venerdì 13 febbraio 2026

Werner Herzog e Klaus Kinski


La storia di Werner Herzog e Klaus Kinski non è soltanto quella di un regista e del suo attore feticcio, né quella di una semplice collaborazione artistica. È il racconto di una delle relazioni più tumultuose, distruttive e creative della storia del cinema, un sodalizio fatto di odio e dipendenza, di minacce e genialità, di violenza psicologica e risultati straordinari. È una storia che sembra uscita da un romanzo epico, un duello tra due personalità inconciliabili, destinate a scontrarsi ripetutamente ma incapaci di separarsi. Insieme, hanno creato capolavori che hanno segnato la storia del cinema, ma al prezzo di un’incessante battaglia in cui la posta in gioco non era solo la riuscita di un film, ma la sopravvivenza stessa del loro rapporto.

Herzog, nato nel 1942 a Monaco di Baviera, aveva sempre avuto un approccio quasi ossessivo al cinema. Per lui, fare un film non significava semplicemente dirigere attori e scrivere sceneggiature, ma immergersi completamente in un mondo, sfidando i limiti della realtà per catturare l’essenza più pura dell’esperienza umana. Non si accontentava di raccontare storie: voleva viverle, trasformare le riprese in avventure estreme, in missioni quasi impossibili. Kinski, al contrario, era un uomo prigioniero della propria follia. Attore di straordinario talento, era anche una personalità incontrollabile, un uomo capace di passare in pochi istanti dalla dolcezza più commovente alla furia più distruttiva. Se Herzog era un regista disposto a tutto per realizzare la propria visione, Kinski era un attore disposto a distruggere tutto e tutti per affermare il proprio ego.

La loro storia cominciò molti anni prima della loro prima collaborazione. Quando Herzog era ancora un adolescente, ebbe modo di vivere per un breve periodo nella stessa casa di Kinski. Era una pensione modesta, abitata da persone di ogni tipo, ma tra tutti gli inquilini, Kinski era di gran lunga il più inquietante. Passava giorni interi rinchiuso in bagno, gridando, insultando il mondo, distruggendo tutto ciò che trovava. Per il giovane Herzog, quell’uomo era una creatura affascinante e spaventosa, una sorta di bestia selvaggia che sembrava incapace di adattarsi alla vita normale. In quei giorni, senza ancora saperlo, il regista gettò le basi per un rapporto che avrebbe segnato tutta la sua carriera.

Quando, anni dopo, decise di girare Aguirre, furore di Dio, Herzog si ricordò di quell’attore straordinario e instabile e decise di affidargli il ruolo del protagonista. La scelta si rivelò tanto giusta quanto disastrosa. Già dalle prime settimane di riprese, Kinski si dimostrò un problema ingestibile. Esplodeva in scenate isteriche per qualsiasi cosa: il caldo, le zanzare, il cibo, le condizioni di lavoro. Insultava la troupe, minacciava di abbandonare il film, pretendeva di riscrivere le scene. Herzog, però, non si lasciò intimorire. Anzi, rispose con la stessa moneta.

Un episodio, in particolare, è diventato leggenda. Quando Kinski, esasperato, dichiarò che avrebbe lasciato il set, Herzog lo prese da parte e, con assoluta calma, gli disse che, se se ne fosse andato, lo avrebbe ucciso. Non era una minaccia teatrale, non era un modo per spaventarlo: Herzog parlava sul serio. Aveva già calcolato il tempo che gli sarebbe servito per raggiungerlo con un fucile e quanto sarebbe stato facile far sembrare tutto un incidente. Kinski, colpito dalla determinazione del regista, rimase.

Ma se il set di Aguirre fu un campo di battaglia, quello di Fitzcarraldo fu un inferno. Il film, girato in Amazzonia, raccontava la storia di un uomo ossessionato da un’impresa impossibile: trasportare una nave attraverso una montagna. Herzog, con il suo consueto realismo visionario, decise che il modo migliore per raccontare quella storia era... farlo davvero. Nessun trucco, nessun effetto speciale: una nave vera, trasportata attraverso la giungla. Kinski, che già mal sopportava le difficoltà delle riprese, raggiunse nuove vette di isteria. Insultava la troupe, litigava con chiunque gli capitasse a tiro, maltrattava gli indigeni locali che lavoravano come comparse.

A un certo punto, gli indigeni, stanchi delle sue sfuriate, si avvicinarono a Herzog e gli fecero una proposta inquietante: volevano uccidere Kinski per lui. Il regista, con la freddezza che lo contraddistingueva, rifiutò. “Mi serve per finire il film,” disse. Ma la semplice esistenza di quell’offerta dimostra fino a che punto Kinski fosse odiato da chiunque avesse a che fare con lui.

E poi c’è la storia del tentato incendio. Secondo quanto raccontato dallo stesso Herzog, una notte, esasperato dall’ennesima sfuriata di Kinski, decise di farla finita una volta per tutte. Aspettò che l’attore si addormentasse, prese della benzina e si preparò a dare fuoco alla sua casa. Il piano fallì solo perché il cane di Kinski, percependo il pericolo, abbaiò allarmato, svegliando il padrone. È difficile dire quanto ci sia di vero in questo racconto, ma ciò che è certo è che, in quegli anni, la tensione tra i due era talmente alta che nulla sembrava impossibile.

Dopo Fitzcarraldo, lavorarono ancora insieme per un ultimo film, Cobra Verde, ma ormai il loro rapporto era logoro. Non si sopportavano più. Kinski, con la sua solita arroganza, insultava pubblicamente Herzog, accusandolo di essere un mediocre. Il regista, dal canto suo, dichiarava che lavorare con lui era stato un incubo. Eppure, nonostante tutto, non smisero mai di parlarsi del tutto. Anche nei momenti peggiori, sembravano incapaci di chiudere completamente i ponti.

Quando Kinski morì nel 1991, Herzog reagì con una freddezza che in molti interpretarono come indifferenza. Disse semplicemente che la notizia non lo aveva sorpreso. Ma pochi anni dopo girò Kinski, il mio nemico più caro, un documentario che è una dichiarazione d’amore e odio insieme. Nel film, Herzog mostra senza filtri tutte le follie di Kinski, le sue esplosioni di rabbia, la sua inaffidabilità, la sua violenza. Eppure, tra le righe, emerge anche qualcosa di diverso: un’ammirazione profonda, quasi una nostalgia per quell’uomo insopportabile che aveva reso il suo cinema grande.

Perché, alla fine, il loro rapporto era questo: un’eterna battaglia tra due uomini incapaci di convivere, ma ancora più incapaci di separarsi. Se il cinema è fatto di passioni assolute, la loro storia è stata la più assoluta di tutte. Un amore che si esprimeva con minacce di morte, un’arte che nasceva dalla rabbia, un sodalizio che, pur essendo una guerra continua, ha lasciato un segno indelebile nella storia del cinema. E forse, nel profondo, entrambi sapevano che senza quell’odio reciproco, senza quella tensione costante, non avrebbero mai creato qualcosa di tanto grande.

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