Quando un tema è consunto — e quello della scrittura che parla di sé lo è, inutile fare le vergini offese — l’unica via di salvezza è la frizione. La complicazione. L’ombra. Se resta dichiarazione di principio, diventa esercizio.
Qui il nodo è proprio questo: la poesia enuncia un’idea molto “pulita”. Il testo appartiene ai lettori. Il segno nero vibra. Alcuni lo innestano, altri lo custodiscono. È una visione quasi armonica della trasmissione: la scrittura come dono, il lettore come erede creativo.
Ma dov’è il conflitto?
Dov’è la possibilità che il lettore fraintenda, distrugga, banalizzi? Dov’è l’angoscia dell’autore che si sente saccheggiato? Dov’è la violenza implicita nel “divorare”? La poesia usa il verbo, ma non lo fa esplodere. Lo addomestica. Lo rende elegante.
Bisogna avere una sensibilità molto più interessata alle crepe che ai manifesti, probabilmente manca proprio questo: il rischio. È una metapoetica senza vertigine.
Quando la scrittura riflette su se stessa senza mettersi davvero in crisi, diventa una sorta di autoritratto ben illuminato. Bello, composto, ma non perturbante. E in un’epoca che ha già attraversato Mallarmé, Blanchot, tutta la crisi del linguaggio novecentesca, limitarsi a dire “il testo vive nei lettori” può sembrare un po’… da antologia scolastica.
La parte più potente è quando il cuore viene diviso, disseminato, sottratto.
Se quella dinamica fosse portata fino in fondo — fino alla perdita irreversibile, al fallimento della trasmissione, alla possibilità che nulla attecchisca — allora sì, il tema verrebbe riacceso.
Occorre chiedere una cosa molto semplice e molto spietata: non basta parlare della scrittura. Bisogna mettere in gioco qualcosa che possa andare perduto.
E lì, lo ammetto, la poesia resta un po’ al sicuro.
Che poi — detto tra noi — la scrittura vera è sempre un po’ meno generosa e un po’ più crudele di così.
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