martedì 23 dicembre 2025

La giovinezza

La giovinezza colava come una muffa pallida
sui campi segreti dell’anima,
un freddo velenoso che carezzava le cose
con l’innocenza colpevole
di chi ignora di avere già nel sangue
la putrefazione delle ore.
Sorgeva come un astro malato,
una luna livida impigliata
tra i rami del tempo,
oscillante fra ciò che è stato corrotto
e ciò che ancora deve marcire,
ombra senz’anima
che tocca il mondo
senza mai possederlo.
I giorni strisciavano muti,
come serpenti d’oro sotto le palpebre dell’alba,
e ogni ora avanzava sul filo del presente
con la vertigine di chi danza
sapendo che il vuoto è una promessa.
Le voci del mattino avevano già
il sapore stanco della cenere,
rimbalzavano nei vicoli umidi,
tra vetri opachi e persiane malate,
dove la luce, prostituta docile,
si piegava a disegnare
volti già condannati all’oblio.
La giovinezza si nutriva di febbri segrete,
di tremiti appena percettibili sotto la pelle,
come insetti notturni imprigionati nel petto,
e ogni cosa diventava una tentazione
mai pronunciata.
Nel giardino avvelenato dei primi sogni,
le rose si aprivano lentamente,
gonfie di sangue e profumo,
come un respiro esitante
prima di disfarsi nell’aria gelida.
L’ombra degli alberi colava sulle mani,
e le dita stringevano nervi invisibili,
coltivando silenzi
che fiorivano solo nella penombra.
C’era un’attesa senza volto,
un vuoto dal sapore di miele rancido e di ferro,
di baci rubati e subito corrotti,
di labbra che avevano già imparato
l’arte della perdita.
Ogni passo lasciava un segno effimero
nella terra umida,
ma il vento — complice crudele —
ne divorava i contorni,
abbandonando soltanto
un’eco marcia di risate
già intrise di nostalgia e di morte.
La giovinezza sapeva annidarsi
nelle pieghe malate del crepuscolo,
tra tende gonfiate dal respiro salmastro del mare,
dove il sale bruciava sui vetri
come un bacio che ferisce.
Ogni notte era un sudario bianco
macchiato di stelle,
colmo di desideri gracili
che imparavano a morire
prima del primo chiarore.
Le case si serravano nei loro peccati,
mentre le lanterne tremavano nei vicoli
come cuori stanchi,
custodendo nella gola della fiamma
le ombre dei passi scomparsi.
E la giovinezza scivolava rasente ai muri,
sfiorandoli con dita febbrili,
come a raccogliere i resti
di un tempo ignaro
della parola fine.
Nelle stanze vuote
i mobili ansimavano piano,
bestie domate dalla polvere,
e il pavimento gemeva
sotto il peso invisibile delle ore.
Ogni cosa viveva nella dolcezza avvelenata
di chi sa che il domani
non farà domande,
non offrirà assoluzioni.
La giovinezza si rifletteva
in acque sporche,
nei vetri stanchi delle fontane,
nelle pozzanghere sotto cieli gravidi,
nelle lacrime trattenute
come perle pronte a spezzarsi.
Ogni riflesso era un volto instabile,
una bellezza malsana
che nasceva proprio
da ciò che non era stato detto.
Il vento correva tra i capelli
come un amante crudele,
sussurrando sillabe oscene
che la carne comprendeva
senza bisogno di senso.
Ogni carezza era una ferita sottile,
senza cicatrice visibile,
se non nei sogni febbrili
di notti in cui il cuore batteva
per pura disperazione.
I tramonti colavano lenti,
velluti sanguigni strappati al giorno,
le colline si tingevano di rame corrotto,
mentre il cielo metteva in scena
addii inconsapevoli.
Ogni sera gravava sulla giovinezza
come un mantello troppo pesante,
e in quella dolce oppressione
si insinuava il presagio
di una mancanza futura.
Le foglie cadevano senza grido,
inermi,
e nel loro vortice languido
vibravano parole mai osate.
I giardini si riempivano di passi
destinati a dissolversi nel crepuscolo,
ombre orfane
di qualsiasi appartenenza.
La giovinezza moriva ogni sera,
lasciando nel cuore putrido del mondo
una scintilla malata,
un ricordo senza nome
che brillava tra le stelle
come un frammento di luce rubata,
sfuggita — per un istante —
alle fauci del tempo.