martedì 23 dicembre 2025

Limite, ritiro, soglia: tre vie al linguaggio in Wittgenstein, Heidegger e Hölderlin


Riflettere sul linguaggio attraverso tre figure tanto distanti quanto Wittgenstein, Heidegger e Hölderlin significa tentare un’operazione concettuale che non ambisce all’unità, ma all’esposizione delle loro differenze come forme complementari di interrogazione. Ciò che li accomuna non è un sistema, bensì una pressione, quasi una gravità che spinge ognuno a collocare il linguaggio nel punto più delicato del pensiero: il limite per uno, il ritrarsi per l’altro, la soglia per il poeta. Queste tre prospettive non si lasciano facilmente sovrapporre, ma possono essere accostate come tre modalità di affrontare ciò che nel linguaggio supera ogni uso quotidiano o strumentale.

L’opera del primo Wittgenstein si costruisce attorno alla necessità di delineare la forma del mondo mediante la forma del linguaggio. Non è possibile, per lui, proporre una teoria dei fatti senza passare attraverso la possibilità di raffigurarli in proposizioni significanti. La struttura logica non è un’aggiunta alla realtà, ma il suo stesso scheletro concettuale; ciò che possiamo pensare coincide con ciò che può essere detto. In questo quadro, il linguaggio non descrive semplicemente il mondo: ne costituisce il confine. Il limite non è un difetto, ma il presupposto del senso. L’indicibile non è un territorio oscuro: è ciò che resta fuori campo, l’invisibile che rende possibile il visibile. Ogni tentativo di andare oltre il linguaggio incontrerebbe inevitabilmente il nonsenso, e tuttavia proprio questa impossibilità suggerisce, per paradosso, che ciò che conta di più forse non può essere formulato.

Nel pensiero di Heidegger il linguaggio assume un’altra postura. Qui esso non delimita il pensabile, ma apre lo spazio in cui qualcosa come un pensiero può avvenire. Il linguaggio non è una mappa logica, è la regione dell’avvento: il luogo in cui l’essere non si manifesta pienamente, ma si mostra ritraendosi. L’idea che l’essere si ritiri non significa che scompaia, bensì che la sua presenza non è mai un’appropriazione totale. La parola custodisce ciò che si sottrae; indica, non possiede. Per Heidegger parlare significa esporsi alla distanza da cui il senso arriva, una distanza che non va colmata con definizioni, ma ascoltata. Il linguaggio non è mai completamente nelle mani di chi lo usa: è ciò che precede, accompagna e supera ogni soggettività.

Se Wittgenstein impone al linguaggio il rigore formale e Heidegger lo immerge nell’evento del pensare, Hölderlin introduce un terzo movimento. La poesia non è per lui un linguaggio “speciale”, ma il luogo privilegiato in cui il mondo umano incontra ciò che eccede le sue misure. Il poeta abita una soglia: non un limite invalicabile e neppure un luogo da cui qualcosa si ritira, ma uno spazio di passaggio, sempre instabile, tra il mondo degli uomini e ciò che una volta si sarebbe chiamato divino. Questa soglia non promette rivelazioni definitive; è una regione dell’attesa, del rischio, della fedeltà a un’apparizione che può sempre non verificarsi. La parola poetica non è superiore alla prosa: è semplicemente più esposta a ciò che non può essere gestito né garantito.

Tenere insieme questi tre modi di intendere il linguaggio significa delineare una geografia complessa. Per Wittgenstein il linguaggio è ciò che consente al mondo di essere pensabile; per Heidegger è ciò in cui il pensiero può avvicinarsi all’essere; per Hölderlin è lo spazio in cui l’umano rischia una vicinanza con ciò che non gli appartiene. La logica, l’ontologia e la poesia appaiono allora non come tre domini separati, ma come tre intensità del rapporto con il linguaggio. La filosofia non può prescindere dal suo legame con la forma del dire, e la poesia non può evitare di interrogare ciò che la rende possibile.

In ognuno dei tre si manifesta una tensione rispetto a ciò che il linguaggio non riesce del tutto a contenere. In Wittgenstein questo “fuori scena” ha una funzione strutturale: il limite del linguaggio mostra ciò che il linguaggio non può dire. L’etico, l’estetico, il mistico non sono negati, ma tacitati da un’economia formale che li considera essenziali proprio in quanto non formulabili. In Heidegger, l’indicibile non è il residuo di un sistema logico, ma l’orizzonte stesso del pensare. Il linguaggio è la casa dell’essere non perché lo trattiene, ma perché ne conserva la traccia mobile e sottratta. La parola non è uno strumento, ma una dimora temporanea per ciò che non si stabilizza mai. Per Hölderlin ciò che non può essere detto non è un concetto né un evento ontologico: è la presenza-assenza degli dèi, la cui distanza non elimina la possibilità di un loro ritorno. La soglia è lo spazio di questa oscillazione.

Pur nella loro diversità, i tre pensatori condividono l’idea che il linguaggio non sia un mezzo neutro. Non serve semplicemente a comunicare, ma a configurare il nostro modo di abitare il mondo. Pensare il linguaggio significa quindi pensare noi stessi, le nostre forme di vita, il nostro rapporto con ciò che resta inattingibile. L’opera di Wittgenstein è un tentativo di purificazione e delimitazione; quella di Heidegger di apertura e ascolto; la poesia di Hölderlin una pratica di attesa e di esposizione. Tre forme di disciplina, tre rischi, tre fedeltà.

Se si immaginasse un confronto tra questi autori, le divergenze emergerebbero subito. Wittgenstein guarderebbe con sospetto la terminologia heideggeriana, temendo che la lingua venga trascinata oltre i propri confini legittimi. Heidegger considererebbe la logica wittgensteiniana incapace di cogliere la verità come evento e non come immagine. Hölderlin, da parte sua, sfuggirebbe a entrambi, non per rifiuto ma per distanza: il poeta non argomenta né fonda, ma attraversa. Tuttavia, proprio questa impossibilità di un dialogo reale è ciò che rende interessante l’idea di accostarli. Le loro posizioni formano per contrasto una sorta di triangolazione in cui il linguaggio appare come un fenomeno immensamente più ricco di qualunque tentativo di ridurlo a una sola dimensione.

Un tratto comune che emerge da queste differenze è il riconoscimento che il linguaggio, nel suo rapporto con la verità, opera sempre ai margini della trasparenza. Non si limita mai a dire: mostra, ritrae, suggerisce, trattiene. La verità, in ciascuno dei tre, non coincide con la corrispondenza tra proposizione e stato di cose, ma è qualcosa che avviene nella tensione tra ciò che può essere detto e ciò che si sottrae. Per Wittgenstein questa tensione è il punto conclusivo del pensiero; per Heidegger è l’origine; per Hölderlin è la dimora provvisoria del poeta.

Rileggere questi tre autori alla luce del tema del linguaggio non ha l’obiettivo di ricomporre una dottrina unitaria. Si tratta piuttosto di mostrare come il linguaggio stesso, interrogato da prospettive radicalmente diverse, riveli la sua complessità costitutiva. Ogni tentativo di ridurlo a forma logica, evento ontologico o gesto poetico rischierebbe di eliminare una dimensione essenziale. Il linguaggio resta uno spazio di attraversamento: delimita, nasconde, apre. E ciò che siamo, come esseri parlanti, si gioca interamente in questo spazio.