Introduzione
Francesco Alberoni è stato per decenni un nome noto al grande pubblico italiano e internazionale, ma non per le sue ricerche accademiche rigorose o per innovazioni metodologiche significative nel campo delle scienze sociali. La sua figura, lungi dall'essere quella di un grande teorico della modernità capace di lasciare un'impronta duratura nella disciplina sociologica, si colloca piuttosto nella zona grigia degli intellettuali mediatici: figure certamente capaci di suggestioni brillanti e di intuizioni occasionalmente illuminanti, ma strutturalmente incapaci di costruire un impianto scientifico solido, coerente e verificabile nel tempo.
Questo saggio intende dimostrare, attraverso un'analisi critica sistematica delle sue opere principali e del loro impatto sulla disciplina, perché Alberoni sia stato sopravvalutato dalla critica italiana, perché le sue teorie reggano male alla prova della sociologia contemporanea più rigorosa e perché il suo vero lascito, più che scientifico in senso stretto, sia stato essenzialmente giornalistico e divulgativo. Non siamo di fronte a un classico della disciplina destinato a rimanere nei programmi universitari, ma piuttosto a un opinionista di talento che ha saputo travestire di sociologia riflessioni di taglio prevalentemente letterario, moraleggiante e psicologico.
L'operazione culturale di Alberoni, pur comprensibile nel contesto italiano degli anni Settanta e Ottanta, ha finito per confondere i confini tra analisi scientifica e divulgazione popolare, contribuendo a una percezione distorta di cosa sia realmente la sociologia come disciplina scientifica. La sua produzione, analizzata a distanza di decenni, rivela i limiti di un approccio che privilegia la comunicabilità immediata rispetto alla costruzione paziente di un corpus teorico verificabile e cumulativo.
1. Un sociologo a metà strada: la formazione incompiuta
La formazione intellettuale di Francesco Alberoni lo colloca cronologicamente e geograficamente nella generazione che ha vissuto intensamente i fermenti del Sessantotto e dell'esperienza pionieristica dell'Università di Trento, uno dei laboratori più avanzati della sociologia italiana nascente. Tuttavia, a differenza di altri sociologi europei che da quell'esperienza formativa hanno tratto un metodo rigoroso e una militanza scientifica capace di produrre risultati cumulativi nel tempo, Alberoni si è presto spostato su un terreno metodologicamente più facile e commercialmente più redditizio: quello della semplificazione teorica estrema e della pubblicistica generalista.
Già i suoi primi studi sui movimenti collettivi, pur mostrando una certa sensibilità per fenomeni sociali significativi, rivelano più una tensione letteraria e narrativa che una vera verifica empirica sistematica. Dove altri sociologi della sua generazione accumulano pazientemente dati quantitativi e qualitativi, costruiscono modelli interpretatativi verificabili e si confrontano con la letteratura internazionale, Alberoni preferisce costruire quadri suggestivi ma impressionistici, immagini interpretative evocative che si prestano più facilmente a un editoriale di giornale che a un articolo accademico sottoposto al vaglio della comunità scientifica.
La scelta di privilegiare sistematicamente l'aspetto comunicativo rispetto a quello metodologico ha segnato profondamente tutta la sua produzione successiva. Mentre i suoi contemporanei più rigorosi si misuravano con la complessità degli apparati concettuali di Parsons, Weber o Durkheim, cercando di svilupparne criticamente gli insights, Alberoni optava per una strada più immediata ma anche più superficiale: quella della divulgazione che semplifica ma non approfondisce, che comunica ma non accumula conoscenza scientifica.
Questa scelta metodologica iniziale ha avuto conseguenze durature sulla qualità della sua produzione. L'assenza di una formazione metodologica solida si riflette nell'incapacità di costruire strumenti analitici operativi, nella tendenza a sostituire l'analisi empirica con l'intuizione personale, nella preferenza sistematica per l'aneddoto rispetto al dato statisticamente significativo. Il risultato è una produzione che, pur godendo di ampia visibilità mediatica, rimane sostanzialmente marginale rispetto ai veri avanzamenti della disciplina sociologica.
2. Lo "stato nascente": intuizione brillante o concetto scientificamente fragile?
La proposta teorica alberoniana è indubbiamente il concetto di "stato nascente", l'idea secondo cui ogni movimento collettivo, ogni esperienza di trasformazione sociale significativa, attraverserebbe necessariamente una fase iniziale di effervescenza creativa, di rottura con le convenzioni stabilite, prima di cristallizzarsi inevitabilmente in forme istituzionali più rigide e burocratizzate. L'intuizione non è priva di fascino intellettuale e sembra cogliere aspetti ricorrenti dell'esperienza storica, ma si rivela, a un'analisi più attenta, di una vaghezza metodologica sconcertante e di una genericità che la rende praticamente inutilizzabile per la ricerca empirica sistematica.
In realtà, l'analisi della letteratura sociologica rivela che Durkheim aveva già descritto con maggiore precisione analitica i fenomeni di effervescenza collettiva nei suoi studi sui riti e sulla religione; Victor Turner aveva esplorato in modo molto più rigoroso il concetto di liminalità nei processi di transizione sociale; altri autori della tradizione sociologica avevano già fornito strumenti concettuali più precisi per analizzare i momenti di trasformazione sociale. Alberoni si limita sostanzialmente a riformulare in termini più accessibili, usando prevalentemente categorie emotive e psicologiche, ciò che la sociologia delle religioni, dei rituali e dei movimenti sociali aveva già descritto con maggiore precisione scientifica.
Il problema fondamentale del suo "stato nascente" è che resta sistematicamente privo di un apparato metodologico che lo renda operabile nella ricerca empirica concreta. Non esistono indicatori precisi per identificarlo, non ci sono strumenti per misurarne l'intensità, non ci sono criteri oggettivi per distinguerlo da altri fenomeni sociali superficialmente simili. È un concetto più letterario che scientifico, più adatto a un saggio divulgativo che parla ai sentimenti del lettore che a un'analisi verificabile e falsificabile nel senso popperiano del termine.
La mancanza di operazionalizzazione del concetto ha impedito lo sviluppo di una vera tradizione di ricerca. Non esistono studi empirici significativi che abbiano utilizzato il concetto di "stato nascente" per produrre conoscenze nuove sui movimenti sociali. Non ci sono ricerche comparative che ne abbiano verificato la validità transculturale. Non esistono elaborazioni teoriche successive che ne abbiano sviluppato le implicazioni analitiche. Il concetto è rimasto sostanzialmente fermo alla formulazione originale, segno evidente della sua scarsa fecondità scientifica.
3. L'innamoramento come paradigma: una riduzione psicologistica problematica
La scelta strategica di utilizzare l'innamoramento come paradigma interpretativo fondamentale della vita collettiva rappresenta probabilmente la mossa intellettualmente più spettacolare – e al tempo stesso metodologicamente più limitante e scientificamente più problematica – dell'intera produzione alberoniana. Questa operazione teorica, indubbiamente affascinante per il grande pubblico che si ritrova emotivamente nelle sue descrizioni liriche dell'esperienza amorosa, si è rivelata disastrosa per la credibilità accademica e per la costruzione di un corpus teorico solido.
Ridurre la complessità dei movimenti sociali, delle trasformazioni politiche, dei processi di cambiamento culturale a una semplice trasposizione dell'esperienza individuale dell'innamoramento significa operare un impoverimento analitico drammatico della complessità delle dinamiche collettive. Significa ignorare sistematicamente il peso delle strutture materiali, delle disuguaglianze economiche, dei rapporti di potere, delle determinazioni storiche specifiche, delle mediazioni istituzionali che caratterizzano i fenomeni sociali reali.
È una sociologia che si lascia sedurre pericolosamente dalla psicologia romantica, dimenticando completamente che i fenomeni collettivi hanno logiche, tempi, dinamiche che non sono riducibili alle esperienze individuali, per quanto intense possano essere. Il risultato è un discorso che certamente consola i lettori, che parla efficacemente ai bisogni emotivi del pubblico dei quotidiani, ma che lascia drammaticamente vuoti gli strumenti analitici specifici della disciplina sociologica.
L'uso dell'analogia amorosa come chiave interpretativa universale rivela inoltre una concezione sostanzialmente idealistica dei processi sociali, che privilegia sistematicamente la dimensione emotiva e psicologica rispetto alle determinazioni strutturali. Questa scelta teorica riflette una visione del mondo che, pur comprensibile nel contesto culturale degli anni Settanta, risulta oggi metodologicamente inadeguata per comprendere fenomeni sociali sempre più complessi e mediati da tecnologie, istituzioni e rapporti economici che richiedono strumenti analitici più sofisticati.
La metafora amorosa, inoltre, tende a romanticizzare e a depoliticizzare i conflitti sociali, presentandoli come momenti di pura creatività emotiva piuttosto che come scontri tra interessi materiali diversi e spesso incompatibili. Questa operazione ideologica, pur non necessariamente intenzionale, ha l'effetto di neutralizzare la carica critica che dovrebbe caratterizzare l'analisi sociologica dei processi di trasformazione sociale.
4. Mode, "crazies" e banalizzazione del collettivo: la sociologia come aneddotica
Quando Alberoni affronta il tema dei cosiddetti "crazies" – le manie collettive temporanee che periodicamente catturano masse di individui in comportamenti apparentemente irrazionali – tocca effettivamente un punto di osservazione interessante e potenzialmente fecondo per l'analisi sociologica, ma lo sviluppa in modo metodologicamente superficiale e analiticamente insoddisfacente. Certamente le società contemporanee conoscono ricorrentemente epidemie di comportamenti, dal gioco delle palline clic clac degli anni Settanta ai bestseller improvvisi, dalle mode alimentari alle ossessioni tecnologiche che caratterizzano l'era digitale.
Tuttavia, questa osservazione empirica resta sostanzialmente un dettaglio folklorico, una curiosità sociologica senza implicazioni teoriche significative, se non viene inserita in un'analisi rigorosa delle condizioni sociali, economiche, comunicative e culturali che rendono possibile la diffusione così rapida di tali fenomeni. Una vera analisi sociologica dovrebbe interrogarsi sui meccanismi di amplificazione mediatica, sulle strutture di mercato che trasformano comportamenti spontanei in mode commerciali, sui bisogni psicosociali che rendono popolazioni intere vulnerabili a suggestioni collettive.
Alberoni preferisce sistematicamente fermarsi all'aneddoto facilmente comunicabile: l'ospedale improvvisamente pieno di polsi fratturati a causa di un giocattolo, la corsa improvvisa delle folle verso un prodotto commerciale, l'esplosione temporanea di un fenomeno culturale. Non va mai oltre la descrizione impressionistica del fenomeno. La sociologia qui si riduce pericolosamente a cronaca curiosa, a collezione di fatti strani che possono intrattenere il lettore ma non contribuiscono significativamente alla comprensione scientifica dei meccanismi sociali sottostanti.
Questa tendenza alla banalizzazione aneddotica rivela un limite strutturale dell'approccio alberoniano: l'incapacità di passare dalla descrizione fenomenologica all'analisi causale, dall'osservazione superficiale alla comprensione dei meccanismi generativi. La vera sociologia dovrebbe spiegare perché certi fenomeni si diffondono in certi contesti e non in altri, quali sono le condizioni sociali che li favoriscono, come si possono prevedere e eventualmente orientare.
L'approccio di Alberoni rimane invece sistematicamente descrittivo e impressionistico, limitandosi a registrare fenomeni senza fornire strumenti per comprenderli. Questa limitazione metodologica ha impedito lo sviluppo di una vera tradizione di ricerca sui fenomeni di diffusione culturale, che avrebbe potuto essere molto utile per comprendere dinamiche oggi cruciali come la viralità digitale, la formazione dell'opinione pubblica, i meccanismi di influenza sociale mediata dalle tecnologie.
5. La dimensione divulgativa: tra rubrica domenicale e omelie per le masse
Il vero luogo sociale e culturale della fortuna di Francesco Alberoni non è stato mai realmente l'università, con le sue logiche di ricerca e verifica scientifica, ma il "Corriere della Sera" e più in generale il mondo dell'editoria e del giornalismo generalista. Per molti anni, la sua rubrica del lunedì ha offerto a milioni di lettori piccoli sermoni quotidiani su amore, società, politica, costume, presentando riflessioni morali e psicologiche in una forma accessibile e emotivamente coinvolgente.
Questa produzione pubblicistica ha certamente consolidato la sua notorietà presso il grande pubblico e ha contribuito a diffondere una certa sensibilità sociologica nella cultura italiana, ma ha contemporaneamente sancito il suo progressivo declino e isolamento accademico. Un sociologo che sistematicamente trasforma il proprio lavoro intellettuale in omelia morale per il consumo di massa perde inevitabilmente di vista la complessità metodologica che dovrebbe caratterizzare la disciplina, scivolando progressivamente nell'aneddotica moraleggiante e nella semplificazione eccessiva.
Alberoni ha consapevolmente scelto di essere principalmente un opinionista mediatico piuttosto che un ricercatore: una scelta professionale perfettamente legittima e anche socialmente utile, ma che lo colloca definitivamente nel novero dei giornalisti e dei divulgatori piuttosto che degli scienziati sociali in senso stretto. Questa trasformazione professionale ha avuto conseguenze profonde sulla qualità della sua produzione intellettuale, che ha progressivamente abbandonato ogni pretesa di rigore metodologico per privilegiare la comunicabilità immediata e l'impatto emotivo sui lettori.
La logica della rubrica giornalistica, con i suoi tempi accelerati, la sua necessità di semplificare questioni complesse, la sua ricerca dell'effetto comunicativo immediato, è strutturalmente incompatibile con i tempi lunghi della ricerca scientifica, con la necessità di verificare empiricamente le ipotesi, con l'obbligo di confrontarsi sistematicamente con la letteratura internazionale. Il risultato è una produzione che, pur mantenendo una certa eleganza espositiva, perde progressivamente contatto con i veri sviluppi della disciplina sociologica.
Questa scelta ha inoltre contribuito a diffondere nell'opinione pubblica italiana una concezione distorta della sociologia come disciplina essenzialmente opinistica, basata su intuizioni personali piuttosto che su ricerca empirica sistematica. L'identificazione popolare della sociologia con le opinioni di Alberoni ha probabilmente danneggiato la percezione pubblica della disciplina, contribuendo alla sua marginalizzazione nell'università italiana e nella cultura pubblica più ampia.
6. L'isolamento accademico e la scarsa ricezione internazionale: il test della comunità scientifica
Un segnale particolarmente evidente e metodologicamente significativo della fragilità strutturale della sociologia alberoniana è rappresentato dalla sostanziale assenza di un impatto duraturo e riconosciuto nella comunità scientifica internazionale. Le sue opere principali sono state effettivamente tradotte in diverse lingue e hanno goduto di una certa diffusione commerciale, ma sono state molto raramente discusse, criticate o sviluppate nei circuiti accademici che realmente contano per lo sviluppo della disciplina.
Nei principali manuali internazionali di sociologia dei movimenti sociali, nei readers più utilizzati nelle università europee e americane, nelle rassegne bibliografiche specializzate, Alberoni rimane sistematicamente un nome di contorno, citato occasionalmente ma mai centrale nei dibattiti teorici o metodologici. La sua produzione non ha generato correnti di ricerca, non ha ispirato programmi di dottorato, non ha stimolato verifiche empiriche sistematiche da parte di altri ricercatori.
La comparazione con figure come Pierre Bourdieu, per limitarci alla stessa generazione, non regge assolutamente: Bourdieu ha generato una vera scuola di ricerca, ha influenzato profondamente generazioni di sociologi in tutto il mondo, ha aperto campi di ricerca completamente nuovi che continuano a essere sviluppati decenni dopo la sua scomparsa. I suoi concetti di habitus, campo, capitale culturale sono diventati strumenti analitici standard utilizzati da migliaia di ricercatori per produrre conoscenze empiriche verificabili.
Alberoni, al contrario, è rimasto sostanzialmente un caso nazionale italiano, confinato a una ricezione prevalentemente popolare e privo di una vera eredità accademica identificabile. I suoi concetti principali non sono mai diventati strumenti di ricerca utilizzati da altri, le sue intuizioni teoriche non sono mai state sviluppate sistematicamente, la sua metodologia non è mai stata formalizzata in modo da poter essere insegnata e trasmessa.
Se la sociologia è, come sostengono i filosofi della scienza, una scienza cumulativa in cui le conoscenze si accumulano progressivamente attraverso il confronto critico e la verifica empirica, Alberoni vi ha lasciato tracce estremamente deboli e difficilmente identificabili. La sua produzione non ha contribuito significativamente all'avanzamento delle conoscenze sociologiche, non ha risolto problemi teorici precedentemente irrisolti, non ha aperto nuove prospettive di ricerca che altri hanno potuto sviluppare.
Questa marginalità internazionale non può essere spiegata semplicemente con pregiudizi culturali o con difficoltà linguistiche, perché altri sociologi italiani della stessa generazione hanno ottenuto riconoscimenti internazionali significativi. È piuttosto il risultato della scelta strategica di privilegiare la divulgazione nazionale rispetto alla ricerca scientifica internazionalmente competitiva.
7. Alberoni e il contesto italiano: un fenomeno mediatico più che scientifico
Il successo popolare e mediatico di Francesco Alberoni deve essere compreso e contestualizzato più nel quadro specifico della cultura italiana del secondo Novecento che nel contesto internazionale della sociologia come disciplina scientifica. In un paese con un bisogno strutturalmente forte di figure intellettuali mediatrici, capaci di tradurre in forma accessibile al grande pubblico fenomeni culturali e sociali complessi, Alberoni ha saputo incarnare perfettamente la figura dell'esperto televisivo e giornalistico che rende semplice ciò che è complicato.
La sua collocazione politica e culturale, costantemente oscillante ma mai davvero scomoda per i poteri dominanti, lo ha reso sistematicamente accettabile a pubblici diversi e gli ha garantito una visibilità mediatica continuativa che altri intellettuali più critici o più specializzati non hanno mai ottenuto. Questa capacità di adattamento alle esigenze del mercato culturale italiano ha certamente contribuito al suo successo commerciale, ma ha anche compromesso la sua credibilità scientifica.
Il ruolo sociale di "sociologo popolare" che Alberoni ha saputo costruire e mantenere per decenni è stato più mediatico che propriamente scientifico. La sua funzione principale è stata quella di fornire interpretazioni rassicuranti di fenomeni sociali potenzialmente inquietanti, di normalizzare attraverso il linguaggio dell'expertise accademica trasformazioni culturali che potevano generare ansie nel pubblico medio. In questo senso, la sua operazione culturale è stata funzionale alla stabilizzazione del consenso piuttosto che alla produzione di conoscenze critiche.
Alberoni ha avuto molti lettori, ma significativamente non ha mai avuto veri allievi accademici; ha avuto grande ascolto sui giornali e in televisione, ma non ha mai costruito una scuola di ricerca nelle università. Il suo destino intellettuale è stato quello di essere ricordato come un nome noto al grande pubblico, ma non come un punto di riferimento teorico per lo sviluppo della disciplina sociologica.
Questa separazione tra successo mediatico e rilevanza scientifica rivela le contraddizioni del sistema culturale italiano, che spesso premia la visibilità pubblica a scapito della qualità della ricerca. Il caso Alberoni rappresenta emblematicamente i rischi di una deriva anti-intellettuale che privilegia sistematicamente la semplificazione divulgativa rispetto all'approfondimento critico, l'opinione personale rispetto alla verifica empirica, il consenso mediatico rispetto al riconoscimento scientifico.
La sua parabola intellettuale illustra inoltre i problemi strutturali di un sistema universitario che non è mai riuscito a creare incentivi efficaci per la ricerca di qualità internazionalmente competitiva, permettendo che figure marginali dal punto di vista scientifico occupassero posizioni di grande visibilità pubblica. Questo meccanismo ha contribuito a delegittimare la sociologia italiana presso la comunità scientifica internazionale e ha ostacolato lo sviluppo di una vera tradizione di ricerca nazionale.
8. Le conseguenze epistemologiche: una sociologia senza metodo
L'operazione culturale di Alberoni ha avuto conseguenze epistemologiche negative che vanno oltre la sua singola figura intellettuale. La sua identificazione mediatica con la sociologia ha contribuito a diffondere una concezione metodologicamente scorretta della disciplina, presentata come una forma sofisticata di saggistica morale piuttosto che come una scienza sociale con propri metodi di ricerca e criteri di validazione delle conoscenze.
Questa confusione concettuale ha danneggiato la percezione pubblica della sociologia, rendendo più difficile il riconoscimento della sua specificità metodologica rispetto al giornalismo, alla filosofia morale, alla letteratura. Ha inoltre ostacolato lo sviluppo di una cultura della ricerca empirica, suggerendo che le intuizioni personali del sociologo-intellettuale possano sostituire la verifica sistematica delle ipotesi attraverso la raccolta e l'analisi di dati empirici.
Il modello alberoniano di sociologia ha influenzato negativamente anche le nuove generazioni di studiosi, molti dei quali hanno creduto di poter costruire carriere accademiche basate sulla visibilità mediatica piuttosto che sulla produzione di ricerche originali. Questo meccanismo ha contribuito al declino generale della sociologia italiana, che ha progressivamente perso competitività internazionale e rilevanza scientifica.
La mancanza di rigore metodologico caratteristica dell'approccio alberoniano ha inoltre favorito lo sviluppo di una sociologia impressionistica, basata su osservazioni aneddotiche piuttosto che su analisi sistematiche. Questo stile di lavoro, pur apparentemente più creativo e libero, si è rivelato scientificamente sterile, incapace di produrre conoscenze cumulative e verificabili.
9. Alternative mancate: cosa avrebbe potuto essere
È interessante riflettere su cosa avrebbe potuto diventare la sociologia italiana se intellettuali del calibro di Alberoni avessero scelto di investire le proprie energie nella costruzione di una tradizione di ricerca rigorosa piuttosto che nella divulgazione mediatica. La generazione degli anni Settanta aveva certamente le competenze e le opportunità per costruire una sociologia italiana internazionalmente competitiva, capace di contribuire significativamente allo sviluppo della disciplina.
L'interesse di Alberoni per i movimenti collettivi, se sviluppato con maggiore rigore metodologico, avrebbe potuto generare importanti contributi alla comprensione dei processi di trasformazione sociale. I fenomeni che lui ha osservato impressionisticamente – le mode collettive, i comportamenti di massa, le dinamiche dell'influenza sociale – rappresentano tuttora campi di ricerca cruciali per comprendere le società contemporanee.
La scelta di privilegiare la divulgazione ha rappresentato un'opportunità perduta non solo per Alberoni personalmente, ma per l'intera disciplina in Italia. Una tradizione di ricerca empirica sui fenomeni da lui osservati avrebbe potuto produrre conoscenze utilizzabili anche per comprendere dinamiche contemporanee come la viralità digitale, la formazione delle opinioni pubbliche online, i meccanismi di influenza sociale mediati dalle tecnologie.
Conclusione: il bilancio di una carriera sopravvalutata
Francesco Alberoni non è stato il grande teorico della modernità che talvolta, soprattutto in Italia, si vuole ancora presentare. È stato indubbiamente un divulgatore culturalmente efficace, un opinionista spesso brillante nelle sue intuizioni, un intellettuale che ha saputo catturare l'attenzione del grande pubblico parlando con linguaggio accessibile di temi come l'amore, le passioni collettive, i comportamenti di massa. In questo ruolo di mediatore culturale ha certamente svolto una funzione sociale non trascurabile, contribuendo a diffondere una certa sensibilità sociologica nella cultura italiana.
Tuttavia, sul piano propriamente scientifico, il suo contributo alla disciplina sociologica resta strutturalmente fragile, metodologicamente derivativo, privo di una scuola di ricerca riconoscibile e di una ricezione internazionale consistente e duratura. La sociologia contemporanea, che si confronta con fenomeni sociali di complessità crescente e che richiede strumenti analitici sempre più sofisticati, non può accontentarsi di suggestioni intuitive o di analogie letterarie: deve costruire concetti operativi, metodologicamente fondati, empiricamente verificabili e teoricamente fecondi.
Alberoni non ha mai fatto completamente questo salto di qualità metodologica che avrebbe trasformato le sue intuizioni iniziali in un programma di ricerca sistematico. Per questo motivo, al di là della notorietà mediatica che ha certamente ottenuto e mantenuto per decenni, resta una figura sostanzialmente marginale nella storia dello sviluppo della sociologia come disciplina scientifica. La sua parabola intellettuale rappresenta più un'occasione mancata che un modello da seguire per le nuove generazioni di sociologi che intendono contribuire realmente all'avanzamento delle conoscenze sociali.
Il caso Alberoni illustra inoltre i rischi di una deriva anti-scientifica nella cultura italiana, che tende a privilegiare sistematicamente la visibilità mediatica rispetto alla qualità della ricerca, l'opinione personale autorevole rispetto alla verifica empirica delle ipotesi, il successo commerciale rispetto al riconoscimento della comunità scientifica internazionale. Una lezione che dovrebbe essere attentamente considerata da chi oggi si occupa di politiche culturali e di organizzazione della ricerca universitaria nel nostro paese.