo invece l’artificio, la messa in scena e la teatralità come forme di verità e libertà.
Camp, ironia e politica queer: una sintesi
L’estetica camp e la strategia ironica di Marco Silombria rappresentano dunque una sintesi originale e potente di dimensioni estetiche, culturali e politiche. Attraverso un uso consapevole dell’eccesso, del gusto decorativo e della teatralità, l’artista non solo costruisce un linguaggio visivo distintivo ma contribuisce a una ridefinizione radicale dell’identità, del desiderio e della visibilità queer.
L’ironia non è mai un mero scherzo o un’evitamento della serietà, ma una modalità di confronto con il mondo che permette di rivendicare uno spazio di libertà e di riconoscimento, sfidando le norme e le gerarchie imposte dalla cultura dominante.
Conclusione: un linguaggio visivo di liberazione e sovversione
In conclusione, il lavoro di Marco Silombria ci offre una lezione preziosa su come l’estetica camp e la strategia ironica possano essere strumenti di liberazione e sovversione. Attraverso la messa in scena dell’eccesso, il piacere per il decorativo e la teatralità, Silombria costruisce un discorso visivo che parla a tutte le identità marginalizzate e che invita a ripensare i confini del gusto, della bellezza e della rappresentazione.
Il suo camp non è solo un esercizio estetico ma un atto politico, una dichiarazione di esistenza e di resistenza che continua a influenzare e ispirare le arti visive queer contemporanee.
VII. L’invenzione della ceramica omoerotica
(Albissola, la tradizione popolare risemantizzata, Achille e Chirone, piatti votivi queer)
Nel vasto e sfaccettato panorama della produzione artistica di Marco Silombria, la ceramica rappresenta un ambito di assoluta innovazione e sperimentazione, un terreno dove si intrecciano con straordinaria efficacia la tradizione artigianale, la cultura popolare e un linguaggio queer radicale che rompe schemi e convenzioni. È in questo medium che Silombria dà vita a quella che può essere definita a tutti gli effetti come “ceramica omoerotica”: un’invenzione estetica e simbolica che sovverte i codici iconografici tradizionali e apre nuovi spazi di visibilità e rappresentazione per le identità queer nel contesto dell’arte italiana contemporanea.
Albissola: un crocevia storico di tradizione e avanguardia
Per comprendere appieno la portata rivoluzionaria di questa invenzione, è imprescindibile partire dal contesto geografico e culturale in cui Silombria ha operato. Albissola Marina, celebre fin dagli inizi del Novecento per la sua storica produzione ceramica, rappresenta da sempre un crocevia tra il mondo della tradizione artigianale e le sperimentazioni artistiche d’avanguardia.
Questa cittadina ligure, con le sue fornaci, i suoi maestri ceramisti e una comunità di artisti e intellettuali, è stata teatro di un dialogo continuo tra mestieri antichi e innovazioni estetiche: da Lucio Fontana a Asger Jorn, fino alle ricerche più sperimentali del secondo Novecento, Albissola è divenuta una sorta di laboratorio permanente di ricerca sulla ceramica come forma d’arte contemporanea.
In questo fertile terreno, Marco Silombria si inserisce non come un semplice erede, ma come un innovatore che sa rileggere e decostruire la tradizione per riconsegnarla a una dimensione nuova, attraversata da questioni identitarie, politiche ed erotiche fino ad allora poco esplorate nel medium.
La tradizione popolare risemantizzata: decostruzione e reinvenzione
La ceramica di Albissola tradizionalmente si fonda su forme, tecniche e motivi decorativi che rimandano a una cultura popolare profondamente radicata nei simboli religiosi, nelle pratiche quotidiane e nelle narrazioni collettive del territorio. Questo patrimonio è caratterizzato da un equilibrio tra funzionalità e decorazione, tra simboli sacri e immagini della vita rurale o marinara, in cui l’ornamento assumeva spesso una valenza protettiva o rituale.
Silombria, però, prende questi codici e li risemantizza completamente, usando la ceramica come “foglio bianco” su cui riscrivere una storia altra, che parla di corpi maschili, desiderio omoerotico e identità queer. Attraverso la manipolazione delle forme e l’uso di una figurazione audace, l’artista trasforma piatti, vasi, coppe e scodelle in superfici cariche di significati che dialogano con una memoria collettiva ma la sovvertono, aprendola a narrazioni di differenza e dissidenza.
In questo senso, la ceramica diventa per Silombria un mezzo per contestare la gerarchia tra arte “alta” e artigianato, tra tradizione e innovazione, mettendo in primo piano un linguaggio visivo che celebra il corpo e il desiderio maschile in tutte le sue sfumature, da quelle più intime a quelle più pubbliche e politiche.
Achille e Chirone: mito e omoerotismo reinventati
Tra i temi più emblematici e ricorrenti nelle ceramiche di Silombria spicca la rielaborazione della coppia mitologica di Achille e Chirone. La relazione tra il giovane eroe e il saggio centauro, tradizionalmente vista come un legame di insegnamento e protezione, viene da Silombria reinterpretata in chiave omoerotica, diventando un simbolo potente di amore, desiderio e formazione identitaria.
Le immagini che raffigurano Achille e Chirone nelle sue ceramiche non si limitano a riprodurre il mito classico, ma ne sottolineano la dimensione affettiva e passionale, spesso con una delicatezza e insieme una forza che sfidano le convenzioni di rappresentazione del corpo maschile. Questa reinvenzione mitologica funziona come un dispositivo di memoria e affermazione queer: il mito diventa strumento per raccontare storie di amore maschile che la cultura dominante ha a lungo taciuto o censurato.
I “piatti votivi queer”: rito, arte e identità
Un’innovazione concettuale e formale di enorme rilievo nella produzione ceramica di Silombria è la creazione di quelli che potremmo definire “piatti votivi queer”. Questi oggetti, ispirati alla tradizione dei piatti votivi delle culture popolari, vengono trasformati in supporti per rappresentazioni che celebrano l’eros maschile e le identità queer, facendone al tempo stesso strumenti rituali laici.
I piatti, spesso decorati con figure esplicite o simboli allusivi, svolgono una duplice funzione: da un lato sono opere d’arte uniche, realizzate con tecniche di grande maestria; dall’altro sono veri e propri segni di appartenenza, dispositivi di memoria e riconoscimento per una comunità che si riconosce nella celebrazione del desiderio omoerotico.
Questi piatti votivi queer si pongono come una sorta di antidoto alla cancellazione storica e culturale delle identità omosessuali e transgender, offrendo un’alternativa visiva e simbolica alle narrazioni ufficiali e alle forme di esclusione.
Tra memoria, identità e sovversione: la ceramica come atto politico
L’invenzione della ceramica omoerotica di Silombria non è quindi solo un’operazione estetica ma un atto politico e culturale di grande portata. Attraverso il recupero e la risemantizzazione della tradizione ceramica di Albissola, l’artista costruisce una genealogia visiva queer che si oppone all’oblio e alla marginalizzazione, e che apre spazi di libertà per la rappresentazione del desiderio e della differenza.
Il medium ceramico, con le sue radici nella cultura popolare e nella ritualità, diventa così un terreno di resistenza e di affermazione, capace di parlare sia alla comunità queer sia a un pubblico più ampio, ponendo questioni complesse su identità, memoria e rappresentazione.
Conclusione: una nuova grammatica della ceramica queer
In conclusione, la ceramica omoerotica di Marco Silombria rappresenta una delle più significative innovazioni nell’arte queer italiana del Novecento e oltre. Inserendosi nel solco della tradizione di Albissola ma al tempo stesso rivoluzionandola, Silombria trasforma la ceramica in uno strumento di narrazione e di affermazione identitaria radicale.
Le sue ceramiche, in particolare quelle dedicate alla coppia mitologica di Achille e Chirone e ai “piatti votivi queer”, incarnano una nuova grammatica visiva che unisce mito, erotismo e politica, proponendo un modello di arte che è insieme intima e collettiva, artigianale e concettuale, tradizionale e contemporanea.
Questa innovazione non solo amplia i confini espressivi del medium ceramico, ma contribuisce in modo decisivo a costruire una memoria visiva queer e a definire un’estetica omoerotica che continua a influenzare e ispirare le generazioni successive.
VIII. Il collage come poetica visiva dell’identità
(corpi ritagliati, testi calligrafici, frame pubblicitari: il montaggio dell’io erotico)
Nell’articolato e complesso percorso artistico di Marco Silombria, il collage assume una funzione centrale, non solo come tecnica ma soprattutto come poetica visiva che consente di indagare e rappresentare la complessità dell’identità queer, con un’attenzione particolare alle molteplici sfumature del desiderio e dell’erotismo maschile. Attraverso il montaggio di immagini disparate — corpi frammentati, testi calligrafici che vibrano di intimità e riflessione, e immagini tratte dalla cultura pubblicitaria — Silombria costruisce un vero e proprio “montaggio dell’io erotico”, un dispositivo visivo che decostruisce, smonta e poi ricompone la soggettività erotica in un modo profondamente stratificato, plurale e dinamico.
Corpi ritagliati: la frammentazione come metafora dell’identità queer
Uno degli elementi più riconoscibili e caratteristici nelle opere di Silombria è l’uso del corpo maschile non come figura compiuta o idealizzata, ma come elemento frammentato, scomposto e ricomposto attraverso la tecnica del collage. I corpi appaiono dunque ritagliati in pezzi – braccia, torsoli, gambe, volti – sovrapposti o disallineati, combinati in nuove forme e configurazioni che non replicano mai la realtà anatomica tradizionale, ma la trasformano in una narrazione visiva piena di tensioni, ambiguità e potenzialità.
Questa frammentazione non è casuale né meramente estetica: si fa metafora potente di un’identità queer che sfugge alla definizione univoca, che si costruisce attraverso una serie di frammenti di esperienza, desiderio e memoria. Il corpo così smembrato rappresenta un atto di resistenza contro la fissità e l’unità imposta dalle norme eteronormative e dall’arte tradizionale, dove il corpo è spesso ridotto a icona di un modello statico e omologato.
Nel collage di Silombria, il corpo si fa dunque terreno di sperimentazione formale ma soprattutto di esplorazione identitaria, dove la discontinuità è forza creativa e la sovrapposizione di pezzi racconta una soggettività fluida e performativa.
Testi calligrafici: la parola come estensione del corpo
A completare e amplificare questa messa in scena visiva vi sono i testi calligrafici, che nelle opere di Silombria non sono meri elementi decorativi, ma veri e propri dispositivi semantici e affettivi. Questi testi, spesso scritti a mano con una calligrafia personale e vibrante, si intrecciano con le immagini, stabilendo un dialogo intenso e a più livelli tra parola e immagine.
I contenuti possono spaziare da citazioni letterarie a frammenti poetici, da aforismi carichi di ironia a confessioni intime, e ogni volta la parola si fa portavoce di un sentimento, di una riflessione o di un desiderio che arricchisce la lettura dell’opera. La calligrafia, con la sua natura manuale e unica, introduce una dimensione di intimità e soggettività che si pone in tensione con la frammentazione visiva dei corpi.
In questo modo, la scrittura si configura come un’estensione del corpo erotico rappresentato, un modo per far emergere la voce interiore dell’io queer e per inserire nel collage un livello narrativo e simbolico che sfugge alla mera rappresentazione visiva. La parola e l’immagine si fondono così in un processo di costruzione continua dell’identità, dove il corpo non è solo materia ma anche linguaggio e racconto.
Frame pubblicitari: decostruzione e critica del desiderio consumistico
Un ulteriore elemento cardine nel collage di Silombria è l’uso di immagini e frame tratti dalla pubblicità, in particolare quelli che mostrano corpi maschili idealizzati o situazioni di consumo estetico e sessuale. Questi elementi, presi in prestito dal mondo dell’immagine commerciale, vengono inseriti, smontati e riassemblati nel contesto delle opere, assumendo nuovi significati e venendo decostruiti come strumenti di critica culturale.
Il sistema pubblicitario, infatti, è indagato da Silombria come meccanismo che costruisce e normalizza un certo modello di desiderio, spesso basato sulla mercificazione e sull’omologazione. Attraverso la pratica del collage, l’artista sottrae questi frame al loro uso originario, ne mette in evidenza le contraddizioni e apre la possibilità di una risemantizzazione: le immagini della pubblicità si fanno quindi materiale per una critica radicale e insieme per una celebrazione di un desiderio queer libero da vincoli.
Questa dialettica tra consumo e resistenza, tra omologazione e sovversione, è uno dei punti di forza del collage di Silombria, che usa il linguaggio visivo della cultura popolare per parlare di identità, potere e libertà.
Il montaggio dell’io erotico: un processo di costruzione identitaria dinamico e plurale
Combinando corpi frammentati, scritture calligrafiche e immagini pubblicitarie, Silombria costruisce quello che possiamo definire il “montaggio dell’io erotico”: una modalità poetica e politica di rappresentare un’identità queer che non è mai stabile, monolitica o univoca, ma un processo aperto, fluido e plurale.
Questo montaggio riflette le teorie contemporanee sull’identità come performatività e costruzione, in particolare nel contesto queer, dove il sé si forma attraverso un gioco continuo di apparenze, desideri, riferimenti culturali e personali. Il collage permette così di incarnare visivamente questa complessità, mostrando come l’identità erotica sia fatta di strati, di contraddizioni, di sovrapposizioni e di aperture al cambiamento.
Il risultato è una poetica visiva che rompe con la tradizione del ritratto unitario e stabile, offrendo invece un’immagine dell’io che è composita, molteplice e aperta, capace di raccontare storie personali e collettive insieme.
Il collage come dispositivo di liberazione e autoaffermazione
In ultima analisi, il collage di Marco Silombria non è solo una tecnica o uno stile, ma un vero e proprio dispositivo di liberazione che permette di mettere in scena un io erotico queer che si afferma attraverso l’ironia, la decostruzione e la risemantizzazione.
Attraverso questa pratica, l’artista non solo sfida le norme estetiche e culturali dominanti, ma crea uno spazio in cui la pluralità delle identità queer può trovare espressione e riconoscimento. Il montaggio visivo diventa così un atto politico di resistenza e autoaffermazione, un modo per dichiarare una presenza che si sottrae alle logiche della cancellazione e della marginalizzazione.
Conclusione: una poetica visiva complessa e stratificata
In conclusione, il collage come poetica visiva in Marco Silombria rappresenta una delle modalità più innovative e significative di esplorare e rappresentare l’identità queer e l’erotismo maschile. Attraverso la frammentazione del corpo, la scrittura calligrafica e la critica delle immagini pubblicitarie, l’artista costruisce un linguaggio che è allo stesso tempo intimo e collettivo, estetico e politico.
Il montaggio dell’io erotico non si limita a rappresentare, ma costruisce attivamente la soggettività queer, trasformando ogni opera in uno spazio di sperimentazione e di affermazione della diversità. Questa poetica complessa e stratificata continua a influenzare profondamente le arti visive contemporanee, affermando la forza e la vitalità di un’estetica queer che è tutt’altro che marginale.
IX. Politica dell’immagine: Fuori!, la visibilità, il Leslie-Lohman
(rapporti con il movimento LGBT, la ricezione internazionale, la cultura visiva queer)
L’opera di Marco Silombria si configura come un crocevia fondamentale tra estetica, identità e politica, un terreno di sperimentazione in cui la cosiddetta “politica dell’immagine” diventa strumento di lotta, visibilità e affermazione per la comunità LGBT italiana e internazionale. Questa dimensione politica si manifesta con particolare forza attraverso la sua stretta collaborazione con la storica rivista Fuori!, un nodo imprescindibile nella rete del movimento gay italiano dagli anni Settanta in poi, e attraverso la ricezione e il dialogo con istituzioni di respiro globale come il Leslie-Lohman Museum di New York. In questo capitolo si intende ricostruire e analizzare come Silombria abbia saputo coniugare la sua ricerca artistica con la necessità di una rappresentazione politica del corpo e del desiderio queer, contribuendo a costruire una cultura visiva capace di sovvertire l’invisibilità e l’emarginazione.
Fuori!: la rivista come piattaforma di visibilità e dissidenza
Nata nel 1971, Fuori! si pone come la prima rivista italiana interamente dedicata alle questioni gay e lesbiche, diventando immediatamente un punto di riferimento essenziale per un movimento che cercava di affermarsi in un contesto sociale, culturale e politico profondamente ostile e spesso violento. La rivista non fu solo un contenitore di informazioni o un semplice mezzo di comunicazione, ma un vero e proprio laboratorio di idee, un manifesto di una nuova visione della sessualità, del corpo e dell’identità.
Marco Silombria, sin dagli inizi della sua carriera artistica, ha trovato in Fuori! non solo uno spazio per esprimere la sua arte, ma un interlocutore attivo nelle battaglie per la visibilità, la dignità e il riconoscimento dei diritti LGBT. La collaborazione con la rivista ha permesso all’artista di sviluppare una politica dell’immagine che aveva come obiettivo quello di superare le rappresentazioni stereotipate e marginalizzate offerte dai media mainstream, proponendo immagini che fossero autentiche, sovversive e inclusive.
Le sue opere pubblicate su Fuori! – dai collage ai disegni fino alle fotografie manipolate – si configurano come veri e propri manifesti visivi, che parlano direttamente alla comunità queer, ne rappresentano le tensioni, le aspirazioni e i conflitti, e contribuiscono a costruire una narrazione alternativa che sfida il silenzio e l’isolamento.
La visibilità queer come pratica politica e artistica
Per Silombria, la visibilità non è mai un dato scontato o neutrale, ma un atto politico carico di significato e di rischi. In un’epoca in cui l’omosessualità veniva ancora spesso nascosta o stigmatizzata, l’atto di mostrarsi, di rappresentarsi nelle proprie differenze e nelle proprie passioni, diventava una forma di resistenza radicale.
L’arte di Silombria, quindi, si inscrive in questa pratica di visibilità come un processo di affermazione e autodeterminazione, che utilizza l’immagine per rompere con l’invisibilità e per reclamare uno spazio di presenza e riconoscimento. Le sue opere non si limitano a esporre il corpo o il desiderio, ma mettono in scena la complessità dell’identità queer, con tutte le sue sfaccettature, contraddizioni e potenzialità di trasformazione.
Questa visibilità, tuttavia, non è mai ingenua o celebrativa fine a se stessa. È una pratica politica che si confronta con le forme di oppressione e censura, che usa l’ironia, la provocazione e l’ambiguità come strumenti di sovversione e ridefinizione del senso. L’arte di Silombria si fa così uno spazio di conflitto, ma anche di speranza e di solidarietà, un medium attraverso cui costruire una comunità visiva e culturale.
Il Leslie-Lohman Museum: un riconoscimento internazionale e un dialogo globale
L’inclusione delle opere di Marco Silombria nelle collezioni e nelle esposizioni del Leslie-Lohman Museum of Gay and Lesbian Art, istituzione con sede a New York fondata nel 1987 e tra le più importanti al mondo dedicate all’arte queer, segna un passaggio cruciale per la ricezione internazionale del suo lavoro.
Questo riconoscimento consente a Silombria di inserirsi in un discorso artistico transnazionale, fatto di scambi, influenze reciproche e di una rete di artisti e intellettuali che condividono un impegno politico e culturale simile. La presenza al Leslie-Lohman non è solo un attestato di qualità estetica, ma un segno della capacità di Silombria di parlare a un pubblico globale, di contribuire alla costruzione di una memoria visiva queer che trascende i confini nazionali e culturali.
Attraverso questo dialogo internazionale, il lavoro di Silombria acquista una dimensione ulteriore, quella di ponte tra culture, storie e comunità diverse, facendo dell’arte un linguaggio universale di resistenza e affermazione.
La cultura visiva queer: identità, memoria e rivoluzione
L’arte di Marco Silombria si inserisce in un più ampio contesto di cultura visiva queer che, a partire dagli anni Settanta, ha giocato un ruolo centrale nel processo di costruzione di identità collettive, nella memoria storica e nella rivendicazione politica.
Questa cultura visiva, che comprende media diversi come la fotografia, la pittura, la performance e appunto il collage, si caratterizza per la sua capacità di decostruire e risemantizzare i codici visivi dominanti, di recuperare narrazioni e storie cancellate dalla storia ufficiale, e di proporre nuove modalità di rappresentazione della sessualità e del genere.
Silombria contribuisce a questa cultura con una poetica che coniuga estetica e impegno politico, con una capacità unica di rappresentare il desiderio e il corpo maschile queer in tutta la loro complessità e ambivalenza, tra ironia, sacralità profana e denuncia.
L’arte come strumento di lotta e di costruzione comunitaria
Attraverso le sue immagini, Silombria costruisce uno spazio visivo dove la comunità LGBT può riconoscersi e trovare una voce. In un contesto storico e culturale in cui la rappresentazione queer era spesso assente o caricaturale, la sua arte si pone come una forma di resistenza contro l’invisibilità e la marginalizzazione.
Questa costruzione comunitaria si realizza non solo attraverso la produzione artistica, ma anche grazie al suo impegno diretto nelle reti del movimento LGBT, alle collaborazioni con riviste come Fuori! e alle esposizioni in contesti internazionali.
L’arte diventa così un mezzo per unire, mobilitare e rafforzare una comunità che lotta per i propri diritti e per la propria dignità, facendo dell’immagine un luogo di memoria, affermazione e trasformazione sociale.
Conclusione: la centralità della politica dell’immagine in Silombria
In sintesi, la “politica dell’immagine” in Marco Silombria è un nodo imprescindibile per comprendere non solo la sua produzione artistica, ma anche il suo ruolo nel movimento LGBT e nella cultura visiva queer globale.
Attraverso la collaborazione con Fuori!, il riconoscimento internazionale del Leslie-Lohman Museum e il dialogo con una cultura visiva in continua evoluzione, Silombria ha contribuito a ridefinire il significato della visibilità queer, trasformandola in una pratica politica, estetica e culturale.
La sua arte si configura così come un potente strumento di lotta e di affermazione, capace di parlare a molteplici pubblici e di costruire una memoria collettiva che resiste all’oblio e all’esclusione.
X. Confronti e genealogie
(con Tom of Finland, Ontani, Giosetta Fioroni, Pierre et Gilles, artisti pop queer)
Per comprendere appieno la portata dell’opera di Marco Silombria è necessario collocarla in un sistema di riferimenti che ne illumini l’originalità e ne faccia risaltare le risonanze, i contrappunti, le divergenze e le affinità con altri protagonisti dell’immaginario queer e pop degli ultimi decenni. Le sue opere non vivono in un isolamento autoreferenziale, ma si nutrono di un dialogo costante – conscio o sotterraneo – con una costellazione di artisti che, nel secondo Novecento, hanno contribuito a definire un’estetica dissidente, laterale, ostinata e scandalosa. Queste genealogie non vanno intese come mere fonti di influenza, ma come tessuti intersezionali, territori estetici e politici attraversati da correnti comuni e da reazioni singolari. In questa cartografia alternativa, le figure di Tom of Finland, Ontani, Giosetta Fioroni, Pierre et Gilles, e una più vasta genealogia di artisti pop queer, costituiscono nodi cruciali di confronto.
Tom of Finland: tra pornografia liberatoria e codici di potere
Nessuna riflessione sulla rappresentazione del desiderio maschile queer può prescindere da Tom of Finland. Le sue figure muscolari, ipervirilizzate e sessualmente esplicite hanno segnato una rivoluzione nell’immaginario omoerotico del secondo Novecento. I suoi disegni, pubblicati inizialmente in circuiti underground, hanno svolto una funzione duplice: da un lato hanno celebrato con fierezza e senza pudore il desiderio omosessuale maschile; dall’altro, hanno anche messo in crisi i modelli repressivi dell’identità gay, proponendo una performatività virile capace di ribaltare la marginalizzazione attraverso l’ipertrofia.
Marco Silombria, pur operando in tutt’altro registro, condivide questa volontà di mostrare il desiderio. Ma mentre Tom of Finland lavora con una mitologia iperfallica e un’estetica patinata da rivista fetish, Silombria preferisce la frammentazione, la sovrapposizione, il decoro ironico, la moltiplicazione dei livelli simbolici. Se Tom costruisce icone di potere e possesso, Silombria lavora piuttosto su immagini di tensione, cortocircuito e transito. Il corpo maschile in Silombria non è l'arma, ma il codice: non qualcosa che conquista, ma qualcosa che si fa enigma, reliquia, idolo sfaldato.
Entrambi, però, operano in un territorio comune: quello della liberazione iconografica del maschile queer, del rifiuto dell’invisibilità, della costruzione di una mitologia alternativa, fondata non sul nascondimento ma sull’esibizione erotica, sul piacere della forma, sulla centralità del corpo come soggetto e non più come oggetto marginale o patologizzato.
Ontani: teatralità, travestimento e il mito come carne
In un altro angolo del panorama artistico italiano, Giulio Paolini Ontani ha percorso una strada fatta di travestimenti, di reinvenzione del mito, di tableaux vivants in cui la sua stessa immagine veniva ritualizzata e mitizzata. Il confronto tra Silombria e Ontani è tanto più fertile quanto più si riconosce che entrambi operano in un territorio simile: quello in cui l’estetica diventa espressione della metamorfosi dell’identità, quello in cui il corpo viene messo in scena come entità inafferrabile, volubile, iconica e ironica.
Ontani si traveste da Narciso, da Krishna, da Pinocchio, da San Sebastiano. Silombria non mette se stesso in scena, ma i suoi collages, le sue ceramiche, i suoi oggetti votivi queer sono altrettanti travestimenti simbolici del desiderio. Se Ontani è l’attore che agisce la metamorfosi, Silombria è il regista e il montatore: colui che compone immagini in cui Dioniso, Achille, Chirone, l’adolescente e il soldato si sovrappongono in una liturgia profana.
Entrambi usano l’ironia come strumento destabilizzante. Ma l’ironia di Ontani è luminosa, barocca, giocosa fino alla vertigine kitsch. Silombria invece maneggia un’ironia più intima, melanconica, carica di ombre. Anche la teatralità che li accomuna si declina diversamente: Ontani costruisce mascherate neoclassiche, Silombria altarini queer, reliquiari erotici, collage sacro-profani in cui il corpo maschile si fa oggetto liturgico e contemporaneamente feticcio erotico.
Giosetta Fioroni: la sensibilità del corpo, tra memoria e trasparenza
Il confronto con Giosetta Fioroni può sembrare meno ovvio, ma risulta sorprendentemente illuminante. Entrambi si muovono dentro un’estetica che intreccia figurazione e memoria, corpo e mito, desiderio e perdita. Fioroni ha rappresentato, attraverso la sua pittura argentata e i suoi ritratti delicati, una riflessione profonda sull’identità femminile, sulla memoria personale, sullo spazio intimo del corpo come scrittura.
Silombria lavora su un’asse simile, ma a partire dalla maschilità queer. Come Fioroni costruisce uno sguardo sul femminile che è insieme poetico e politico, Silombria fa lo stesso con il maschile: lo rende opaco, fragile, sacro, contaminato. Entrambi si confrontano con un’idea di rappresentazione che non vuole dire “esporre” ma piuttosto “preservare”, “accogliere”, “testimoniare”.
I testi scritti a mano nei collage di Silombria, le sue superfici ceramiche decorate da mani, piedi, falli e citazioni mitologiche, condividono con le opere di Fioroni quella qualità diaristica, quasi confessionale, che rende ogni oggetto un luogo di passaggio tra intimità e iconografia.
Pierre et Gilles: il kitsch come forma d’amore
Il duo francese Pierre et Gilles, un pittore e un fotografo che insieme creano ritratti ipercolorati, decoratissimi, teatrali e intensamente queer, rappresenta un punto di confronto particolarmente fecondo per comprendere la postura visiva di Silombria. Tutti e tre lavorano a una estetica del desiderio, in cui il corpo maschile si trasfigura in icona, santo, eroe, diva, e lo fa sempre nella consapevolezza di essere costruzione, maschera, artificio.
Pierre et Gilles però inseguono l’immagine perfetta, patinata, fiabesca, mentre Silombria si lascia attraversare dalla dissonanza. Le sue immagini non sono mai del tutto finite: appaiono sospese, cucite, incollate, spesso con materiali poveri o effimeri. Se i francesi esaltano l’immagine fotografica con la pittura, Silombria la frantuma, la interroga, la contamina con calligrafie, con frammenti ceramici, con tagli e montaggi.
Tuttavia, condividono un intento comune: la volontà di rendere il desiderio visibile, di trasformare il corpo queer in arte votiva, in offerta barocca, in epifania di bellezza dissonante.
Pop queer: genealogie sotterranee
Oltre i nomi celebri, Silombria si inscrive in una genealogia diffusa, disseminata in molte scene artistiche indipendenti, che va dai lavori pop di David Hockney ai manifesti di General Idea, dai tableaux pop-surrealisti di Mark Ryden ai fumetti underground di Nazario, fino a certi oggetti-scultura di Stefano Pelloni o alle performance d’identità fluida di Leigh Bowery.
Tutti questi artisti – anche se in forme e contesti diversi – hanno contribuito a costruire un immaginario queer alternativo, in cui il corpo, il desiderio, la memoria e il gioco diventano strumenti per ribaltare la norma. Marco Silombria, con la sua estetica ibrida e antigerarchica, con la sua volontà di fondere cultura alta e bassa, sacro e pubblicitario, colloca la sua opera al centro di questa galassia.
Eredita dalla pop art non solo i materiali e le tecniche, ma soprattutto la capacità di interrogare l’immagine come veicolo di potere. Eredita dal queer un atteggiamento di sovversione affettuosa, in cui il piacere visivo è sempre anche critica, e l’ornamento si fa tattica.
Conclusione: una genealogia inquieta, una postura minoritaria
Il lavoro di Silombria si definisce tanto per ciò che abbraccia quanto per ciò da cui si discosta. È vicino a Tom of Finland, ma rifiuta l’ipermascolinità; dialoga con Ontani, ma preferisce l’altare alla maschera; si ritrova con Pierre et Gilles nella celebrazione queer, ma predilige il collage alla perfezione; si avvicina a Fioroni per intensità emotiva, ma con un erotismo più esplicito. È dentro, eppure ai margini. È queer proprio perché instabile, mobile, cangiante.
La sua posizione è quella di un artista minoritario per scelta e per tensione, che ha costruito una genealogia personale dentro un paesaggio condiviso. Marco Silombria non replica nessun modello, ma s’intesse con essi. Li rifrange. Li sovverte. E proprio per questo, il suo lavoro è oggi più che mai necessario.
XI. La marginalità come scelta e condanna
(perché Silombria non è nei manuali? quale spazio per l’arte queer in Italia?)
C’è un punto cieco nella narrazione ufficiale dell’arte italiana del secondo Novecento. Non è un’assenza qualunque, non è solo una lacuna accidentale. È una zona d’ombra strutturale, un silenzio che sa di rimozione, un’elusione che corrisponde a un disagio profondo: quello di nominare apertamente, legittimare storicamente e accogliere pienamente l’alterità queer nell’immaginario visivo nazionale. Marco Silombria – artista raffinato, visionario, poliedrico, radicale – abita da sempre questa zona d’ombra. E la sua esclusione dai manuali, dai programmi di storia dell’arte, dalle grandi narrazioni critiche, non è solo l’effetto collaterale di una mancanza di attenzione: è il sintomo acuto di una cecità sistemica, di un dispositivo culturale che non ha mai saputo cosa fare dell’eccedenza erotica, dell’ambiguità identitaria, del desiderio che sfugge all’ordine del visibile.
Nel caso di Silombria, questa marginalità è tanto più paradossale quanto più la sua opera tocca con precisione le questioni che oggi definiscono il dibattito artistico e sociale globale: l’identità fluida, la rappresentazione del corpo, la politicità del desiderio, l’intersezione fra arti visive, cultura popolare, attivismo e artigianato. Eppure, nel contesto italiano, questi temi sembrano ancora “difficili”, “di nicchia”, se non addirittura “imbarazzanti”. Perché?
I. Un’arte che non chiede il permesso: la marginalità come posizione deliberata
Silombria non è stato un escluso inconsapevole, né un artista respinto dalla porta dell’istituzione. Fin dall’inizio, ha scelto di non partecipare alla liturgia dell’inserimento, ha rifiutato le liturgie del potere artistico, preferendo luoghi minoritari, pubblicazioni indipendenti, contesti marginali, ambienti in cui l’arte non doveva chiedere il permesso per esistere. La sua opera nasce e si sviluppa nei circuiti della controcultura, nei laboratori artigianali di Albissola, tra collage autoprodotti, oggetti feticcio, edizioni limitate, corrispondenze erotico-visive che giravano tra amici, amanti, attivisti, lettori di Fuori!.
Silombria non ha mai cercato di adeguarsi alla forma-arte borghese: non ha corteggiato le gallerie, non ha stilizzato la sua sessualità per renderla più vendibile, non ha ripulito l’estetica del desiderio dai suoi lati scomodi. Ha lavorato come un orologiaio dell’immaginario queer: con pazienza, con minuzia, con esattezza affettiva. La marginalità, per lui, è stata uno spazio di verità. Non un limite, ma una scelta. Una disciplina.
Ma scegliere il margine non significa necessariamente voler restare invisibili. Significa piuttosto ricusare i codici dell’inclusione normativa, rinunciare alla trasparenza per rivendicare la complessità. E nel farlo, Silombria ha creato una produzione artistica che, proprio perché non conciliata con i paradigmi istituzionali, oggi si rivela più che mai urgente.
II. Una rimozione culturale: quando l’arte queer non trova lingua
C’è tuttavia una dimensione che supera la scelta individuale, e riguarda più ampiamente il quadro culturale e istituzionale italiano. L’assenza di Silombria dai manuali e dai curricula scolastici non è un caso isolato. È parte di un processo sistemico di cancellazione – o, peggio, di esilio volontario – che ha riguardato gran parte della produzione artistica queer italiana del secondo Novecento. A differenza di altri contesti (basti pensare agli Stati Uniti, alla Germania, persino alla Spagna postfranchista), l’Italia ha mantenuto a lungo una concezione monolitica, eterosessualista e patriarcale dell’arte, costruita attorno a un’idea di “maestro”, di “stile”, di “poetica personale” completamente disancorata da qualsiasi riflessione sul genere, sul corpo, sulla sessualità come forme di espressione politica.
Silombria non entra nei manuali perché non si può incasellare nella dialettica astrattismo/figurazione, concettuale/transavanguardia, lirismo/denuncia. Il suo lavoro si muove in un territorio fluido, in cui le opposizioni canoniche perdono senso. Collage, ceramica, disegno, pubblicità, performance domestiche, oggetti devozionali, erotismo diaristico: è difficile – e per certi critici, scomodo – mappare tutto questo dentro le categorie convenzionali della storia dell’arte.
A ciò si aggiunge una lingua critica inadeguata: il lessico della storiografia artistica italiana, per lunghi anni, non ha avuto gli strumenti per parlare di desiderio queer, per leggere le iconografie omoerotiche se non in chiave “accademica” o folcloristica. Manca, ancora oggi, una genealogia dichiarata dell’arte queer in Italia. E dove manca la genealogia, manca anche la possibilità di riconoscimento.
III. Il silenzio delle istituzioni: musei, gallerie, editoria
Le istituzioni artistiche italiane – musei, fondazioni, università, riviste – hanno giocato in questo processo un ruolo ambivalente. Da un lato, hanno continuato a proporre una narrazione che esclude sistematicamente le soggettività non conformi; dall’altro, quando hanno cercato di “includere” il tema del queer, lo hanno fatto spesso in modo estemporaneo, episodico, senza strutturare un campo critico, archivistico, pedagogico.
Silombria, ad esempio, non è mai stato oggetto di una retrospettiva pubblica, né le sue opere sono state acquisite dai principali musei d’arte contemporanea italiani. Le mostre che lo hanno coinvolto hanno avuto luogo in spazi alternativi, in collettive internazionali o in iniziative autofinanziate. Eppure, basterebbe uno sguardo minimamente aggiornato alla scena queer globale per capire quanto il suo linguaggio sia profondamente attuale: per tecnica, per contenuto, per capacità di costruire un’iconografia minoritaria potente, affettiva, mobile.
Nel frattempo, mentre il mondo anglosassone archivia, valorizza, digitalizza, Silombria resta affidato alla memoria orale, alla testimonianza affettiva, al collezionismo privato. Questa precarietà della trasmissione è parte integrante della marginalità queer in Italia. Ed è anche un’urgenza: se non si costruisce ora un archivio, una mappa, un atlante critico di questa produzione, il rischio è di perderne definitivamente le tracce.
IV. Queer e provincialismo: un nodo ancora irrisolto
Un altro ostacolo strutturale è costituito da quello che potremmo chiamare il provincialismo omofobo della critica italiana. Salvo rare eccezioni, la cultura accademica ha spesso trattato il queer come un “tema sociale”, relegandolo a dibattiti sociologici o a questioni di costume. Raramente lo si è pensato come paradigma epistemologico, come forma di sapere e dispositivo critico capace di ridisegnare l’intera architettura della narrazione artistica.
Silombria – con il suo mescolare artigianato, immaginario classico, cultura visiva popolare, mitologia pagana e soggettività queer – mette in crisi questo impianto. Non offre opere “illustrative” di un’identità, ma oggetti di pensiero, immagini che interrogano l’ordine stesso della rappresentazione. È per questo che viene rimosso: non perché non sia abbastanza “importante”, ma perché è troppo complesso, troppo ambivalente, troppo eccentrico per essere facilmente assorbito dentro i modelli lineari della storia dell’arte.
V. Perché oggi serve Silombria: la marginalità come futuro
Eppure, proprio oggi, in un’epoca in cui le soggettività LGBTQIA+ sono al centro di nuovi attacchi, ma anche di nuove forme di visibilità e riconoscimento, la figura di Silombria torna ad apparire urgente, necessaria, viva. È urgente per la sua capacità di creare immagini erotiche senza pornografia, politiche senza slogan, sacre senza religione. È necessaria per la sua abilità nel trasformare la marginalità in linguaggio, il silenzio in scrittura, la censura in ornamento.
Silombria ci offre un modello di artista che non chiede spazio, ma lo costruisce: con la ceramica, col collage, con le sue corrispondenze private, con le sue piccole liturgie estetiche. E questo modello è, oggi, una lezione: per gli artisti, per i curatori, per gli storici dell’arte. È il segno che la vera innovazione non si misura nei metri quadrati espositivi, ma nella profondità dello sguardo.
Conclusione: riscrivere il canone
Se vogliamo davvero parlare di giustizia culturale, dobbiamo riscrivere il canone. Non basta aggiungere un nome qua e là, non serve una “quota queer” nelle mostre istituzionali. Occorre rivedere radicalmente le mappe, gli strumenti, le domande. Silombria, con la sua marginalità scelta e subita, con la sua opera fragile e potentissima, ci invita a fare proprio questo: a decanonizzare il sapere, a ripensare la storia, a costruire un’estetica che parta non dal centro, ma dal margine. Perché è dal margine che si vede meglio quanto è vasto il mondo. E quanto ancora c’è da raccontare.
Con grande piacere, ecco la versione ulteriormente triplicata del capitolo XII, concepita come una vera e propria epifania critica finale, dove convergono i temi analizzati lungo il saggio: la centralità del corpo, l’uso dell’ironia come linguaggio di sovversione, la bellezza come gesto dissidente. Ma anche la figura stessa di Marco Silombria, eletto a testimone incarnato di una memoria queer non musealizzata, ma viva, stratificata, in continua mutazione. Il testo si apre, si dilata, si moltiplica in uno stile volutamente fluido, ibrido e avvolgente, come lo sono state le sue opere.
XII. Conclusione: Marco Silombria come archivio vivente del desiderio
(una poetica del corpo, dell’ironia, della bellezza dissidente)
Di fronte all’opera e alla traiettoria esistenziale di Marco Silombria, non possiamo limitarci a trarre delle conclusioni. Piuttosto, siamo chiamati a sostare — ancora e di nuovo — dentro la sua opera come si sosta in un luogo sacro e profano al tempo stesso: un territorio liminale, abitato da frammenti, icone, corpi, superfici decorate, presenze assenti e assenze profondamente presenti. Non c’è una chiusura, ma un’apertura finale, un varco che ci invita a riconoscere in lui non solo un artista “dimenticato” o “da riscoprire”, ma qualcosa di molto più complesso, e insieme più fragile: un archivio vivente del desiderio.
Non un archivio nel senso classico e museografico del termine — ordinato, sistematizzato, schedato — ma un archivio pulsante, contraddittorio, emotivo, affettivo, disseminato nei corpi e negli oggetti, nei dettagli e nelle superfici, nei suoi collage e nei suoi piatti ceramici, nelle sue calligrafie erotiche e nei ritagli pubblicitari ridipinti. Un archivio di cui non si possiede mai la chiave intera, ma a cui si accede sempre attraverso un atto di desiderio: guardare, ricordare, toccare, amare.
In questa conclusione, che più che tale è un’apertura perpetua, si concentrano tre direttrici fondamentali che attraversano la sua poetica: il corpo come materia e visione, l’ironia come gesto linguistico e difensivo, la bellezza come forma dissidente dell’amore.
I. Il corpo come trama e teatro del desiderio
Silombria ha costruito, per tutta la sua vita, una cosmogonia del corpo. Ma non un corpo generico, né tantomeno idealizzato secondo modelli normativi. Il suo è il corpo queer, maschile, desiderante, vulnerabile, esposto. È un corpo che non viene documentato ma immaginato, inventato, sognato, erotizzato e insieme spiritualizzato. Ogni nudo maschile disegnato, inciso, fotomontato da Silombria è una confessione visiva, un atto d’amore, un frammento autobiografico traslato in immagine. Non c’è voyeurismo, ma invocazione; non c’è pornografia, ma liturgia del desiderio.
In questo senso, il corpo nei suoi lavori non è mai solo un oggetto da guardare, ma una superficie di proiezione e di relazione. È allo stesso tempo l’altro e l’io, il volto e il doppio, il santo e il feticcio. Quando Silombria rappresenta Achille, o un efebo moderno ritagliato da una pubblicità di moda, non sta dipingendo un corpo ideale, ma un luogo di tensione fra ciò che è amato e ciò che è perduto, fra ciò che si desidera e ciò che non si può possedere. Il corpo è, insomma, la pagina su cui si scrive l’inesprimibile.
Ecco perché la sua iconografia ha una forza che sfugge all’analisi puramente stilistica. È un’iconografia che prega senza religione, ama senza censura, rappresenta senza normalizzare. Ogni opera è un atto di devozione — ma anche di resistenza — in un mondo che ha storicamente rimosso i corpi gay come soggetti legittimi di bellezza, sacralità e memoria.
II. L’ironia come gesto sovversivo e affettivo
In una cultura — quella italiana — che ha fatto dell’“autenticità” e della “serietà” i capisaldi dell’espressione artistica maschile, Silombria ha operato con disarmante libertà, rifiutando ogni rigidità espressiva e scegliendo l’ironia come grammatica costitutiva del suo universo visivo. Ma la sua ironia non è distacco, non è scherno, né sarcasmo: è gioco e protezione insieme, maschera e rivelazione. È un modo per dire l’indicibile senza soccombere, per parlare di erotismo senza cadere nell’osceno, per toccare il trauma senza rinunciare alla grazia.
I suoi lavori, i suoi piatti dipinti, i suoi collage, sono spesso punteggiati da un’umorismo sensuale, delicatamente kitsch, talvolta volutamente infantile o malizioso, in bilico tra erotismo e tenerezza. Questo linguaggio — pieno di fiori, di decorazioni, di calligrafie carezzevoli — mette in crisi il modello virile dell’artista italiano: quello duro, apocalittico, ossessionato dall’angoscia. Silombria, al contrario, è un artista della sovversione gentile, dell’estetica camp non come posa, ma come linguaggio interiore.
L’ironia, in lui, si fa resistenza queer, una modalità espressiva che permette di convivere con la marginalizzazione senza interiorizzarla, di trasformare la ferita in cifra formale, la solitudine in iconografia erotica condivisibile. E in questo, egli si pone — senza proclami — nel solco di una genealogia silenziosa di artisti queer italiani, da Tiepolo a Ontani, da Fioroni a Mario Mieli, da Tondelli a Gianni De Martino, da Jannis Kounellis (nella sua estetica antiretorica) fino a Tommaso Binga.
III. La bellezza come forma politica della dissidenza
In ogni opera di Silombria si sente una fame profonda di bellezza — ma una bellezza altra, non mercificabile, non assorbibile dal sistema. Una bellezza ferita, personale, votiva, che nasce da ciò che non ha cittadinanza nella cultura dominante. Una bellezza queer, in fondo: eccedente, laterale, non autorizzata. Ed è proprio questo il suo gesto più politico: non quello di denunciare, ma di continuare ad amare, a decorare, a inventare immagini dell’amore queer quando il mondo le nega.
Nei suoi piatti, nei suoi disegni, nei suoi collage di corpi, Silombria ci consegna una contro-storia della bellezza: una bellezza che non serve a piacere, ma a far esistere ciò che altrimenti non avrebbe mai trovato forma. In questo, l’artista diventa custode di un’estetica dell’ombra, una forma di grazia che nasce nei margini, che non vuole essere assoluta ma vicina, tangibile, domestica. I suoi lavori non pretendono di rivoluzionare il mondo — eppure lo fanno, silenziosamente, nel modo in cui ci invitano a sentire, a vedere, a ricordare.
È qui che Silombria diventa un archivio vivente. Perché ci ricorda, opera dopo opera, che l’arte queer è sempre anche un atto d’amore per chi verrà dopo. Non è mai solo autorappresentazione, ma trasmissione. Non è solo testimonianza, ma condivisione di una lingua comune, fatta di icone, di simboli, di feticci, di carezze visive. E allora il suo lascito non è solo quello di un artista da studiare, ma di un parente affettivo, di un alleato che ci tende immagini come si tenderebbero lettere, diari, frammenti di sé.
IV. Per un’estetica queer italiana: l’attualità di Silombria
Oggi, in un panorama globale in cui la cultura queer è più visibile ma anche più a rischio di semplificazione, Marco Silombria ci appare non come figura da recuperare, ma da riattivare. Non è l’“artista gay dimenticato” da restituire alla storiografia, ma un modello di resistenza, un modo di essere artista che può parlare con forza a chi oggi cerca linguaggi del dissenso non urlato, dell’intimità che si fa forma, del piacere che si fa politica.
Il suo archivio — privato, disseminato, non ancora pienamente catalogato — è anche un invito. Un invito a raccogliere le immagini che ancora non sono state accolte, a costruire nuovi luoghi dell’immaginario queer italiano, a dare finalmente diritto di cittadinanza all’arte del desiderio. Ma è anche un promemoria personale: che si può vivere senza essere al centro, che si può fare arte senza essere celebri, che si può amare attraverso la materia, la forma, il colore, la carta, la ceramica, senza mai perdere la dignità del gesto.
Marco Silombria, con il suo corpo d’artista disseminato tra Savona, Torino, Albissola, le riviste, i frammenti, le immagini, i piatti, i volti, ci consegna una poetica erotica della marginalità. Una poetica che non vuole essere né salvata né redenta, ma riconosciuta nella sua pienezza.
E per chi saprà guardare, studiare, amare e far vibrare ancora quelle immagini, quelle mani, quelle forme, Marco Silombria non sarà più un artista dimenticato. Sarà, definitivamente, un archivio vivente del nostro stesso desiderare.