La rassegna parte dagli impressionisti, coloro che hanno aperto la strada. Claude Monet, Camille Pissarro e Alfred Sisley mostrano come, già nella seconda metà dell’Ottocento, l’arte abbia avuto il coraggio di rompere con la rigidità accademica. Niente più grandi scene storiche, miti o religione: la natura, la luce, l’attimo fuggente diventano protagonisti assoluti. Nei loro quadri vediamo il paesaggio trasformarsi in vibrazione, in colore, in movimento. È qui che nasce una nuova libertà dello sguardo, un approccio che cambierà per sempre il modo di dipingere e di osservare il mondo.
Poi arriva la forza dirompente di Vincent Van Gogh, con pennellate nervose e tinte accese che raccontano emozioni, tormenti, desideri di infinito. La sua pittura non descrive: esplode. La differenza rispetto agli impressionisti è evidente. Dove Monet osserva e coglie la luce, Van Gogh trasfigura, fa della tela il riflesso di una lotta interiore. In mostra il suo linguaggio si affianca ad altri artisti di fine secolo, come Cézanne, che con il suo rigore geometrico prepara la strada al cubismo.
Il viaggio continua nel cuore del Novecento. Picasso e Braque rivoluzionano lo spazio con il cubismo: le cose non sono più rappresentate così come appaiono, ma come se fossero osservate da più punti di vista contemporaneamente. Una rottura radicale che segna il passaggio dalla pittura come imitazione del reale alla pittura come costruzione autonoma. Accanto a loro, la tensione lirica di Klee e la spinta spirituale di Kandinsky, che con l’astrazione portano la pittura a un livello completamente nuovo: non più oggetti riconoscibili, ma forme pure, capaci di esprimere emozioni, musica, interiorità.
E infine l’approdo più sorprendente: quello del surrealismo e della metafisica. Qui incontriamo i paesaggi enigmatici e sospesi di De Chirico, le invenzioni visionarie di Magritte, le atmosfere oniriche di Max Ernst. L’arte non si limita più a mostrare ciò che vediamo, ma mette in scena l’invisibile, i sogni, i paradossi della mente. È il punto d’arrivo di un viaggio che ha portato la pittura dall’osservazione del reale alla sua completa reinvenzione.
Uno dei meriti principali della mostra sta nella sua impostazione divulgativa. Non serve essere esperti per comprenderne il filo conduttore: la curatela di David Schmidhauser e Vania Gransinigh ha lavorato proprio per offrire al pubblico un racconto leggibile e avvincente. Le opere non sono esposte come oggetti isolati, ma come capitoli di una storia che si svolge passo dopo passo, con passaggi chiari e logici. Chi entra a Casa Cavazzini ha la sensazione di assistere non a una semplice “sfilata di maestri”, ma a un viaggio coerente dentro l’avventura della modernità.
In questo senso, anche l’allestimento gioca un ruolo decisivo. Gli spazi del museo si trasformano in tappe di un percorso narrativo: le prime sale, dedicate all’impressionismo, hanno un respiro luminoso e leggero; quelle centrali, con Picasso e Kandinsky, diventano più dinamiche, quasi a rispecchiare la rottura dei linguaggi; le ultime, dedicate al surrealismo, assumono un tono sospeso e misterioso, invitando lo spettatore a rallentare, a fermarsi davanti ai quadri, a lasciarsi attraversare dalle domande che pongono.
Il risultato è un equilibrio raro: la mostra unisce il rigore scientifico di un progetto internazionale alla capacità di coinvolgere anche chi non frequenta abitualmente i musei. Ogni visitatore può trovare qualcosa che lo colpisce: chi ama la natura e i paesaggi resterà incantato dalle tele di Monet e Sisley; chi cerca emozioni più forti sarà catturato dall’intensità di Van Gogh; chi è curioso di sperimentazioni scoprirà in Picasso, Mondrian o Klee nuove prospettive sul mondo; chi ama i misteri e i paradossi si perderà nelle nuvole di Magritte o nelle piazze silenziose di De Chirico.
In definitiva, “Impressionismo e modernità” non è solo una mostra, ma un’esperienza. È la possibilità di attraversare sessant’anni di storia dell’arte europea con occhi nuovi, di comprendere come da un paesaggio impressionista si possa arrivare a una tela astratta o a un sogno surrealista. Un’occasione unica, per Udine e per l’Italia, che merita di essere colta.