sabato 14 febbraio 2026

Jacques Rivière: una coscienza critica nel cuore del Novecento

La figura di Jacques Rivière occupa un posto di rilievo nel panorama letterario francese della prima metà del XX secolo e tuttavia rimane, in larga misura, ingiustamente trascurata. Critico finissimo, intellettuale inquieto, editore innovativo, Rivière fu uno dei principali artefici di quel rinnovamento estetico e spirituale che trovò nella Nouvelle Revue Française (NRF) la sua fucina più influente. La sua attività si dispiegò in anni di febbrile trasformazione culturale: gli anni precedenti e seguenti alla Grande Guerra, in cui la letteratura cercava nuove forme per rappresentare la lacerazione dell’uomo moderno e i suoi slittamenti di senso. In questo contesto, Rivière si pose come figura mediana tra la generazione simbolista e quella che, da Proust a Gide, da Claudel a Valéry, avrebbe riscritto le coordinate della sensibilità europea.

Il suo contributo fu tanto profondo quanto discreto: né poeta né romanziere di professione, Rivière fu un lettore formidabile e uno scrittore di idee, mosso da una vocazione spirituale alla comprensione. Il suo sguardo critico, mai ridotto a mero esercizio ermeneutico, si fondava su una radicale esigenza di verità. È in questa tensione — non priva di pathos, spesso intrisa di inquietudine religiosa — che si rivela il cuore della sua opera: nella sua capacità di cogliere, nei testi letterari, ciò che vi era di spiritualmente vivo, di esistenzialmente in gioco.

Rivière si avvicinò alla letteratura da un versante filosofico e morale, per poi attraversarla con strumenti che rifuggivano tanto dal formalismo quanto da una lettura ideologica. Lo testimonia il suo straordinario carteggio con Marcel Proust, nel quale si svela non solo il fervore della sua intelligenza, ma anche il ruolo che ebbe nell'accompagnare la pubblicazione e la comprensione della Recherche. Rivière fu, forse, il primo lettore a intuire pienamente la portata dell'opera proustiana, e la sua risposta alla lettura del manoscritto dell’À l’ombre des jeunes filles en fleurs costituisce una delle più lucide professioni di fede nella letteratura come veicolo di verità interiore.

Ma l’orizzonte del suo pensiero non si esaurisce in Proust. Le sue pagine su Rimbaud, scritte con l’ardore di chi sente nell’opera del poeta una ferita aperta, una rivelazione e un rischio, rimangono uno degli esempi più alti di critica come esperienza esistenziale. Rimbaud, in Rivière, non è tanto un fenomeno letterario quanto una figura-limite: l’incarnazione della potenza e del pericolo della visione. Allo stesso modo, le sue riflessioni su Claudel, Gide, Alain-Fournier e Valéry svelano un’originalità che non si piega mai al sistema, e che trova nella forma interiore — per usare una sua espressione — il luogo privilegiato di indagine.

La vicenda biografica di Rivière si intreccia con l’urto della modernità e delle sue catastrofi. La sua prigionia durante la Prima guerra mondiale — narrata nel Carnet de guerre e nei suoi scritti autobiografici — rappresenta un momento di frattura, ma anche di rielaborazione spirituale. In quelle pagine si coglie lo slittamento del suo sguardo: da un’intellettualità analitica a una ricerca di assoluto, da una critica dell’opera alla comprensione dell’uomo nella sua nudità. Il trauma della guerra, vissuto non come frattura ma come esperienza iniziatica, costringe Rivière a confrontarsi con il limite, con la morte, con la tenuta — o il crollo — delle convinzioni morali ed estetiche. Ne esce un pensiero più nudo, più inquieto, che però non rinuncia mai alla fiducia nella parola e nella sua capacità di rigenerare senso.

Come direttore della Nouvelle Revue Française dal 1919 fino alla morte, Rivière esercitò un’influenza decisiva non solo sulla selezione dei testi pubblicati, ma anche sulla concezione stessa della letteratura come pratica civile e spirituale. Fu lui a consolidare la rivista come punto di riferimento di un’élite culturale, capace di dialogare con l’Europa, di accogliere voci nuove, di rifiutare tanto l’eclettismo quanto la chiusura dogmatica. La NRF, sotto la sua direzione, fu luogo di confluenza tra estetica e metafisica, tra arte e testimonianza. In essa si diedero appuntamento, in modo non sempre pacificato, le grandi tensioni dell’epoca: classicismo e avanguardia, fede e dubbio, forma e interiorità.

Rivière incarnò, nella sua breve esistenza, un’idea esigente di letteratura: non intrattenimento, non decoro, ma esercizio di verità. Una verità che non coincideva con la confessione soggettiva, ma con un continuo processo di disvelamento, tanto più necessario quanto più il mondo moderno appariva opaco e disorientato. In questo senso, la sua opera — critica, epistolare, saggistica — è profondamente contemporanea. La sua ricerca di un fondamento spirituale nel linguaggio, il suo rifiuto della superficialità estetizzante, la sua attenzione alla dimensione morale dello stile, lo rendono oggi una figura esemplare per ripensare la funzione della critica e dell’intellettuale.

Che Rivière sia oggi poco letto fuori dalla Francia non è forse casuale. La sua scrittura richiede lentezza, attenzione, un ascolto profondo. Non offre formule né provocazioni: propone invece un modello di serietà intellettuale che può apparire inattuale in un’epoca dominata dalla velocità e dalla performatività. Eppure, proprio per questo, il suo esempio risuona con forza: come un invito a tornare alla letteratura come spazio di trasformazione interiore, come luogo in cui il pensiero si fa gesto di cura, verso il testo e verso il mondo.

Rivière non fu un maestro nel senso tradizionale, né un teorico della letteratura: fu piuttosto un artigiano del pensiero, uno scrutatore dell’anima, un tessitore di silenzi e rivelazioni. La sua voce, apparentemente lieve, è in realtà tra le più profonde del Novecento europeo. Rileggerlo oggi significa restituire dignità a una concezione esigente della critica come atto di presenza, come tensione verso il vero, come incontro.


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