S’incammina in solitudine, figura senza volto che striscia lungo i sentieri del nulla. Egli non ha più nome, non ha suono, e il suo passo è il passo di chi abita altrove — oltre i confini del visibile, nel ventre inaccessibile del mondo, in un’altra dimensione dove ogni cosa è epifania e rovina. Gli altri, i frenetici, cantano il proprio nome per le vie, come forsennati, come sacerdoti di un culto vuoto. Urlano il nome come se esso fosse talismano, amuleto per scongiurare la morte. Ma lui, no; lui ha oltrepassato il nome, ha superato la misera protezione dell’identità.
È dentro di sé che egli si rifugia, nella cattedrale oscura della sua anima, dove palpitano giardini che nessun occhio ha mai veduto, foreste d’inchiostro e viole disperse, fiori di un’altra essenza, di un’altra luce. Le viole, ombre fragili e profetiche, come versi caduti dalle labbra di un dio dimenticato, giacciono lì, perdute. Egli le osserva, le contempla come visioni fiorite nel caos, come brandelli di un universo sconosciuto, terre segrete dove il reale implode. Lì, in quell’ombra densa, egli è senza nome, senza carne, un puro spirito che invoca il nulla.
Quando cala la sera, un tremito cosmico lo attraversa; il suo sguardo è perso oltre la stanchezza della carne, oltre la pietra della casa lontana che lo attende invano. Tutto il mondo gli si rovescia intorno, tutto ride e lo irride, ghigno immenso, silenzioso e spietato. Tutto si spalanca, come l’occhio di un gigante che scruta il suo cuore, e lo trafigge.
E non è reale, eppure tutto sembra bruciare d’esistenza.