“A furia di ripetermi che non vivo, accetto di vedere che la gente non mi considera neppure più.” In questa frase non c’è nessuna richiesta d’aiuto, nessuna implorazione, nessuna nostalgia per un riconoscimento perduto. C’è piuttosto l’atto riuscito di una sparizione. In Notre-Dame-des-Fleurs l’io di Jean Genet non svanisce per consumazione naturale, ma per esercizio ostinato. Ripetendosi che non vive, finisce per convincere anche il mondo. È una forma di ipnosi rovesciata: non si diventa ciò che si afferma, ma ciò che si nega. La negazione dell’esistenza produce un’esistenza negativa, un’ontologia di risulta. Non essere più considerati non è solo un destino sociale, è una mutazione dello statuto dell’essere. Non si è più soggetti, ma residui. Non si è più presenze, ma interferenze.
Genet non scrive mai dal punto di vista di chi perde qualcosa. Scrive sempre dal punto di vista di chi ha già perso tutto da tempo e ha cominciato a costruire proprio da quella perdita una sovranità nuova, perversa, nera. Non c’è mai vittimismo in lui, perché la vittima chiede ancora di essere riconosciuta come tale. Qui invece il riconoscimento è già collassato. L’io ha smesso di essere leggibile nel sistema dei valori. Non produce più senso per nessuno. È diventato opaco. Invisibile. Non c’è persecuzione, perché per perseguitare qualcuno bisogna prima vederlo. Qui siamo oltre la persecuzione: siamo nell’indifferenza radicale.
Essere non visti non è una semplice sofferenza psicologica. È una condizione metafisica. È essere espulsi dal ciclo stesso della rappresentazione. Non si è più degni nemmeno dell’odio. Si è sotto la soglia della polemica. Ed è qui che la scrittura di Genet compie il suo scarto più feroce: non tenta mai di risalire. Non cerca mai luce, redenzione, redenominazione. Scava nella cancellazione come se fosse un giacimento. Più l’io è ridotto a scarto, più diventa sovrano in una geografia ribaltata. Se non conto più per nessuno, allora non sono più ricattabile. Se non valgo niente, valgo tutto. È una logica criminale della libertà.
In questo mondo in cui l’io si dissolve per eccesso di negazione, il corpo non ha mai dignità classica. Non è mai forma armonica, non è mai equilibrio, non è mai tempio. È sempre un corpo in difetto, un corpo in debordo, un corpo che perde qualcosa: sangue, sperma, sudore, saliva, lacrime, rifiuti. Il corpo in Genet non è mai un’unità, è sempre una falla. Ed è proprio questa falla a renderlo centrale. La crepa diventa trono.
E poi, come una lama trasversale che non viene da dentro il romanzo ma da un’altra zona della stessa galassia, irrompe quella scena teatrale: l’ufficiale che muore fulminato da un proiettile vagante mentre sta defecando. Una scena che non chiede interpretazioni: le impone. Perché non è una morte qualsiasi. Non è nemmeno una morte violenta nel senso tragico. È una morte che accade mentre il corpo ha sospeso ogni rappresentazione. In quell’istante l’ufficiale non è più un grado, non è più una funzione, non è più una divisa, non è più un ordine. È solo un organismo accovacciato. E il proiettile lo prende proprio lì, dove nessun potere prevede di dover rispondere.
Non muore da eroe. Non muore da martire. Non muore nemmeno da nemico. Muore da corpo. E in questo gesto si spegne tutto ciò che l’ordine simbolico aveva investito su di lui. La Gloria, la Patria, la Legge, la Bandiera: tutto evapora nell’atto stesso in cui il corpo espelle ciò che non può più trattenere. Qui non c’è bestemmia. C’è qualcosa di peggio: c’è una verità fisiologica che non presenta scampo.
Questa scena non distrugge il potere con la forza. Lo distrugge con l’umiliazione biologica. È la dimostrazione che il potere non ha mai un controllo completo sul corpo che lo incarna. Che ogni istituzione vive su una sospensione momentanea della fisiologia. Ma basta un istante, basta uno spasmo, basta un bisogno, e l’edificio simbolico si accartoccia.
Accostata alla frase di Genet, questa scena diventa chiarissima. Da una parte un io che smette di esistere perché non viene più guardato. Dall’altra un rappresentante del potere che smette di esistere perché viene guardato troppo da vicino, nel punto sbagliato. L’uno scompare per eccesso di invisibilità, l’altro per eccesso di esposizione al reale. In entrambi i casi ciò che crolla è l’idea stessa di soggetto come figura stabile, garantita, riconosciuta.
Qui non c’è più individuo. C’è funzione che si dissolve. C’è carne che tradisce. C’è simbolo che non regge. È la fine dell’umano come perno. Non siamo più nel dominio della tragedia classica, dove l’eroe cade per hybris. Qui non c’è errore, non c’è colpa, non c’è scelta. C’è solo un corpo che funziona. E proprio perché funziona, manda in rovina il senso.
L’imbarazzo intestinale diventa così il punto perfetto in cui il potere viene destituito senza processo. Nessun tribunale, nessuna folla, nessuna rivoluzione. Basta uno sfintere. Il potere moderno si pensa come macchina totalizzante, come controllo, come sorveglianza, come organizzazione dei flussi. Ma non governa il flusso più antico di tutti: quello che deve uscire dal corpo. E in questa impotenza biologica si apre una crepa che nessuna ideologia riesce a richiudere.
Genet aveva già mostrato, dal lato dei reietti, che l’umano può essere espulso dal sistema senza rumore. Senza scandalo. Senza sangue. Basta smettere di considerarlo. La scena dell’ufficiale mostra che anche il centro, anche il vertice, anche chi incarna l’ordine, può essere riportato violentemente allo stesso livello attraverso il corpo. Non c’è asimmetria che tenga. Tutti, prima o poi, devono sedersi.
Qui il corpo diventa il vero sovrano. Non perché comandi, ma perché smaschera. Il corpo non ha ideologia. Non conosce Patria. Non riconosce confini. Non rispetta bandiere. Il corpo conosce solo la necessità. Ed è proprio questa necessità muta a distruggere ogni grande narrazione.
Se non vengo considerato, non esisto. Se vengo colpito mentre defeco, non sono più degno di rappresentazione. Due frasi che si guardano come due facce della stessa catastrofe: l’umano non è più fondamento. Non lo è né per eccesso di esclusione, né per eccesso di materialità. È preso in mezzo, schiacciato tra invisibilità e ridicolo.
Da questo punto in poi, tutto ciò che viene chiamato “politica” appare come una gigantesca rimozione dell’intestino. La politica parla di vita, ma non parla mai dei rifiuti. Parla di corpi, ma solo come numeri, come forza lavoro, come popolazione, come massa. Non parla mai di sudore, di umori, di secrezioni, di scarti. Perché lì il linguaggio del potere si inceppa. Lì non ci sono statistiche che tengano. Lì negli apparati simbolici compare l’odore.
Genet aveva capito che lo scarto è il vero luogo della sovranità rovesciata. Non il centro, non il palazzo, non il trono. Ma l’angolo, il margine, la cella, la strada, il corpo usato, il corpo venduto, il corpo ferito. La scena dell’ufficiale aggiunge l’ultimo tassello: anche il centro produce scarto, ma lo nasconde. Quando questo scarto irrompe sulla scena, il centro implode.
E allora quella frase, “si muore così… o di stitichezza”, diventa una formula politica assoluta. Si muore perché si è attraversati da ciò che non si controlla. Oppure si muore perché si tenta disperatamente di trattenere ciò che deve uscire. I corpi muoiono così. I regimi muoiono così. Le identità muoiono così. Le civiltà muoiono così. O esplodono nel loro eccesso, o collassano nel loro trattenimento.
Genet mostra esistenze continuamente espulse. La scena mostra un’esistenza che avrebbe dovuto reggere tutto e invece viene espulsa essa stessa, in modo osceno, dal proprio ruolo. È la stessa anatomia della fine: non c’è mai una grande apocalisse spettacolare. C’è sempre una frana interna. Una perdita di tenuta.
In questo punto preciso nasce una teologia senza Dio. Non c’è trascendenza che salvi. Non c’è altezza che protegga. Tutto viene ricondotto a un piano rasoterra, dove l’umano non è più una figura verticale, ma una linea attraversata da flussi: entra, esce, trattiene, espelle. Questa è la nuova ontologia. Non l’essere, ma il passaggio.
Nel mondo di Genet non si diventa mai puri. Si diventa opachi. Si diventa inguardabili. Si diventa eccessivi. Nel mondo della scena dell’ufficiale non si diventa mai sublimi. Si diventa ridicoli nel momento stesso in cui si è creduto di incarnare il sublime. In entrambi i casi, l’umano viene spogliato della sua pretesa di centralità.
Il vero scandalo non è la morte sul cesso. Il vero scandalo è che non ci sia nessuna differenza ontologica tra morire sul cesso e morire su un campo di battaglia. Questa equivalenza è insostenibile per ogni civiltà fondata sull’eroismo. Ma è la verità più nuda del biologico.
Ed è qui che il nostro presente diventa perfettamente leggibile. Oggi tutto è osservato, tracciato, registrato. La sorveglianza non ha più bisogno di corpi eroici, le bastano corpi monitorati. Ma anche in questo mondo ipertecnologico, l’intestino resta una zona d’ombra. Il luogo in cui nessuna narrazione regge davvero. Il punto in cui anche l’identità come brand, come performance, come profilo, come marchio, rischia sempre di crollare in un imbarazzo primario.
Genet parlava da una civiltà che espelleva i suoi corpi devianti nel silenzio. Noi viviamo in una civiltà che espone tutto, ma continua a non sapere cosa fare dei rifiuti, degli scarti, dei residui. L’algoritmo sa chi sei, ma non sa cosa stai espellendo. E in questo scarto si gioca ancora una volta la verità elementare del potere.
Non si domina davvero finché non si governa ciò che deve uscire. Non si elimina davvero un soggetto finché non lo si rende invisibile. Genet ha mostrato la prima tecnica. La scena dell’ufficiale mostra la seconda: l’annullamento per eccesso di ridicolo corporeo.
Alla fine rimane questa doppia dissoluzione: l’io che svanisce perché nessuno lo guarda più, e il rappresentante del potere che svanisce perché viene guardato troppo da vicino, nel punto in cui nessuno dovrebbe guardare. Due sparizioni simmetriche. Due cadute senza stile. Due morti del tragico.
Non resta nessuna grande narrazione a salvarci. Resta solo il corpo che continua a funzionare mentre tutto il resto crolla. Resta l’espulsione come unico movimento irreversibile. Resta l’imbarazzo come verità ultima. Resta il fatto che il simbolo non regge l’urto della merda.
E così l’Occidente, che aveva sognato l’Assoluto, finisce esattamente qui: tra l’io che non è più visto e l’eroe che muore mentre evacua. Non come punizione. Non come parabola morale. Ma come semplice, irresistibile funzionamento della materia.
Perfetto. Procedo con l’integrazione finale, come una coda apocalittica continua, senza spezzare il flusso, senza introdurre nuovi nomi, portando il testo oltre la soglia delle 10 cartelle reali. Lo innesto esattamente lì dove avevamo lasciato: sul punto in cui il corpo resta l’ultima verità mentre tutto il simbolico collassa.
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E quando tutto questo viene portato nel presente, non come aggiornamento ma come rivelazione retroattiva, allora si comprende che ciò che era scena e letteratura è ormai diventato meccanismo strutturale. Oggi il soggetto non viene più eliminato solo con l’espulsione sociale né solo con l’umiliazione corporea: viene dissolto per eccesso di visibilità. Non è più ignorato: è continuamente visto. Ma essere visti sempre equivale, paradossalmente, a non essere più visti da nessuno. L’occhio che guarda tutto non guarda più niente. La sorveglianza totale produce esattamente lo stesso effetto dell’invisibilità totale: la sparizione ontologica.
Se un tempo si smetteva di esistere perché lo sguardo sociale ti cancellava, oggi si smette di esistere perché lo sguardo ti attraversa senza mai fermarsi. Non c’è più arresto. Non c’è più posa. Non c’è più riconoscimento. C’è solo scorrimento. Il soggetto diventa flusso tra altri flussi. Non viene più espulso: viene digerito.
E qui l’intestino torna, ancora una volta, come immagine suprema. Perché l’intestino non guarda, non giudica, non interpreta. Assorbe, trasforma, scarta. È questa, ormai, la funzione assegnata anche agli esseri umani dentro il sistema. Non più individui, non più cittadini, non più corpi politici: materiale metabolico. Input, elaborazione, output. Ciò che non viene assorbito diventa rifiuto. Ciò che non viene riconosciuto viene espulso. Ciò che non viene espulso intasa.
E allora la stitichezza non è più solo una possibilità biologica. È una figura politica globale. È l’immagine perfetta delle società che non riescono più a espellere i propri scarti simbolici. Trattengono tutto: dati, identità, traumi, corpi, immagini, controllo. Nulla viene davvero espulso. Tutto si accumula. Tutto si stratifica. Tutto si compatta. Finché il sistema, come un organismo sovraccarico, non riesce più a evacuare nulla senza lacerarsi.
La sorveglianza non libera. Intasa. Il controllo non ordina. Blocca. L’eccesso di gestione produce il collasso della gestione stessa. Come nel corpo, così nel potere. Come nell’intestino, così nello Stato.
Oggi non si muore più solo mentre si evacua. Si muore mentre si viene tracciati, profilati, archiviati, previsti. Si muore mentre si è perfettamente leggibili. Perché la lettura totale uccide ciò che legge. Non resta più nulla di opaco. Non resta più nulla di invisibile. E senza invisibilità non c’è vita sopportabile. Restare sempre esposti equivale a essere sempre nudi davanti a una macchina che non arrossisce.
Eppure, anche in questo mondo ipertecnologico, ci sono ancora zone che resistono. Zone che non si lasciano completamente mappare. Zone che producono rumore nei sistemi. Il corpo è ancora una di queste. Non perché sia libero, ma perché è imprevedibile. Non perché sfugga al controllo, ma perché lo disturba costantemente. Si spazientisce. Si ammala. Suda. Trema. Fallisce. E soprattutto espelle.
L’ultimo gesto non addomesticabile resta l’espulsione. Ciò che deve uscire non può essere definitivamente integrato. Nessuna civiltà ha mai veramente saputo cosa fare dei propri escrementi senza costruire interi sistemi per allontanarli. Fogne, scarichi, discariche, latrine. Tutta la civiltà è una gigantesca infrastruttura progettata per allontanare ciò che non può essere trattenuto. E il potere fa esattamente lo stesso: costruisce apparati per espellere senza vedere.
Il problema del presente è che non si espelle più davvero: si accumula. Si archivia anche ciò che dovrebbe sparire. Tutto resta. Tutto viene conservato. Tutto resta visibile. Anche ciò che dovrebbe marcire lontano dagli occhi. Viviamo in una civiltà senza oblio. E senza oblio, non c’è digestione possibile.
Il soggetto contemporaneo è quindi un soggetto costipato di dati, gonfio di notifiche, saturo di immagini, carico di sé stesso. È un soggetto che non riesce più a evacuare. E questo trattenimento permanente produce una nuova forma di morte: una morte per sovraccarico. Non si muore più perché si viene negati. Si muore perché si viene saturati.
Ma l’altra scena, quella dell’ufficiale, resta lì come monito assoluto: per quanto tu possa salire nella gerarchia, per quanto tu possa incarnare il comando, per quanto tu possa essere investito di potere, c’è sempre un istante in cui il corpo ti richiama all’ordine originario. Non a quello delle leggi, ma a quello dei bisogni. E se il bisogno ti prende proprio lì, nel punto in cui la civiltà pretende che tu non esista come corpo, allora tutta la costruzione simbolica va in frantumi.
Il potere non teme la ribellione quanto teme l’imprevisto fisiologico. Perché contro la ribellione si costruiscono polizie, eserciti, carceri. Ma contro un intestino non esiste apparato. Non esiste algoritmo che possa impedirgli di contrarsi. Non esiste polizia che possa fermare uno spasmo. In questa assoluta ingovernabilità sta la sua forza segreta, oscena, elementare.
E allora si capisce che la vera apocalisse non sarà spettacolare. Non ci saranno trombe, né fuoco, né cieli che si aprono. Ci sarà una perdita di controllo diffusa, una serie di intasamenti, un collasso per sovraccarico, una paralisi del flusso. La fine non sarà un’esplosione, ma una stitichezza planetaria. Un mondo che non riesce più a espellere ciò che lo uccide.
L’io che un tempo scompariva perché non era visto oggi rischia di scomparire perché è visto troppo. Il corpo che un tempo umiliava il potere oggi umilia la macchina attraverso la sua imprevedibilità residua. In entrambi i casi, la figura centrale dell’umano non regge più. È troppo fragile per sostenere l’esposizione totale. È troppo vulnerabile per incarnare il comando. È troppo opaca per essere completamente ridotta a funzione.
Non resta quindi che una nuova forma di abiezione generalizzata, non più confinata ai margini ma distribuita ovunque. Non ci sono più reietti: siamo tutti potenzialmente scarti. Non ci sono più eroi: siamo tutti potenzialmente ridicoli. Non ci sono più centri: siamo tutti periferia di qualcosa che ci attraversa.
E così l’antica frase sull’assenza di sguardo e la scena dell’ufficiale si rivelano per ciò che sono sempre state: profezie anatomiche. Non parlano di un’epoca passata. Parlano di questo presente che ha portato alle estreme conseguenze la sparizione del soggetto e la ridicolizzazione del potere.
Non siamo entrati in un’era post-umana perché l’umano è stato superato. Ci siamo entrati perché l’umano è diventato ingestibile. Troppo fragile per reggere la visibilità totale. Troppo corporeo per reggere l’astrazione totale. Troppo escrementizio per reggere la retorica dell’illimitato.
E allora, alla fine, non resta che questo paesaggio terminale: corpi ipertracciati che continuano a produrre scarti incontrollabili; soggetti iperdefiniti che continuano a perdere consistenza; poteri iperorganizzati che continuano a essere smentiti dal proprio funzionamento biologico.
Non c’è più salvezza nel senso classico. Non c’è più catastrofe nel senso spettacolare. C’è solo un collasso per saturazione, una fine per eccesso di gestione, una morte per trattenimento.
E in questo scenario, l’ultima verità resta identica a quella di sempre: si muore perché qualcosa è uscito nel momento sbagliato, oppure si muore perché qualcosa non è più riuscito a uscire. Tutto qui. Tutta la storia. Tutta la politica. Tutta la metafisica.
L’Occidente aveva sognato l’eternità. È finito prigioniero del proprio intestino.