venerdì 26 dicembre 2025

Da Raffaello a Bernini: a Cuneo la Galleria Borghese racconta il potere dell’arte



Portare diciannove capolavori della Galleria Borghese a Cuneo non è un’operazione neutra. La mostra «La Galleria Borghese. Da Raffaello a Bernini. Storia di una collezione», allestita al Complesso Monumentale di San Francesco, si presenta come un progetto che va oltre l’evento espositivo e si propone come racconto critico di una delle raccolte più influenti della storia dell’arte europea.

Non si tratta di una semplice selezione di opere celebri, né di una trasferta spettacolare di capolavori romani. Il percorso costruito dai curatori sceglie una strada diversa: usare le opere per raccontare la nascita, lo sviluppo e il significato di una collezione concepita come strumento di potere culturale e politico tra Cinquecento e Seicento.

Il cuore della narrazione è la figura di Scipione Caffarelli Borghese, cardinale e nipote di papa Paolo V, protagonista assoluto del collezionismo romano dei primi decenni del Seicento. La mostra evita ogni mitizzazione facile e restituisce l’immagine di un uomo capace di leggere il proprio tempo con lucidità, comprendendo prima di molti altri il valore dell’arte come linguaggio pubblico. Le sue scelte non rispondono solo a criteri estetici, ma a una visione strategica: costruire una collezione che fosse insieme dichiarazione di prestigio, laboratorio di gusto e manifesto culturale.

Il titolo Da Raffaello a Bernini sintetizza bene l’arco cronologico e simbolico del percorso. Il Rinascimento non viene presentato come un’epoca conclusa e distante, ma come una presenza attiva, ancora capace di orientare lo sguardo barocco. Le opere di Raffaello introducono un’idea di bellezza fondata sull’equilibrio e sulla misura, mentre la pittura veneziana, con Tiziano, apre alla centralità del colore e della materia, anticipando una sensibilità più fisica e sensuale.

Il passaggio al Barocco avviene senza brusche cesure. Le opere dialogano tra loro, mostrando come il cambiamento del linguaggio artistico sia il risultato di una trasformazione progressiva del modo di rappresentare il corpo, l’emozione e lo spazio. Bernini emerge come figura decisiva non per effetto di una celebrazione retorica, ma per la forza intrinseca delle opere, che incarnano una nuova concezione dell’arte come esperienza totale, capace di coinvolgere lo spettatore sul piano visivo, emotivo e simbolico.

Uno degli aspetti più convincenti della mostra è l’assenza di una gerarchia rigida tra i grandi nomi e le figure meno note al pubblico generalista. Accanto ai protagonisti canonici trovano spazio artisti che contribuiscono a restituire la complessità del periodo. La presenza di Lavinia Fontana, ad esempio, introduce una riflessione concreta sul ruolo delle artiste tra Cinque e Seicento, affidata non a dichiarazioni programmatiche ma alla qualità e all’intelligenza delle opere esposte.

L’allestimento negli spazi dell’ex chiesa di San Francesco gioca un ruolo fondamentale. L’architettura storica non viene neutralizzata, ma utilizzata come parte integrante del racconto. Luci misurate, distanze calibrate e un ritmo espositivo che invita alla sosta favoriscono una fruizione attenta, lontana dalla logica del consumo rapido delle immagini. Il risultato è un percorso che richiede tempo e restituisce profondità.

La mostra assume così una dimensione che supera quella dell’evento temporaneo. Diventa un’occasione per interrogarsi sul significato del museo, sulla responsabilità della conservazione e sulla possibilità di rendere accessibile il patrimonio senza semplificarlo. La scelta dell’ingresso gratuito e la presenza di strumenti di mediazione culturale confermano l’intenzione di ampliare il pubblico senza rinunciare al rigore scientifico.

Il catalogo accompagna e rafforza il progetto, offrendo contributi critici che approfondiscono la storia della collezione Borghese e il contesto culturale in cui si è formata. Non un semplice complemento illustrativo, ma uno strumento di lettura che prosegue il lavoro della mostra sul piano dello studio.

Alla fine della visita, ciò che resta non è solo il ricordo di opere straordinarie, ma la consapevolezza di aver attraversato una storia del collezionismo come forma di pensiero. «Da Raffaello a Bernini» mostra come una collezione possa diventare una lente attraverso cui leggere un’epoca segnata da profonde trasformazioni artistiche, politiche e culturali.

Portare questo racconto a Cuneo significa anche spostare il baricentro della narrazione artistica, dimostrando che è possibile costruire progetti di alto livello fuori dai grandi circuiti metropolitani. Una scelta che interroga il presente e propone un modello alternativo di diffusione del patrimonio.
Non una mostra pensata per stupire, ma per durare nello sguardo. Ed è forse proprio questa la sua qualità più significativa.