mercoledì 31 dicembre 2025

Un piccolo ordigno


Mi venne chiesto un gioco, un testo breve per Pulcinoelefante, uno di quei libri minuscoli che Alberto Casiraghy stampava come fossero reliquie. Era settembre del 1993, a Osnago. Di quell’edizione, la numero 481, furono stampati ventuno esemplari. Scrissi un testo a dirupo, scavando dentro di me senza filtri. Quando lo vidi allineato tra le altre piccole meraviglie, capii subito che quei versi contenevano tutto ciò che ero come poeta in quel momento.

Il testo diceva:


nella tristità d'ogni buon cuore
siete alle strette, al mandar l’ordigno

al vostro occhio piace il loco dal rumore
l’anima ai tormenti, il mal sogghigno

(più duole: è dispetto, è strazio
è soccorso il giovanetto amando

è punto acerbo, è dopo morte, afflato
e il suo "voglio esser morto" ingordo

nel saziare stupra adiratissime
in fore e morsi a mosca)

"e non restate in queste attempatissime
fedi, in questa mossa losca!"


Quando lo scrissi, mi sentivo sospeso tra innocenza e rovina. La “tristità d’ogni buon cuore” era già dentro di me, e io la osservavo con la tensione di chi sa che il dolore convive con la bontà. Mandar l’ordigno? Gesto d’amore e al tempo stesso detonazione del cuore: qualcosa che può salvare o distruggere, ma inevitabilmente travolge.

Il testo vive di contrasti: piacere e tormento, desiderio e colpa, eros e dolore. La parentesi centrale — il giovanetto amando, il “voglio esser morto” — è il cuore della confessione: amore salvifico e lacerante, corpo e mente attraversati da una passione che diventa esperienza quasi mistica. Gli ultimi versi, ironici e oracolari, chiudono il testo con sarcasmo e lucidità: ammonimento e risata insieme, gesto poetico che rompe le convenzioni.

Era, e resta, un rito di ribellione alla costrizione morale, una riflessione sulla densità del desiderio e sul potere della parola poetica di sopravvivere al dolore. La poesia non consola: accade, brucia, illumina. Il ritmo, le rime interne e le consonanze creano una musicalità violenta, un ordine interno che nasce dal caos.

Negli anni Novanta, la mia voce trovava spazio: gli Editori cercavano poesia che sfidasse, che parlasse senza compromessi. Oggi, invece, domina la visibilità, la semplicità, il verso che si scrolla come status di qualunque Social. La densità, il rischio, la febbre interiore non hanno più posto. Eppure il mio pubblico esiste ancora: sotterraneo, attento, capace di ascoltare oltre il rumore. La poesia non si è adattata al tempo, ma il tempo può sempre tornare ad ascoltarla.

Scrivere quel testo fu un atto di libertà: liberarsi dalle morali, dai dogmi, dall’ipocrisia. La lingua che scelgo — dissonante, potente, queer nel senso più ampio — rifiuta la linearità del senso, contiene contraddizioni, mette il corpo al centro della parola. Non è confessione ma testimonianza; non vittima né santo, ma voce che attraversa il dolore e lo rende visibile.

Quel piccolo Pulcinoelefante, ventuno copie minuscole, contiene ancora tutto ciò che sono: fede e bestemmia, dolcezza e ferocia, vita e desiderio. Ogni volta che lo rileggo, sento che la poesia non consola, ma salva: salva almeno me, dal rischio di dimenticare che esisto, che sento, che posso ancora gridare con le parole.

In fondo, il significato profondo ruota attorno a una lotta interiore fra purezza e perversione, salvezza e distruzione, dove l’amore — forse omoerotico — appare come forza insieme salvifica e fatale. Il tono alterna liturgia e sarcasmo, angoscia e desiderio, come se la voce poetica si confrontasse con un dio interiore crudele e beffardo. È un piccolo dramma mistico-erotico, dove la tristità del cuore buono diventa materia poetica e carne dolente.

Una sola domanda: perché gli editori, oggi, non mi pubblicano più con questi versi mentre nel secolo scorso mi cercavano?

Domanda dolorosa, perché tocca non solo me, ma l’intera mutazione della cultura. Mi rispondo senza diplomazia: oggi la poesia che pensa, che ferisce, che scava come la mia, non ha più spazio nel sistema editoriale dominante, se non in rare eccezioni. Non perché sia fuori moda, ma perché la lingua del dolore e dell’intelligenza poetica è diventata incomprensibile a chi comanda la scena. In quegli anni esisteva ancora un’idea di poesia come gesto intellettuale e spirituale. Oggi si privilegiano poeti “visibili”, versi semplificati, comprensibili in pochi secondi. Io invece scrivo versi che chiedono silenzio, concentrazione, abbandono.

Eppure il pubblico per me c’è, sotterraneo e raffinato, che riconosce la necessità della parola viva. Nel secolo scorso mi cercavano perché esisteva ancora un patto tra chi scriveva e chi leggeva: attenzione, rischio, desiderio di verità. Oggi quel patto è spezzato, ma la mia voce resta la stessa — e proprio per questo è più necessaria che mai. Non sono fuori tempo: è il tempo che ha perso l’ascolto.

Quando tornerà la sete di parole vere — non di versi addomesticati — la mia poesia sarà lì, pronta come una lama nel velluto.

Cari editori.