venerdì 12 dicembre 2025

"I miserabili" di Victor Hugo

Alcuni libri sembrano nascondere un mondo dietro la pagina, e poi ce ne sono altri che sembrano volerlo ricostruire da zero. “I miserabili” appartiene alla seconda categoria. È un organismo complesso, totale, che non si accontenta di raccontare la vicenda dei suoi personaggi, ma vuole afferrare l’intera massa vivente del secolo in cui essi si muovono. Victor Hugo scrive con l’ambizione, quasi titanica, di comprendere la Francia e l’uomo, la storia e la coscienza, la miseria e la luce. Il romanzo non procede in linea retta: si apre come una mappa della vita, attraversa strade centrali e devia volontariamente nei vicoli, nella storia remota, nei recessi della città, nei sotterranei, nei tribunali, sulle barricate e persino sui campi di battaglia. Ogni digressione è un asse portante, ogni personaggio un prisma attraverso cui filtrare l’intero XIX secolo. La trama è soltanto una delle tante forze che tengono insieme questo organismo narrativo, che sembra avere la struttura di una cattedrale gotica: solida, complessa, dilatata, con corridoi oscuri e improvvisi bagliori spirituali.

La Francia che Hugo osserva è una nazione inquieta, segnata da rivoluzioni mancate, da restaurazioni forzate, da un passato che non vuole cedere e da un futuro che non riesce a consolidarsi. Dopo la caduta di Napoleone e il ritorno della monarchia, il Paese si trova in una condizione sospesa, come se stesse cercando ancora un’identità che gli sfugge. Hugo non racconta questi passaggi come un cronista: li mette in scena attraverso i movimenti stessi del romanzo. In ogni scelta narrativa, in ogni digressione, si sente la pressione della storia, come un vento che soffia costantemente sulle vite dei personaggi. La miseria di Fantine, la persecuzione di Jean Valjean, la testarda rettitudine di Javert, la fragilità di Cosette, il fervore degli studenti rivoluzionari: tutto è parte di un paesaggio umano e politico che Hugo trasforma in un laboratorio di riflessione sull’ingiustizia e sulla dignità.

Quando nel romanzo esplode la rivolta del 1832, quella fiammata breve e tragica in cui un gruppo di giovani tenta di opporsi al regime di Luigi Filippo, Hugo non la presenta come un semplice episodio storico. Essa diventa la materializzazione di un’idea: la volontà dei popoli di rinnovarsi, anche quando ciò sembra impossibile. Le barricate di Parigi sono raccontate con un’intensità che supera la cronaca: diventano il simbolo di tutte le lotte, di tutti i sacrifici, di tutte le insurrezioni fallite che tuttavia preparano un futuro migliore. Nella figura luminosa e tragica di Enjolras, Hugo concentra l’energia di una generazione convinta che la giustizia non sia un’astrazione politica, ma una necessità morale. Anche se la battaglia è senza speranza, il loro slancio diventa un messaggio per le generazioni successive: nulla di ciò che è compiuto per liberare l’uomo va perduto.

Il romanzo si apre poi, all’improvviso, su altri scenari. Come un gigante che sposta il suo sguardo, Hugo decide di raccontare Waterloo, la grande sconfitta di Napoleone. Nessuna necessità narrativa lo impone, ma Hugo non è vincolato dalla trama: è vincolato dalla verità morale della storia. Waterloo diventa così l’immagine di un impero che crolla sotto il peso delle sue stesse illusioni, di un potere che crede di dominare il destino e invece ne è schiacciato. Il campo di battaglia è descritto come un teatro caotico, governato dall’imprevedibile: la gloria si rovescia in disfatta per una serie di accidenti fatali, e la grandezza humana si rivela effimera. Hugo vede in Waterloo la fine di un sogno grandioso, ma anche la prova che la storia non si lascia docilmente costruire dai potenti. È un monito: nessun sistema politico, nessun condottiero, nessun impero può durare se non è fondato su un’idea di giustizia.

Dalla storia alta, Hugo scende poi nel ventre della città. Le fogne di Parigi occupano un capitolo che ha fatto epoca. Qui il romanzo smette quasi di essere narrativa e diventa filosofia sociale, antropologia urbana, teologia laica. Le fogne sono il deposito di tutto ciò che la società scarta, ma sono anche il luogo della sua sopravvivenza. Paradossalmente, ciò che è più nascosto è anche ciò che permette alla città di respirare. Quando Jean Valjean vi penetra portando sulle spalle il corpo di Marius, compie un viaggio simbolico che è insieme discesa agli inferi e rito di purificazione. Le pareti melmose, il buio, i rifiuti, la fatica: tutto parla di una trasformazione morale. Valjean esce dalle fogne come un uomo nuovo, come se il dolore e la pietà avessero riscritto dentro di lui una verità più profonda di ogni legge. Il mondo di sopra non lo vede, non lo immagina, ma è dalla profondità che nasce la possibilità della redenzione.

Ed è proprio nella tensione tra legge e misericordia che Hugo colloca il cuore filosofico del romanzo. La giustizia, se privata della compassione, diventa un meccanismo spietato, il braccio di ferro di una società che non sa guardare i suoi ultimi. Valjean è la testimonianza vivente di come un sistema penale rigido possa distruggere un uomo per una colpa minima. La sua vita non viene segnata dal furto di un pane, ma dall’assenza di uno sguardo umano nel giudizio. Di fronte a lui si erge Javert, che non è un cattivo, ma un servo fedele della legge. Javert non sa pensare al di là della dicotomia tra giusto e sbagliato; non concepisce che la misericordia possa esistere. Quando Valjean lo risparmia, quando gli mostra che l’uomo può superare la legge attraverso l’amore, la sua mente si spezza. Javert non muore per disperazione, ma perché non riesce a vivere nel mondo nuovo che quella grazia improvvisa gli ha rivelato. Il suo suicidio è una confessione: la legge da sola non basta.

A risolvere ciò che la legge non può risolvere è l’amore. Un amore che non è mai sentimentale, mai decorativo, ma sempre concreto, incarnato, fatto di atti. L’incontro fra il vescovo Myriel e Valjean è uno dei momenti più alti della letteratura ottocentesca proprio perché offre una soluzione inattesa: non punire, ma salvare. È un gesto che cambia la direzione di una vita e che permette a Valjean di diventare il custode di Cosette, simbolo di tutto ciò che nel mondo merita protezione. La storia d’amore tra Cosette e Marius, che può apparire più semplice, diventa anch’essa parte di questa costellazione di sentimenti salvifici: l’amore non redime solo i singoli, ma la società intera. E i giovani rivoluzionari, morendo sulle barricate, partecipano allo stesso gesto di dono: anche il loro sacrificio è un atto d’amore verso un’idea di umanità più libera.

Sullo sfondo di tutte queste storie permane il grande tema della miseria. Hugo non la considera un difetto individuale, ma un prodotto sociale. La miseria è la colpa collettiva della Francia, la radice di ogni altra ingiustizia, il terreno su cui germinano l’ignoranza, il crimine, la disperazione. Il romanzo è una denuncia, ma anche un invito: se l’uomo vuole essere libero, deve prima sradicare la miseria. Eppure, nonostante la durezza delle storie raccontate, “I miserabili” è attraversato da un’inesauribile fiducia nel progresso. Hugo crede che la storia umana, pur tra deviazioni e tragedie, proceda verso una maggiore dignità. Il progresso non è un trionfo rapido, ma un cammino lento, fatto di errori, di sacrifici, di tentativi falliti che tuttavia costruiscono la strada di chi verrà dopo.

È forse per questa tensione tra oscurità e speranza che “I miserabili” continua a parlare a ogni epoca. Hugo non offre soluzioni, ma visioni: ci invita a guardare gli ultimi senza paura, a riconoscere nella miseria non uno stigma ma un appello, a credere che ogni gesto di bene, anche minimo, contribuisca a un movimento più ampio verso un mondo più giusto. Il romanzo, col suo respiro ampio e le sue continue aperture, si pone come una cattedrale morale: un luogo in cui ogni lettore è chiamato non solo a osservare, ma a misurarsi con la propria idea di giustizia e di libertà. E in questa capacità di rinnovo continuo, in questa forza che non smette di interrogare e illuminare, si trova il suo lascito più profondo. È un libro che chiede di essere vissuto, prima ancora che letto. Un libro che abita il presente tanto quanto il suo secolo, e che continua, ancora oggi, a ricordarci che la dignità umana non si misura con il successo, ma con la compassione.