sabato 13 dicembre 2025

“Nelle vene un sangue fittizio”: Vittorio Sereni e Antonia Pozzi, due destini in ascolto

Negli anni Trenta Milano è una città in tensione. Tutto pulsa — le fabbriche, la borghesia, i salotti letterari — ma sotto la patina del progresso si avverte una malinconia sottile, una paura che non ha ancora nome. È la paura della guerra, certo, ma anche di un’inadeguatezza più profonda: quella di una generazione colta, sensibile, che non trova più corrispondenza tra la vita e le sue promesse.

In questo scenario, Antonia Pozzi e Vittorio Sereni si incontrano come due pianeti che orbitano sullo stesso asse di luce e di ombra. Entrambi formati alla scuola di Antonio Banfi, condividono un’educazione filosofica severa e un’insofferenza gentile per ogni dogma. Banfi, con la sua etica del rigore e della libertà interiore, li incoraggia a pensare la poesia come conoscenza, non come consolazione. Eppure, nei loro versi, quella tensione razionale si piega subito in una vibrazione emotiva: la consapevolezza che il pensiero non basta a guarire la vita.

Quando Antonia incontra Vittorio, è già una creatura fragile e luminosa: scrive poesie che nessun editore pubblicherà mentre è in vita, e che la famiglia custodirà quasi come una colpa. Lui, appena ventenne, è timido, disciplinato, un ragazzo del lago trapiantato in città. Si riconoscono, prima ancora che nelle parole, in un modo di guardare il mondo. Entrambi vedono nella realtà qualcosa di opaco e irrimediabilmente distante: un muro trasparente tra sé e le cose.

Nel loro piccolo cerchio intellettuale — Enzo Paci, Giulio Preti, Remo Cantoni, Alberto Mondadori, Luciano Anceschi — si parla di filosofia e di letteratura tedesca, si leggono Rilke, Hölderlin, Thomas Mann. Ma a muovere davvero questi giovani è una febbre esistenziale: la ricerca di un assoluto che la modernità borghese sembra negare.

La poesia di Antonia Pozzi nasce dal corpo, e al corpo ritorna. È un’esperienza fisica e spirituale insieme, fatta di fame, di aria, di pelle e di neve. In Autunno, scrive:

«O Terra, terra, non posso
non amarti così
come una creatura che se ne va piangendo».

C’è in lei un amore totale per il mondo, ma un amore che si consuma nel gesto stesso del toccarlo: ogni volta che la vita le appare, la ferisce. Nella Preghiera alla vita, che è forse il suo testamento poetico, si legge:

«Ti prego, Vita, non lasciarmi più sola.
Fa’ ch’io possa sentire ancora,
anche nella morte, il palpito delle cose».

È un’invocazione che non chiede salvezza, ma partecipazione: essere dentro la vita fino allo strazio, fino al dissolversi.

Sereni, leggendo queste parole, non poteva non riconoscersi. Anche lui, a modo suo, sente la distanza tra l’esperienza e la sua rappresentazione. Ma se Antonia reagisce con una resa dolce e disperata — la poesia come immersione nell’abisso — Sereni tenta di arginare quell’abisso con la misura, con una lingua che trattiene invece di abbandonarsi.

Antonia scrive come chi non sa più difendersi. La sua è una poesia che sanguina nella forma, ma proprio per questo conserva una bellezza ferina. Ogni immagine — i monti, la brughiera, i prati invernali di Pasturo — è il riflesso di un’anima che si misura con la perdita, ma senza mai rinunciare alla tenerezza.

Nel 1935, mentre Antonia gli scrive la celebre lettera del treno — «Il tuo tormento era proprio questo, il senso di non saper vivere, di aver nelle vene un sangue fittizio» — Sereni sta già cercando una forma poetica che tenga insieme intelligenza e nostalgia. Quel “sangue fittizio” è la sua malattia e la sua poetica: vivere a distanza, vedere il reale come se fosse sempre un ricordo.

La sua prima raccolta, Frontiera (1941), è costruita su questo confine tra presenza e assenza. In Inverno a Luino scrive:

«Tutto ritorna. Ritorna l’azzurro
tra le case e i giardini:
ma noi, amici, non siamo più quelli».

C’è la stessa malinconia con cui Antonia guardava la natura: una bellezza che non consola perché coincide con la perdita. Solo che Sereni la traduce in tono misurato, in ritmo prosodico controllato, mentre Antonia la lascia esplodere in accenti lirici e immediati.

In Alla giovinezza, Sereni sembra quasi rispondere al grido di Preghiera alla vita:

«Giovinezza, tu non sei che un breve errore,
un giorno in cui ci illudemmo d’essere immortali».

Due visioni che si sfiorano e si respingono. Lei cerca la vita fino a morirne; lui cerca di sopravvivere addomesticandola in parola.

Il 3 dicembre 1938, Antonia Pozzi si avvelena con barbiturici e viene trovata nella neve, sotto l’Abbazia di Chiaravalle. Muore due giorni dopo. La famiglia manipola le sue carte, censura le lettere, cambia i versi più audaci. La società non era pronta a leggere la nudità di una donna che non chiedeva perdono per la propria fragilità.

Sereni tace. Non scrive necrologi, non commenta pubblicamente. Solo due anni dopo, in una lettera a Giancarlo Vigorelli, ammette d’aver composto una poesia “dedicata, nelle intenzioni e non dichiaratamente, all’Antonia”. Non la intitola con il suo nome, non ne parla mai apertamente. È un silenzio che pesa più di mille parole, un modo di custodirla dentro di sé.

Quella poesia, contenuta poi in Frontiera, non è un’elegia ma una trasfigurazione: non piange la morte di Antonia, ma l’eco di una giovinezza perduta, di un dialogo interrotto. Sereni la ricorda non come figura romantica, ma come presenza morale — come chi ha saputo pagare con la vita il prezzo della verità.

Ciò che univa Sereni e Pozzi non era l’amore, ma la lealtà verso la propria inquietudine. Entrambi appartengono a una linea “lombarda” del Novecento, sobria e tragica insieme: una religione laica della misura, dove la parola è sempre un tentativo di ordine dentro il caos.

Antonia si lascia attraversare dalla natura: scrive del cielo, dei campi, delle stagioni come se vi si dissolvesse. Sereni, invece, si trattiene: guarda le cose da lontano, come se fossero in un’altra epoca della vita. Ma in entrambi la poesia è un gesto di fedeltà all’emozione, mai al decoro.

Antonia è tutta verticale, ascetica, tesa verso l’alto; Sereni è orizzontale, riflessivo, immerso nei dettagli quotidiani. Lei prega la vita di non lasciarla; lui chiede alla memoria di non abbandonarlo. Due direzioni opposte, stesso destino: cercare nella parola un contatto che la realtà nega.

Quando nel dopoguerra Sereni pubblica Gli strumenti umani (1965), il tono è cambiato ma il nucleo resta: il poeta come testimone della distanza fra vita e parola. In molte sue pagine si avverte ancora un’eco della purezza perduta di Antonia: quella trasparenza che la modernità ha reso impossibile.

Nel poemetto Un sogno egli rivede gli amici perduti, i volti della giovinezza: non c’è mai il nome di Antonia, ma lei è ovunque, come simbolo di una generazione che non ce l’ha fatta a diventare adulta. La poesia diventa allora un modo di restituirle un posto nella memoria collettiva, un modo per farla continuare a vivere attraverso la parola sobria, disadorna, di chi non crede più alle illusioni ma continua a scrivere.

Sereni e Pozzi sono i due poli di una stessa tensione spirituale. Se lei rappresenta la resa al sentimento puro, lui rappresenta la lotta per contenerlo. Se lei muore di poesia, lui sopravvive grazie ad essa. Ma in entrambi la poesia non è ornamento, è resistenza: il modo più nobile per dire “sì” alla vita, anche quando la si teme.

Ecco perché il loro incontro, pur breve e apparentemente marginale, è diventato un nodo fondamentale della nostra letteratura. Antonia Pozzi, riscoperta solo negli anni Sessanta grazie a Maria Corti e ad altri studiosi, trova nella memoria di Sereni la sua ombra viva; e Sereni, in lei, ritrova la propria innocenza perduta.

Il loro dialogo silenzioso — tra le lettere, le lezioni, i versi — è la prova che la poesia può essere una forma di amore che non chiede corpo, ma sguardo: un riconoscimento reciproco nella vulnerabilità.

Antonia scriveva:

«La poesia è un segreto tra l’anima e l’anima».

Sereni, senza saperlo, le rispondeva:

«Solo in un punto segreto del cuore / il tempo si ferma e ascolta».

E forse in quel punto, ancora oggi, le loro voci si toccano.