C’è un tipo di povertà che non coincide con l’errore. Non coincide con l’italiano incerto, con la grammatica imperfetta, con gli strafalcioni che affollano quaderni, schermi, commenti lasciati in fretta. L’errore, quando nasce da un tentativo autentico, conserva sempre una dignità: è il segno di un movimento, di un’avanzata esitante verso il senso, di una volontà di dire che precede la forma. In questo senso l’errore è umano, profondamente umano, e talvolta persino commovente. Racconta uno sforzo, un desiderio di partecipazione. La vera miseria comincia altrove, quando viene meno il desiderio stesso di capire, quando la parola smette di interrogare il mondo e si riduce a gesto riflesso, a reazione automatica, a rumore di fondo. È lì che la lingua si svuota e diventa aggressiva: non perché sbaglia, ma perché non ascolta, perché non attende risposta.
Questo svuotamento del linguaggio è quasi sempre accompagnato da una maleducazione esibita, che si presenta come spontaneità, come franchezza senza filtri, come presunta autenticità. In realtà è una forma di chiusura, una difesa istintiva contro tutto ciò che chiede tempo, attenzione, complessità. È un rifiuto della relazione, non un atto di libertà. Il vuoto culturale che la sostiene non è mai innocente né neutro: fa paura proprio perché non sa riconoscersi come vuoto, e quindi reagisce con fastidio, sarcasmo o violenza verbale a qualsiasi tentativo di articolazione più profonda. In questo deserto, la complessità viene percepita come arroganza, il pensiero come un sopruso, la cura della parola come un vezzo elitario.
I mezzi di comunicazione hanno avuto – e continuano ad avere – una responsabilità decisiva in questo processo. Da decenni, televisione, giornali e ora piattaforme digitali alimentano un’idea ridotta e consumistica del linguaggio e della cultura. Non si tratta soltanto di un progressivo abbassamento del livello, ma di una vera e propria sostituzione: il senso viene rimpiazzato dall’effetto, la riflessione dalla reazione immediata, la complessità dalla semplificazione aggressiva. L’ignoranza non solo viene normalizzata, ma spesso rivendicata come segno di autenticità popolare, mentre ogni tentativo di approfondimento viene deriso, sospettato, delegittimato. È una colpevolezza strutturale, ormai interiorizzata, che ha prodotto una progressiva erosione della fiducia nella parola come strumento di conoscenza.
Già molti anni fa questi segnali erano visibili nei luoghi dell’apprendimento, non come fallimenti individuali, ma come sintomi di una frattura sociale più ampia. Le difficoltà linguistiche che emergevano nei testi scritti non erano semplicemente “errori”: erano il riflesso di un rapporto spezzato con il pensiero astratto, con la possibilità di raccontare un’esperienza, di darle una struttura, una durata, una profondità. Non mancavano solo le regole: mancava spesso l’idea stessa che valesse la pena cercarle, che il linguaggio potesse essere uno strumento per comprendere se stessi e il mondo.
Quella frattura, oggi, non solo non si è ricomposta, ma si è estesa fino a diventare norma. Lo spazio pubblico, soprattutto quello digitale, ne è la manifestazione più evidente. Nei social network la parola non costruisce più un luogo comune, ma viene consumata come un oggetto istantaneo. Si scrive per occupare spazio, per reagire, per affermare una presenza momentanea, raramente per comunicare davvero. Il linguaggio si contrae, si irrigidisce, perde sfumature, e con esse perde la capacità di pensare il mondo. In questo scenario, la lentezza diventa sospetta, il silenzio viene interpretato come assenza o debolezza, la riflessione come perdita di tempo.
Eppure, accanto a questo paesaggio impoverito, continua a esistere – spesso in modo discreto, quasi clandestino – una passione autentica per la divulgazione e per la trasmissione del sapere. Non ha nulla di didascalico, nulla della lezione impartita dall’alto. È piuttosto un gesto di apertura, un modo di tenere aperto un passaggio tra chi sa e chi desidera sapere, tra il passato e il presente, tra l’opera e la vita. È una passione che non si esaurisce con l’età, perché non nasce da un ruolo o da una funzione, ma da un bisogno profondo di relazione, di condivisione, di continuità.
Chi, come me, ha costruito il proprio sguardo attraverso le immagini, o ha attraversato la storia e l’arte per necessità interiore e non per dovere, sa che le immagini non sono mai semplici ornamenti. Le immagini pensano. Sono strutture cognitive, strumenti di conoscenza tanto quanto le parole, e talvolta più diretti, più incisivi. Un’immagine può condensare un’epoca, una visione del mondo, una tensione emotiva che nessun discorso riesce a esaurire completamente. Per questo non sono mai innocue: chiedono tempo, attenzione, disponibilità.
Noi viviamo, pensiamo e sogniamo per immagini. La memoria stessa è un archivio visivo, fatto di frammenti, di scene, di dettagli che ritornano con una forza spesso inattesa. Questo rivela quanto l’immagine sia una struttura fondamentale del nostro rapporto con il reale.
Quando un’immagine viene separata dalla vita, quando viene isolata, neutralizzata, messa al riparo in nome di una tutela astratta, qualcosa si incrina. L’immagine può essere perfettamente conservata, restaurata, protetta, e tuttavia perdere la sua funzione più profonda: quella di essere un luogo di relazione. Salvare un’opera non significa soltanto impedirne il degrado materiale, ma preservarne il legame con il contesto umano che l’ha accolta, guardata, interpretata, trasformata nel tempo.
Alcune immagini resistono più di altre proprio per questo motivo. Non perché siano più celebri o più perfette, ma perché hanno messo radici. Sono entrate nella vita quotidiana delle persone, hanno accompagnato gesti ordinari e momenti decisivi, hanno condiviso paure, attese, speranze. Sono diventate una continuità tra la rappresentazione e l’esperienza, tra il corpo reale e quello simbolico, tra la memoria individuale e quella collettiva. In questi casi, l’immagine non appartiene più soltanto alla storia dell’arte: appartiene a una comunità, e la comunità, a sua volta, si riconosce in essa.
Difendere questa continuità, oggi, è già una forma di resistenza. Non una resistenza rumorosa o ideologica, ma una resistenza profonda, silenziosa, quasi ostinata. Significa opporsi all’idea che la cultura sia solo accumulo di oggetti, di dati, di competenze certificate. Significa ricordare che la cultura è prima di tutto relazione viva, esperienza condivisa, possibilità di riconoscersi in qualcosa che ci precede e ci supera. In un tempo che tende a separare, a isolare, a semplificare fino allo svuotamento, mantenere vivo questo legame è un atto necessario. Forse è uno degli ultimi modi che abbiamo per continuare, insieme, a respirare.