venerdì 13 febbraio 2026

SCENA D’ATTESA (variazione in campo aperto)

Non è una stanza.
Se fosse una stanza, potrei misurarla. Potrei dire: quattro pareti, un soffitto, un pavimento, uno sgabello — e già lo sgabello sarebbe un dettaglio rassicurante, una prova dell’arredo, della domesticità del terrore. Ma qui non c’è nulla che si lasci contenere. È un campo magnetico, una distesa che respira senza polmoni. L’attesa non siede: si propaga. Non occupa, irradia.

Le ombre non cadono obbedienti alla fisica. Vengono scagliate. Hanno traiettorie, hanno un vettore. Qualcuno le ha lanciate, o forse si sono auto-generate, come se il buio avesse imparato a usare le braccia. Attraversano lo spazio con un fervore che non è rabbia, ma necessità. Quando giungono davanti a me non sono più ombre: sono scaglie di luce compressa, nervi visibili, scosse incarnate all’orlo di una soddisfazione che non si compie.

Restano sospese un minuto.
Un minuto non cronologico, ma monumentale. Un minuto come una statua, come una colonna che regge un tempio invisibile. In quel tempo si addensano tutte le possibilità. Sono così vicine che la mia fronte potrebbe sfiorarle, e forse è già accaduto. La prossimità le muta: diventano chiassosi lumi, tremori dorati, quasi una gioia che si è smarrita e per non crollare si fa clamore.

E allora incidono.
Non parlano: incidono.
“Tu che ami”.

La frase non è suono ma materia. Marmo rosa, venato, caldo come una ferita che si finge scultura. Non è un invito. Non è un rimprovero. È un riconoscimento brutale. Tu che ami — dunque sei esposto. Tu che ami — dunque sei vulnerabile alla chiamata.

Io non rispondo.

Apro invece un varco. Lascio che si guardi dentro. Non è coraggio, è curiosità spinta all’estremo. Dentro cosa? Dentro la disperazione, ma come si osserva un animale ferito dietro una grata. Senza avvicinarsi troppo. Senza pretendere di salvarlo. C’è in questo gesto un allarme prematuro, una sirena che precede l’incendio, un suono che non ha ancora trovato il suo oggetto.

Forse l’attesa è un sistema di allarmi senza evento. Una costellazione di presagi che non si decidono a incarnarsi.
Alla mia destra — o nel punto della coscienza che ha la forma di una destra — staziona qualcosa che potrei chiamare Ideale delle Forze delle Diaboliche Visitazioni. Nome eccessivo per un fenomeno quasi trasparente. Non è un angelo. Non è un demone. È un messaggio. Non scritto, ma sospeso. Non consegnato, ma incombente.

Le sue parole non ardono come fiamme decorative; sono bruciature nette nell’aria:
“Non si possono confondere, per quanti videro queste cose, col fracasso dei sassi, queste voci.”

La frase si ripete senza eco.

Le voci non sono il tonfo della materia. Non sono il rumore della rovina. Non sono detriti che rotolano. Chi le ha udite lo sa: non c’è equivoco possibile. Sono fenditure nell’aria, e chi vi è passato attraverso non torna indenne.
L’attesa allora non è accumulo. Non è crollo. È un tribunale sonoro. È il momento in cui si distingue tra il rumore e la chiamata.

Intanto il cielo si compatta. Non diventa scuro: diventa denso. È un assortito assalto, un dispiegamento ordinato di pressioni. Non piove, non tuona, ma pesa. Sento il peso sopra la nuca, sulle scapole, tra le costole.

Mi ritraggo.

Mi nascondo dietro uno sgabello.
Gesto ridicolo. Gesto solenne. Il legno come argine contro l’eccesso del senso. Come se l’umiltà dell’oggetto potesse mediare tra me e l’enormità. Forse è questo che facciamo sempre: ci accovacciamo dietro cose piccole per non essere travolti dalle cose grandi.

Il tempo, in questo frangente, non scorre. Non avanza. Teme. È una forma di timore, una contrazione. Si avvolge su se stesso, come un animale che fiuta la minaccia ma non la vede. Il tempo stesso è in attesa.

E dentro quel tempo contratto riaffiorano le passeggiate d’ottobre. Non come ricordi, ma come ritorni corporei. Le erbe incolte, che non chiedono di essere nominate. I margini dei campi. Il cielo basso, non ostile ma indifferente. L’esaltazione della solitudine, quella che non è malinconia ma verticalità, una postura dell’anima che non chiede compagnia per non cedere alla propria altezza.

Dove rifugiarsi?
Dove trovare asilo quando anche il ricordo si fa inospitale?

Le strade percorse senza scopo. Le soglie non varcate. Gli alberghi troppo felici un tempo, ora deserti. Tutto riappare come un inventario che non salva. Suppliche incompiute. Tentativi di azzerare le lontananze che invece si moltiplicano.

Eppure le ombre insistono. Non si dissolvono. Offrono ancora un’impressione, un indizio, un dono che non so scartare. È come se dicessero: non ti chiediamo di comprendere, ma di restare.
Allora provo a rialzarmi. Non per vincere. Non per oppormi. Ma per fare posto. Fare posto è un atto più radicale che combattere. Significa riconoscere che qualcosa deve transitare.

Mi muovo con uno sforzo febbrile, eccitato, quasi inadeguato alla gravità del momento. Tendo la fronte in avanti. È il gesto di chi chiede un segno, ma anche di chi accetta il colpo. L’attesa non promette carezze. Promette rivelazioni.

E la rivelazione non è luce pura. È una scissione.

Comincio allora a interrogare il nome.

Attesa è parola troppo docile. Paura è troppo stretta. Desiderio è troppo esposto, troppo carnale. Forse è soglia. Forse è varco. Forse è quella regione in cui le categorie cedono e resta solo la postura.

Perché l’attesa non è un tempo tra due eventi. È un luogo in cui si è chiamati senza sapere da chi. È il punto in cui le ombre diventano luce per un istante, e la luce — magnifica e crudele — chiede conto del nostro amore.

“Tu che ami.”

La frase torna, ma ora è meno monumentale e più intima. Non è più incisa nel marmo: vibra nella carne. Amare significa esporsi alla chiamata. Amare significa accettare che il cielo possa assaltare senza dichiarazione.

Mi accorgo che lo sgabello non mi protegge. Non è mai stato scudo. È stato misura. Mi ha ricordato la mia altezza, la mia precarietà.

Le voci continuano a non confondersi con il fracasso. È questo il discrimine. Il rumore cade, la voce attraversa. Il rumore occupa, la voce convoca.

Allora forse l’attesa è convocazione.

Un tribunale senza giudici visibili.
Un campo magnetico in cui ogni gesto è esposto.

Resto. Non più nascosto, non del tutto eretto. In una postura intermedia, fragile e ostinata. La fronte ancora tesa, ma meno per difesa e più per ascolto.

Forse non esiste altro nome.

Forse la fedeltà consiste nel non rinominare. Nel restare sotto quel cielo compatto, accettando l’assalto come forma di rivelazione.

E se un giorno le ombre smetteranno di essere scagliate, se il minuto monumentale si scioglierà in secondi comuni, resterà questo: la memoria di una pressione che chiedeva amore.

Non salvezza.
Non spiegazione.

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