domenica 5 aprile 2026

Custodire l'Infanzia: L'educazione secondo Anna Maria Ortese


Parlare dell’infanzia in relazione ad Anna Maria Ortese, a un certo punto, smette di essere un esercizio critico e diventa qualcosa che ha a che fare con il corpo, con una specie di memoria che non si lascia addomesticare. Non è più un’idea, non è più un tema: è una pressione, una cosa che torna senza chiedere permesso. L’infanzia, in Ortese, non è dietro di noi. Non è un territorio perduto che possiamo visitare con nostalgia educata. È qualcosa che resta, che insiste, che a volte disturba.
È una presenza.
Non sempre gentile.
Il bambino ortesiano non consola. Non è il piccolo innocente che salva il mondo con la sua purezza. È, piuttosto, un essere scoperto, esposto, senza pelle. Sente tutto. Non ha ancora imparato a scegliere cosa sentire e cosa no. Ogni cosa lo raggiunge intera: una parola detta male, uno sguardo storto, un silenzio troppo lungo. Non ha filtri. E questo non è un dono romantico: è una fatica.
È una fatica essere così aperti.
Immagina una stanza. Non grande. Una stanza qualsiasi, di quelle che non si ricordano. Una luce un po’ opaca, forse un pomeriggio d’inverno. Un bambino è seduto a terra. Non fa niente di speciale. Ha davanti un oggetto — potrebbe essere un animale finto, un pupazzo, o anche solo una scarpa. Ma lo guarda come se fosse vivo.
E in un certo senso lo è.
Perché in quello sguardo non c’è ancora la separazione netta tra ciò che è e ciò che non è. Non c’è ancora il confine adulto tra reale e immaginario. C’è solo una continuità inquieta. Tutto può diventare altro. Tutto può rispondere.
E questa possibilità è, allo stesso tempo, una vertigine.
L’adulto entra nella stanza. Non vede niente. Vede un bambino che gioca. Vede un oggetto. Non vede la tensione. Non vede quella specie di dialogo muto che sta accadendo. Non lo riconosce. E, senza accorgersene, lo interrompe.
“Basta, adesso vieni.”
È una frase minima. Normale. Quotidiana. Ma dentro quella frase c’è già una direzione: uscire da quel mondo, rientrare in un ordine condiviso. Tornare a ciò che è nominabile, controllabile, spiegabile.
È così che comincia.
Non con un trauma. Non con una rottura violenta. Ma con una serie di piccoli richiami. Di correzioni leggere. Di aggiustamenti. Il bambino impara poco a poco che quel modo di stare nel mondo — così aperto, così ambiguo — non è del tutto accettabile. Che bisogna ridurre. Stringere. Definire.
Impara a dire: “è solo un gioco”.
E in quel “solo” c’è già una perdita.
Anna Maria Ortese non fa mai di questa perdita un discorso teorico. Non la trasforma in concetto. La lascia accadere. La mostra nei corpi, negli sguardi, nei silenzi. Nei suoi testi, qualcosa si incrina sempre in modo quasi impercettibile, e proprio per questo irreversibile.
Il bambino non smette di sentire. Ma impara a non fidarsi completamente di ciò che sente.
E questa è forse la prima vera ferita.
L’educazione, a quel punto, entra come una struttura più visibile. La scuola. Le regole. I tempi. I compiti. Tutto ciò che organizza la giornata, che la rende leggibile, che la incastra dentro una sequenza. Anche qui: nulla di mostruoso. Tutto necessario. Tutto, apparentemente, giusto.
Eppure.
C’è un momento preciso — non sempre evidente — in cui il bambino capisce che alcune delle sue percezioni non hanno posto. Che non servono. Che non verranno ascoltate. Che rallentano. Che disturbano.
E allora comincia a lasciarle cadere.
Non tutte insieme. Una alla volta.
Come si perdono gli oggetti, senza accorgersene.
Un insegnante chiede di descrivere una casa. Il bambino potrebbe parlare di come la casa respira, di come la notte cambia forma, di come le pareti sembrano ascoltare. Ma non lo fa. Scrive: “la casa è grande, ha tre stanze, una cucina e un bagno”.
Prende un buon voto.
E qualcosa si chiude.
Non è colpa dell’insegnante. Non è colpa di nessuno, in senso semplice. È un sistema. È una necessità collettiva. Ma è anche, allo stesso tempo, una riduzione. Una semplificazione del reale.
E il reale, in Ortese, non è mai semplice.
È eccedente. Sempre.
È troppo.
Per questo l’immaginazione, nel suo universo, non è un lusso. Non è una fuga. È un modo per restare fedeli a quella eccedenza. Per non ridurre tutto a ciò che è utile, a ciò che funziona. È una forma di resistenza.
Ma una resistenza fragile.
Perché l’immaginazione espone. Non protegge. Non costruisce barriere: le toglie. Permette al mondo di entrare in modi imprevedibili. E questo, per un bambino, è pericoloso quanto è necessario.
L’adulto, allora, interviene. Non sempre consapevolmente. Offre strumenti. Cornici. Limiti. Dice: “immagina, ma fino a qui”. Dice: “crea, ma in questo modo”. Trasforma l’immaginazione in attività. In esercizio. In qualcosa che può essere valutato.
E così la rende innocua.
Ma l’immaginazione ortesiana non è innocua. Ha qualcosa di disturbante, di eccessivo. Può generare disagio. Può aprire zone che sarebbe più comodo tenere chiuse. È proprio lì, però, che si produce una forma di verità.
Non quella che si può spiegare.
Quella che si sente.
E che resta.
Se l’educazione avesse il coraggio di stare in quella zona — non di dominarla, ma di abitarla — cambierebbe radicalmente forma. Non sarebbe più un processo lineare, ordinato, prevedibile. Sarebbe un campo instabile. Un luogo in cui qualcosa può anche non funzionare.
Un insegnante, in questo scenario, dovrebbe accettare di non sapere tutto. Di non capire subito. Di non correggere immediatamente. Dovrebbe tollerare il vuoto, l’ambiguità, il tempo morto.
È una richiesta enorme.
Perché va contro tutto ciò che ci è stato insegnato sull’efficacia, sulla chiarezza, sul controllo.
Eppure è lì che qualcosa accade davvero.
Immagina un bambino che dice una cosa “strana”. Non viene corretto. Non viene riportato subito alla norma. Qualcuno resta in silenzio. Ascolta. Non per giudicare, ma per capire da dove viene quella frase.
In quel momento, il bambino non si ritrae.
Non si aggiusta.
Resta.
E questa permanenza è rarissima.
Perché il mondo adulto, quasi sempre, chiede aggiustamenti continui. Chiede di essere comprensibili, coerenti, utili. Non ama ciò che eccede, ciò che sborda, ciò che non si lascia tradurre subito.
E allora quella voce — la voce che nell’infanzia è ancora incerta, ancora piena, ancora non completamente formata — impara a contrarsi.
A diventare più chiara, sì. Ma anche più povera.
Anna Maria Ortese, invece, sembra voler trattenere proprio quel punto di instabilità. Quel momento in cui il senso non è ancora fissato. In cui le parole tremano un po’. In cui il reale non è ancora stato completamente ridotto.
È lì che la sua scrittura trova la sua forza.
Non nella chiarezza, ma nella tensione.
Non nella spiegazione, ma nella persistenza di qualcosa che non si lascia chiudere.
Le figure marginali che attraversano le sue pagine — animali, bambini, esseri fuori posto — incarnano questa resistenza. Non si adattano del tutto. Non imparano completamente la lingua del mondo. Restano, in qualche modo, disallineati.
E proprio per questo vedono.
Vedono troppo, forse.
Ma vedono.
E in quello sguardo c’è una possibilità che l’educazione, spesso, dimentica: non quella di formare individui perfettamente integrati, ma quella di permettere a qualcuno di restare, almeno in parte, fedele a ciò che ha sentito all’inizio.
Non è un progetto rassicurante.
Non produce individui “efficienti”.
Produce individui più esposti, più incerti, forse anche più vulnerabili.
Ma anche più vivi.
Alla fine, forse, non si tratta di salvare l’infanzia — cosa impossibile, e forse nemmeno desiderabile. Si tratta di non cancellarla del tutto. Di non tradirla completamente. Di lasciare che continui a creare attrito dentro di noi.
Perché è in quell’attrito che qualcosa resiste.
Qualcosa che non si lascia ridurre.
Qualcosa che, nonostante tutto, continua a respirare.

tre incipit


In questo angolo remoto di mondo, dove le onde si infrangono contro gli scogli, le barche che solcano il mare sono un rarefatto battito d’ali che si leva dalla terraferma all’isola, un ecosistema fragile di solitudine e desiderio. Lei avanza nel paese silenzioso e abbandonato, una figura elegante e slanciata, dotata di gambe esili come quelle di una cicogna, che si muovono con grazia e determinazione. I suoi occhi, incorniciati da rughe sottili che raccontano storie di vita e di tempeste, brillano di un azzurro che sembra riflettere le profondità di un cielo tempestoso, un occhio che ha scrutato i segreti di una città perennemente accarezzata dai venti.

Solitaria e pensosa, si aggira tra le case di vacanza, quelle dimore spettrali, vuote e silenziose, che un tempo vibravano di risate e gioie estive. Alcune facciate mostrano, con un certo orgoglio malinconico, una bandiera appesa ai fili del bucato, un simbolo di speranza e di resistenza contro il lento declino del tempo. Altre case, invece, sfoggiano cicatrici inquietanti, mura decorate da fori di proiettile, vestigia di un passato turbolento che risuona nell’aria come un eco distante di conflitti e di passioni ardenti.

Alma, questo il suo nome, alza lo sguardo verso il campanile, quel sentinella di pietra che scruta il mare e il cielo. Tra i rami spogli degli alberi, scorge un gabbiano che si sgranchisce le ali, un simbolo di libertà e di bellezza, un richiamo a quella vita che lei stessa brama. Stamattina, nel suo animo inquieto, ha composto il numero dell’albergo sull’isola, il suo cuore palpitante di speranza. Ha chiesto, con voce tremante e velata di attesa, se fosse possibile prenotare una camera. La risposta, sebbene le giungesse con una certa riluttanza, è stata affermativa, un sì che suonava come un’intesa segreta tra mondi separati.

I tempi, lo sa, sono mutati, ma l’isola, con la sua natura selvaggia e fiera, ha mantenuto intatta la sua scortesia, un rifiuto garbato ma fermo, come se la sua essenza fosse intrinsecamente legata a un passato che rifiuta di svanire. Così, tra il silenzio delle case disabitate e il fruscio delle onde, Alma prosegue la sua solitaria esplorazione, come una poetessa in cerca di versi perduti nel labirinto di una memoria che non cessa di tormentarla.

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In questo angolo remoto e desolato del mondo, dove le onde si scagliano come lamenti contro gli scogli frastagliati, le barche che si avventurano da terraferma verso l’isola sono un rarefatto dramma di solitudine e di desolazione. Lei cammina nel paese, avvolta in una cupa malinconia, una figura esile, dotata di gambe lunghe e ossute come quelle di una cicogna, un’apparizione spettrale in questo scenario di abbandono. Le rughe ai lati dei suoi occhi azzurrini, occhi che sembrano guardare oltre il presente, raccontano storie di una vita trascorsa in una città accarezzata da venti gelidi e inquietanti.

In solitudine, si aggira tra le case di vacanza, questi gusci vuoti, come cadaveri in un campo di battaglia, che un tempo pulsavano di vita e di gioia estiva. Alcune facciate, annerite dal tempo, ostentano con un maledetto orgoglio una bandiera appesa ai fili del bucato, un simbolo ridicolo di speranza in un mondo che non offre alcuna pietà. Altre case, invece, sono segnate da ferite visibili, con muri crivellati da fori di proiettile, cicatrici di un passato sanguinoso che risuona nell'aria come un grido disperato di morte e violenza.

Alma, questo il suo nome, alza lo sguardo verso il campanile, una torre che si erge come un sinistro monito contro il cielo grigio, e scorge un gabbiano che si sgranchisce le ali, un simbolo di libertà che pare beffardo in un contesto così opprimente. Stamattina, nel suo animo inquieto e tormentato, ha composto il numero dell’albergo sull’isola, il suo cuore pulsante di un’ansia insopportabile. Ha chiesto, con voce tremante, se fosse possibile prenotare una camera, come se la semplice idea di un rifugio potesse salvarla dalla brutalità di questo mondo.

La risposta, tuttavia, è giunta con una riluttanza scontrosa, un affermazione che sembrava un’eco di disprezzo, come se l’isola stessa avesse deciso di respingere un’ulteriore intrusa. I tempi sono cambiati, lo sa bene, ma l’isola, con il suo spirito vendicativo e feroce, conserva intatta la sua scortesia, un rifiuto arrogante che ribadisce la sua natura ostile. Così, tra il silenzio inquieto delle case abbandonate e il rumore incessante delle onde, Alma prosegue la sua peregrinazione, una poetessa in cerca di versi perduti, ma qui, nel labirinto di questa memoria tormentata, non trova che il terrore di un’esistenza che minaccia di inghiottirla.

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In questo angolo remoto e abbandonato del mondo, dove le onde si scagliano come lamenti strazianti contro scogli aguzzi e bianchi, le barche che si avventurano dalla terraferma verso l’isola sono il pallido eco di una vita che si dissipa, una presenza spettrale in un dramma di solitudine e desolazione. Lei avanza nel paese, avvolta in un'oscura malinconia, una figura scheletrica, con gambe lunghe e esili come quelle di una cicogna, la sua silhouette proiettata in un paesaggio di abbandono e decadenza. Le rughe che solcano il suo viso raccontano storie di sofferenza e desolazione, e i suoi occhi azzurrini, che sembrano scrutare l’abisso, riflettono l'orrenda verità di chi è cresciuto in una città assediata dai venti gelidi e da segreti inconfessabili.

Solitaria e afflitta, si aggira tra le case di vacanza, gusci vuoti e morenti, vestigia di un’era di spensieratezza ormai svanita. Queste dimore, simili a cadaveri abbandonati in un campo di battaglia, esalano un’aria di tristezza e morte. Alcune facciate, annerite e scrostate, ostentano con un’orrenda fierezza una bandiera logora appesa ai fili del bucato, un simbolo ridicolo di speranza in un mondo che non concede pietà. Altre case, invece, presentano le cicatrici sanguinose di una storia violenta, muri crivellati da fori di proiettile, che raccontano di un passato macabro e di conflitti dimenticati, eco di urla strazianti che risuonano nell’aria come un lamento eterno.

Alma, questo è il suo nome, alza lo sguardo verso il campanile, una torre tetra che si erge come un sinistro monumento alla disperazione, e scorge un gabbiano che si sgranchisce le ali, un simbolo beffardo di libertà in un contesto così opprimente. Stamattina, nel suo animo inquieto e tormentato, ha composto il numero dell’albergo sull’isola, il suo cuore pulsante di un’ansia opprimente, come se la sola idea di trovare un rifugio potesse offrirle una tregua da questa vita di angoscia.

Ma la risposta è giunta con una riluttanza sdegnosa, un’affermazione che ha rimbombato come un’eco di disprezzo, un rifiuto che ha scosso le fondamenta della sua speranza. I tempi sono cambiati, ne è consapevole, ma l’isola, con la sua anima cupa e vendicativa, ha mantenuto intatta la sua scortesia, un rifiuto arrogante che sottolinea la sua natura ostile e inaccessibile. Così, mentre il silenzio delle case abbandonate la circonda come un’ombra opprimente e il rumore incessante delle onde si trasforma in un canto funebre, Alma prosegue la sua tragica peregrinazione, una poetessa in cerca di versi perduti, ma qui, nel labirinto di questa memoria tormentata, si trova intrappolata in un incubo senza fine, dove il terrore di un’esistenza insostenibile minaccia di inghiottirla in un abisso di disperazione.

Filippo de Pisis


Questa è un'opera di Filippo de Pisis, pittore italiano noto per il suo stile post-impressionista e la sua sensibilità estetica verso soggetti intimisti e spesso ambigui. La figura ritratta sembra richiamare un giovane di aspetto androgino, sdraiato in posa classica e circondato da elementi naturali. De Pisis è celebre per la sua pennellata libera e vibrante e l'uso di colori delicati che creano un'atmosfera sognante e malinconica.

Quest'opera esprime una sensualità sommessa e malinconica, tipica dell'estetica di de Pisis. L'artista amava rappresentare figure maschili con un senso di intimità e languore, spesso in contesti che evocano il desiderio e la vulnerabilità. Questo quadro, con la sua figura reclinata su un manto maculato che potrebbe suggerire una pelle di animale, mescola il classico con una modernità tutta soggettiva, trasformando il corpo in un oggetto di pura contemplazione estetica e sensuale.

L'opera di Filippo de Pisis offre molte chiavi interpretative, soprattutto se consideriamo il contesto in cui operava. De Pisis, pittore dallo spirito anticonformista, visse in un periodo in cui la rappresentazione della sensualità maschile doveva avvenire in modo discreto, quasi nascosto tra le pieghe della pittura stessa. Questo giovane reclinato richiama le figure dei fauni e dei giovani efebi della tradizione classica, ma qui perde il rigore accademico per trasformarsi in una visione frammentata e spontanea, quasi come se fosse un ricordo fugace o una visione privata dell'artista.

De Pisis, che ebbe una vita turbolenta e nomade tra le principali città europee, trovava ispirazione anche nella sua identità queer, che influenzava sottilmente la scelta dei soggetti e il modo in cui li dipingeva. Il paesaggio in secondo piano, volutamente indefinito, incornicia la figura senza rubarle l’attenzione, mentre i tocchi di pennello rapidi e pastosi suggeriscono un'intimità casuale, quasi voyeuristica. Questa scelta stilistica, abbinata alla gamma cromatica tenue ma calda, crea un’atmosfera sospesa, in cui il giovane è al contempo vulnerabile e sicuro, come se fosse consapevole dello sguardo del pittore.

Un altro elemento interessante è il riferimento al manto leopardato, simbolo ambiguo di esotismo e potenza. In contesti classici, veniva spesso associato a Dioniso, dio del vino e dell’estasi, una divinità che ben rispecchia l’estetica di de Pisis, fatta di languore e sensualità trattenuta.

Possiamo soffermarci sul contrasto tra il soggetto nudo e il paesaggio attorno, quasi a suggerire una fuga dalla realtà: una sorta di rifugio ideale dove la bellezza può essere contemplata senza giudizio. De Pisis, infatti, spesso usava i suoi dipinti per esplorare un mondo parallelo in cui l’intimità e la vulnerabilità delle sue figure maschili trovavano un contesto sicuro, lontano dalle convenzioni borghesi e dalle costrizioni morali della sua epoca.

La nudità del giovane qui non è mai provocatoria, ma si offre come un gesto di fiducia e abbandono. Non ci sono dettagli minuziosi nel tratto di de Pisis: il corpo è appena accennato, quasi sfocato, come se l’artista avesse voluto catturare solo l’essenza del momento, evitando qualsiasi ridondanza realistica. Questa scelta amplifica l’effetto di un sogno ad occhi aperti, dove il corpo, più che un oggetto fisico, è una presenza eterea.

La pennellata stessa di de Pisis è molto significativa: rapida, vibrante, a volte persino grezza, ma proprio per questo carica di vita. È come se ogni tocco fosse un respiro, un attimo irripetibile che dà corpo a un desiderio ineffabile. Per de Pisis, dipingere queste figure era anche un modo per esprimere un’identità complessa, un’affettività che non poteva rivelarsi apertamente. Ogni sua opera diventa così un atto di resistenza sottile, un’affermazione di libertà artistica e personale, nascosta nella delicatezza di un viso o nella curva di un corpo adagiato.

Infine, vale la pena notare che de Pisis non si limitava mai a rappresentare un ideale di bellezza esteriore; per lui, l’arte era soprattutto un modo per raccontare una fragilità esistenziale, una tensione costante tra l’ideale e il reale, tra il visibile e il nascosto. In quest'opera, come in molte altre, traspare un senso di solitudine poetica, un desiderio di connessione che però sembra destinato a rimanere sospeso, come il giovane che riposa in un paesaggio lontano e quasi inaccessibile, destinato a rimanere un simbolo di libertà e malinconia.

Aggiungerei che quest'opera si inserisce in una ricerca più ampia di Filippo de Pisis sulla natura del desiderio e sul rapporto tra corpo e paesaggio. In molti dei suoi dipinti, la figura umana si fonde quasi con l'ambiente circostante, come se la distinzione tra il soggetto e il mondo fosse qualcosa di labile, in costante dialogo. In questo quadro, il giovane sdraiato sembra diventare parte della terra stessa, radicato in una natura che lo accoglie come fosse un elemento organico, eppure al contempo isolato, quasi sospeso in un vuoto affettivo.

La scelta di de Pisis di utilizzare una tavolozza di colori morbidi e un tratto leggero accentua questo senso di fusione e alienazione. Non ci sono contorni netti, non ci sono contrasti forti: tutto è soffuso, quasi sfumato, come se lo sguardo dell’artista fosse intriso di una nostalgia impossibile da colmare. È un paesaggio mentale, più che reale, dove la figura del giovane sembra materializzarsi dal nulla per poi dissolversi, lasciandoci con una sensazione di mistero e di incompiutezza.

Dal punto di vista simbolico, questa rappresentazione di un giovane nudo immerso nella natura suggerisce anche un ritorno alla purezza primordiale, a una dimensione edenica dove il corpo non è contaminato dalle convenzioni sociali. De Pisis, con la sua sensibilità unica, ci trasmette la sensazione di una bellezza fragile, temporanea, che potrebbe sparire in un istante. E forse è proprio questa evanescenza a renderla così intensa e commovente.

In conclusione, l’opera non è solo un ritratto di bellezza fisica, ma un’esplorazione profonda dell’identità e del desiderio, trattati con quella delicatezza e sensibilità che caratterizzano l’intera produzione artistica di de Pisis. Ogni pennellata è una nota di poesia visiva, un gesto che celebra il corpo come luogo di emozione e di memoria, un corpo che, pur nella sua immobilità, racconta di viaggi interiori, di amori celati, di aneliti impossibili.

E poi possiamo riflettere su come de Pisis, con questa opera, sembri aprire una finestra sul suo mondo interiore, fatto di malinconia e contemplazione, ma anche di una sensualità nascosta e sofferta. La figura reclinata non è solo un corpo da ammirare: è quasi un alter ego dell’artista stesso, una proiezione del suo desiderio, della sua solitudine, del suo bisogno di bellezza e di intimità. De Pisis, infatti, non dipinge mai semplicemente per rappresentare; ogni figura, ogni paesaggio è una traccia della sua vita emotiva, un codice segreto attraverso cui esprimere sentimenti altrimenti inconfessabili.

Il giovane sdraiato sembra quindi incarnare il paradosso di un ideale di bellezza che, pur essendo vicino e accessibile, rimane in qualche modo irraggiungibile. Questo senso di inaccessibilità potrebbe riflettere l’esperienza stessa di de Pisis come uomo queer in un’epoca e in un ambiente che non accettavano apertamente la sua identità. La pittura diventa allora un modo per dare corpo a un desiderio che, nella realtà quotidiana, doveva rimanere nascosto o represso. Ogni pennellata racchiude la tensione tra il desiderio di libertà e l’obbligo di celare ciò che non poteva essere esplicitamente dichiarato.

Inoltre, l’uso della natura come sfondo non è casuale: de Pisis vedeva nella natura una sorta di alleata, un luogo di evasione e rifugio dove l’io poteva dissolversi e liberarsi dalle pressioni sociali. È come se il giovane fosse tornato a uno stato pre-sociale, primordiale, dove esiste solo in relazione alla terra, ai colori del cielo e all’erba sotto di lui. Questa fusione con la natura simboleggia anche un ritorno alla purezza, un mondo ideale dove i vincoli della società sono assenti e il corpo può essere semplicemente se stesso, in una vulnerabilità quasi sacra.

Infine, l’opera può essere letta anche come un memento mori sottile. De Pisis, che nella sua vita affrontò molte difficoltà personali e una salute precaria, sembrava consapevole della transitorietà della bellezza e della vita stessa. Questa figura reclinata, sospesa tra sogno e realtà, sembra quasi pronta a svanire, a dissolversi come un ricordo. È un’immagine che ci invita a contemplare la fragilità dell’esistenza, il mistero della bellezza che, per quanto effimera, lascia un segno profondo nell’anima.

In questo senso, il dipinto è più di una semplice rappresentazione: è un inno alla bellezza temporanea, un canto dolce e malinconico che racconta l’essenza dell’umanità nella sua vulnerabilità e nel suo eterno anelito verso qualcosa di irraggiungibile.

Un ultimo elemento interessante da considerare è la relazione tra de Pisis e il classicismo, che in questo dipinto emerge come una citazione sottile e reinterpretata. La posa del giovane, disteso e con lo sguardo rivolto verso l’esterno, richiama le figure mitologiche dei dipinti antichi, ma de Pisis non si limita a una riproposizione accademica: il suo classicismo è filtrato attraverso una lente moderna e intima, spogliato di formalismi per diventare un linguaggio espressivo personale.

Questo legame con il classicismo si trasforma in una sorta di dialogo tra passato e presente, tra il mito e la quotidianità. Il manto leopardato, che potrebbe alludere al culto di Dioniso, è qui decontestualizzato: diventa un dettaglio puramente decorativo, simbolo di uno spirito libero e selvaggio che, tuttavia, rimane controllato e addomesticato. Dioniso, con il suo fascino ambiguo e il richiamo all’ebbrezza e alla trasgressione, è una figura che ben si adatta al mondo interiore di de Pisis, fatto di pulsioni contrastanti e di un costante desiderio di superare i limiti imposti dalla società.

Il giovane diventa così una sorta di Dioniso moderno, lontano però dalle feste e dagli eccessi, più vicino alla solitudine di chi contempla la bellezza e la fugacità della propria esistenza. Questa reinterpretazione del mito classico non fa che accentuare la complessità emotiva dell'opera: de Pisis sembra suggerire che la vera estasi non sia nella celebrazione rumorosa, ma in un momento intimo e silenzioso, nell'abbandono a una bellezza fragile e indefinita.

Inoltre, il modo in cui de Pisis frammenta e dissolve la figura nel paesaggio introduce un senso di precarietà che riflette le incertezze della sua epoca. Il corpo, pur essendo al centro della composizione, non appare stabile o monumentale: è un corpo "in bilico", quasi evanescente, come se potesse scomparire da un momento all’altro. Questo senso di instabilità può essere letto come una metafora della condizione umana, e in particolare dell’esperienza di chi, come de Pisis, si trovava a vivere ai margini della società, tra desiderio e autocensura, tra ricerca di identità e paura di essere scoperto.

In definitiva, quest’opera di Filippo de Pisis è un piccolo universo, un microcosmo di emozioni contrastanti e simboli che si intrecciano, invitandoci a un viaggio introspettivo. È una pittura che, nella sua apparente semplicità, contiene mondi di significato, un ritratto del desiderio e della fragilità umana, che ci parla ancora oggi con una voce delicata e toccante. De Pisis ci lascia così uno specchio in cui riflettere la nostra stessa vulnerabilità, il nostro bisogno di bellezza e la struggente consapevolezza della sua impermanenza.

Il lascito di Filippo de Pisis per l'arte moderna è ampio e complesso, radicato nella sua capacità di trasformare la pittura in un linguaggio poetico capace di esplorare la dimensione interiore dell'artista. De Pisis, con il suo stile libero e immediato, ha anticipato e influenzato tendenze che valorizzano la spontaneità dell’espressione, portando avanti una pittura che non cerca la perfezione formale ma l’intensità emotiva.

Uno degli aspetti più rivoluzionari del suo lavoro è stato proprio questo rifiuto della perfezione accademica a favore di una pittura istintiva, vibrante e quasi diaristica. Ogni sua opera sembra un frammento di vita, una riflessione intima, e questo approccio ha aperto la strada a una maggiore libertà espressiva nella pittura, influenzando artisti e movimenti successivi, come l’arte informale e l’espressionismo astratto. La sua pennellata rapida e frammentata, che cattura l'essenza di un momento fugace, è stata d’ispirazione per artisti che cercavano di dare forma alle emozioni e alle percezioni in modo non realistico.

De Pisis ha lasciato un segno anche nella rappresentazione della sensualità maschile, trattandola con delicatezza e autenticità in un’epoca in cui era rischioso rappresentare apertamente l’attrazione verso il corpo maschile. La sua pittura ha introdotto nell’arte moderna una dimensione queer sottile e implicita, ma potente, aprendo spazi per future esplorazioni artistiche di identità e desiderio che sfidano le norme eterosessuali. In questo, de Pisis può essere considerato un precursore della sensibilità queer nell’arte, un antesignano di quel movimento che avrebbe rivendicato apertamente la libertà di rappresentare ogni aspetto dell’identità.

Infine, de Pisis ha dimostrato come il quotidiano e l'intimo potessero diventare temi centrali dell’arte, conferendo dignità estetica a soggetti comuni, paesaggi urbani, nature morte improvvisate. Il suo sguardo era sempre poetico, capace di trovare la bellezza nel frammentario, nel transitorio, nell’incompiuto. Questo approccio ha influenzato non solo i pittori a lui contemporanei, ma anche quelli successivi, spingendo verso una pittura che non si concentra su grandi temi epici ma sulla realtà più vicina, su un mondo privato e personale che può riflettere le tensioni e le emozioni universali.

In sintesi, il lascito di Filippo de Pisis è un’eredità di libertà espressiva, intimità emotiva e sensibilità queer, un invito a usare l’arte come strumento di introspezione e di esplorazione dei confini tra pubblico e privato, tra il visibile e il nascosto. Ha dimostrato che l’arte moderna non deve essere grandiosa per essere potente, ma può fiorire nella vulnerabilità e nella delicatezza, lasciando un’impronta sottile ma indelebile.




sabato 4 aprile 2026

Moravia: la diserzione del corpo


C’è qualcosa di profondamente sospetto nei testi “ben riusciti” di Alberto Moravia. Scivolano via lisci, intelligenti, ordinati — e proprio per questo tradiscono. Perché Moravia non è mai liscio. È viscoso. È quella pellicola sottile che resta sulle dita anche dopo che hai chiuso il libro, e che non sai bene se sia sudore, colpa o semplice noia. È una letteratura che non si limita a essere letta: insiste, aderisce, ritorna. Non ti lascia uscire pulito.

"L'uomo che guarda" non è, in fondo, un romanzo sul voyeurismo. Questa è la superficie, la parola che ci permette di restare tranquilli, di catalogare, di archiviare, di sentirci intelligenti senza essere disturbati. È un romanzo sulla sostituzione. Guardare al posto di vivere. Pensare al posto di desiderare. Analizzare al posto di soffrire. Il protagonista non è un uomo che osserva: è un uomo che ha delegato tutta la propria esistenza allo sguardo, come se il corpo fosse un accessorio ormai inutile, una reliquia imbarazzante, qualcosa da portarsi dietro per inerzia.

Ma qui bisogna spingersi oltre. Perché non si tratta solo di una preferenza, di un atteggiamento mentale. È una mutazione. Il soggetto si riorganizza attorno allo sguardo. Non c’è più un io che guarda: c’è uno sguardo che occupa il posto dell’io. È una differenza sottile, ma devastante. Perché significa che, tolto lo sguardo, non resta nulla. Nessun fondo, nessuna interiorità autentica, nessun “vero sé” nascosto sotto le analisi.
E allora lo sguardo diventa una protesi esistenziale. Una stampella. Una droga.

Guardare, per questo personaggio, non è un atto: è una dipendenza.
E come ogni dipendenza, produce una forma di anestesia. Più guarda, meno sente. Più analizza, meno è coinvolto. È un circuito chiuso, perfetto nella sua sterilità. Il mondo entra attraverso gli occhi e viene immediatamente neutralizzato dal pensiero. Non c’è mai un residuo, un eccesso, qualcosa che sfugga al controllo. Tutto viene ricondotto a sistema, a schema, a spiegazione.
Ma la vita — e qui Moravia è crudele — non sopporta di essere spiegata senza vendicarsi.

Il rapporto con la moglie non è semplicemente “complicato”. È svuotato. È già morto mentre continua a esistere. È una relazione che si mantiene in piedi solo perché viene osservata, come un corpo tenuto in vita artificialmente. Il tradimento, in questo contesto, non è un evento: è un dato. Un fenomeno. Un oggetto di studio.
E questo è forse il punto più disturbante del romanzo: l’assenza di tragedia.

Dove dovrebbe esserci dolore, c’è analisi. Dove dovrebbe esserci rabbia, c’è curiosità. Dove dovrebbe esserci un crollo, c’è una registrazione accurata dei fatti. È come assistere a un incidente in cui nessuno sanguina, ma tutti descrivono perfettamente la dinamica dell’impatto. Una perfezione insopportabile.

La gelosia, che nella letteratura è spesso una forza primitiva, animale, quasi indecente, qui viene completamente disinnescata. Non è repressa: è resa superflua. Il protagonista non ha bisogno di essere geloso, perché non è davvero coinvolto. Non rischia nulla, perché non possiede nulla. E non possiede nulla, perché non si è mai davvero esposto.

È qui che la sua figura smette di essere “fragile” e diventa qualcosa di molto più inquietante: un disertore.

Diserta il corpo. Diserta il desiderio. Diserta perfino il conflitto. Non combatte, non perde, non vince: si sottrae. E questa sottrazione non è un atto eroico, non è una forma di resistenza: è una resa preventiva. Una rinuncia a entrare nel gioco prima ancora che il gioco cominci.

E tuttavia, questa resa non è pacifica. Non è una forma di serenità. È una tensione continua, sotterranea, quasi impercettibile. Perché il corpo, nonostante tutto, resta. Continua a esistere come un rumore di fondo, come un disturbo che non può essere completamente eliminato. Il desiderio, anche quando viene analizzato, non scompare del tutto: si deforma. Diventa qualcosa di obliquo, di laterale, di inquieto.

È per questo che l’erotismo del romanzo è così disturbante. Non è mai diretto, mai pieno, mai soddisfacente. È sempre mediato, osservato, filtrato. È un erotismo che non accade mai davvero, che si consuma a distanza, come se il contatto fosse sempre rimandato, evitato, neutralizzato.

Non c’è carne, o meglio: la carne c’è, ma è sempre già oggetto.
E questo produce un effetto paradossale: più il corpo viene mostrato, meno è presente. Più viene descritto, meno è vissuto. È una pornografia senza piacere, una nudità senza esposizione reale, un desiderio senza rischio. Una scena che si offre allo sguardo ma non concede mai l’esperienza.

Il lettore, a questo punto, è intrappolato. Non può sottrarsi. È costretto a condividere questo regime dello sguardo, a entrare in questa logica fredda, analitica, spietata. Ma a differenza del protagonista, il lettore avverte il disagio. Lo sente crescere, insinuarsi, diventare quasi fisico.
Leggere diventa un’esperienza scomoda.

È come essere costretti a guardare qualcosa che non si vorrebbe vedere, ma senza poter chiudere gli occhi. Una forma di violenza dolce, continua, inesorabile. Non c’è mai un momento in cui si possa davvero respirare, lasciarsi andare, identificarsi. Tutto resta a distanza. Tutto è filtrato.
E questa distanza diventa il vero tema del romanzo.
Non la distanza tra i personaggi, ma la distanza da sé.

Il protagonista non è distante solo dagli altri: è distante da se stesso. Non ha accesso diretto alle proprie emozioni. Deve sempre passarle attraverso il filtro dell’analisi, della riflessione, del controllo. È come se fosse sempre in ritardo rispetto a ciò che prova, sempre un passo indietro rispetto alla propria esperienza.
E questo ritardo diventa una forma di esistenza.

Quando si allarga lo sguardo all’opera complessiva di Moravia, si rischia di trasformare tutto questo in un sistema, in una teoria, in una serie di concetti: alienazione, noia, borghesia, sessualità. Ma qui, in questo romanzo, questi concetti sembrano collassare su se stessi. Non siamo più davanti a un individuo alienato dentro una società: siamo davanti a un individuo che è diventato il proprio sistema di alienazione.

Non ha più bisogno della società per sentirsi distante: basta a se stesso.

La borghesia, allora, non è solo un contesto storico o sociale. È una forma mentale. Una disciplina del sentire. Un modo di organizzare l’esperienza che privilegia il controllo sulla partecipazione, la comprensione sull’immersione, la distanza sul coinvolgimento.

Il protagonista è il suo prodotto più puro, più raffinato, più inquietante.
Un uomo che ha interiorizzato così profondamente questa logica da non percepirla più come una gabbia. Non soffre abbastanza per ribellarsi. Non desidera abbastanza per uscire. Non è abbastanza infelice per cambiare.

È semplicemente funzionante.
E questa funzionalità è la sua condanna.

La questione della mascolinità, in questo contesto, assume un tono ancora più radicale. Non si tratta di crisi, di fragilità, di perdita di ruolo. Si tratta di una vera e propria desertificazione. Il maschio moraviano non è in difficoltà: è svuotato. Ha perso il contatto con la propria energia, con la propria capacità di agire, di esporsi, di rischiare.

Non domina, non subisce: osserva.
E in questo osservare c’è qualcosa di profondamente umiliante. Perché implica una rinuncia preventiva a ogni possibilità di trasformazione. È una posizione di sicurezza, ma anche di sterilità. Non si viene feriti, ma non si vive. Non si perde, ma non si conquista.

È una vita senza posta in gioco.
E forse è proprio questo che rende il romanzo così insidioso. Non c’è nemmeno il conforto della tragedia. Perché la tragedia richiede eccesso, conflitto, rottura. Qui invece tutto è trattenuto, controllato, amministrato. È una tragedia piatta, quotidiana, quasi invisibile.

Una tragedia senza evento.

E proprio per questo, più difficile da riconoscere, più difficile da rifiutare.
Quando si tenta di spiegare tutto questo attraverso la biografia, si rischia inevitabilmente di ridurre la portata del problema. Certo, le relazioni di Moravia, le sue esperienze, le figure femminili che ha incontrato possono aver lasciato tracce nella sua scrittura. Ma qui non si tratta di capire “da dove viene” questa visione: si tratta di affrontare ciò che produce.

Le donne, nel romanzo, non sono semplicemente personaggi: sono l’altro in quanto tale. Ciò che sfugge, ciò che resiste, ciò che non può essere completamente catturato dallo sguardo. E proprio per questo diventano il punto di crisi del sistema del protagonista.
Perché lo sguardo, per quanto potente, non basta.

Non riesce a possedere davvero. Non riesce a comprendere fino in fondo. Non riesce a colmare la distanza. E allora si intensifica, si moltiplica, si accanisce. Ma più si accanisce, più rivela il proprio limite.

Il protagonista guarda, guarda continuamente, ma non vede mai davvero.

Perché vedere, nel senso pieno, richiede un coinvolgimento, una perdita di controllo, una disponibilità a essere modificati da ciò che si incontra. E lui questo non può permetterselo. Sarebbe troppo rischioso. Troppo instabile. Troppo vivo.

Meglio restare sulla soglia.

Meglio trasformare tutto in oggetto di conoscenza.

Ma la conoscenza, qui, è una forma di difesa. Una corazza sottile, elegante, quasi invisibile. Protegge, certo. Ma allo stesso tempo isola. Separa. Impedisce il contatto.

E alla fine, ciò che resta è una forma di povertà.

Non materiale, non sociale, ma esistenziale.

Una povertà fatta di assenza, di mancanza, di vuoto.

Si può vivere così, sembra dire Moravia.

Si può attraversare la propria vita come spettatori, registrando tutto, comprendendo tutto, senza mai sporcarsi le mani. Senza mai rischiare davvero. Senza mai perdere il controllo.
Ma a quale prezzo?

Questa è la domanda che il romanzo lascia sospesa, senza mai formularla esplicitamente. E forse è proprio questa sospensione a renderlo così indigesto. Non offre risposte, non offre soluzioni, non offre nemmeno una vera condanna.
Offre uno specchio.
E lo specchio, come sempre, è la cosa più difficile da sopportare.

giovedì 2 aprile 2026

Lacan- Rimbaud


Arthur Rimbaud, nel 1871, scriveva a Izambard e a Demeny una frase che avrebbe avuto una risonanza straordinaria nel pensiero filosofico e psicoanalitico del Novecento: «Je est un autre». Un’affermazione dirompente che, ben oltre il gioco linguistico, ha posto interrogativi radicali sulla natura dell’identità e del soggetto.

Jean-Paul Sartre e, successivamente, Jacques Lacan hanno letto in queste parole una verità profonda sull’essere umano. In particolare, Lacan ne fa un punto di partenza per la sua distinzione tra il Moi e il Je: il primo, costruito attraverso l’immagine che gli altri riflettono, è il prodotto di una stratificazione immaginaria; il secondo, invece, è il soggetto dell’inconscio, in perenne scissione e mancanza. L’affermazione di Rimbaud, dunque, non è soltanto una provocazione poetica, ma una vera e propria intuizione dell’alterità costitutiva dell’essere umano, qualcosa che la psicoanalisi lacaniana ha esplorato in profondità.

Lacan descrive il soggetto come strutturalmente diviso, un essere attraversato dal desiderio e sempre in rapporto con l’Altro. È proprio questa mancanza costitutiva a determinare l’apertura all’alterità, a rendere possibile l’incontro con ciò che è al di fuori di sé. Il soggetto non è un’entità monolitica e autonoma, bensì un nodo di relazioni e rimandi, definito da un costante processo di identificazione e dis-identificazione. Non a caso, il concetto di désir de l’Autre, il desiderio dell’Altro, è centrale nella teoria lacaniana: ciò che desideriamo è sempre mediato dall’Altro, non siamo mai i veri padroni del nostro desiderio.

Se Rimbaud, con la sua formula poetica, intuiva la dissoluzione dell’Io in qualcosa di altro da sé, Lacan porta questa intuizione nel cuore della psicoanalisi, mostrando come l’identità non sia mai fissa, ma sempre in movimento, sempre esposta al possibile. Essere soggetto significa, allora, abitare questa tensione, accettare la propria incompiutezza e aprirsi all’Altro come condizione necessaria dell’esistenza. Questa prospettiva, d’altronde, ha avuto profonde ripercussioni non solo in ambito psicoanalitico, ma anche in filosofia, letteratura e teoria politica. Pensatori come Derrida e Foucault, pur con approcci differenti, hanno ripreso la questione dell’identità instabile e della soggettività frammentata, ampliando ulteriormente il dibattito sulle radici dell’essere umano e sul ruolo dell’Altro nella costruzione del sé.

L’eredità di questa riflessione è ancora oggi viva: dalla teoria queer, che decostruisce le identità di genere come categorie rigide, alle neuroscienze, che mettono in discussione l’unitarietà del soggetto, la frase di Rimbaud continua a essere un punto di partenza per comprendere l’essenza sfuggente dell’individuo e il rapporto, mai pacificato, tra identità e alterità.

Un ulteriore sviluppo di questa visione si trova nelle ricerche antropologiche e sociologiche contemporanee, che mostrano come le identità siano sempre frutto di un’interazione dinamica con il contesto sociale e culturale. Le costruzioni di genere, ad esempio, non sono mai date una volta per tutte, ma emergono da processi complessi di riconoscimento e negoziazione. Anche nella dimensione politica, il concetto di soggetto diviso e desiderante ha dato origine a nuove prospettive sui movimenti collettivi, sulle lotte per il riconoscimento e sulle politiche dell’identità.

La letteratura stessa ha fatto tesoro di questa intuizione: dai romanzi di Proust e Joyce, che esplorano il carattere fluido dell’identità, fino alla scrittura postmoderna di autori come DeLillo o Bolaño, in cui il soggetto si dissolve in una rete di significati instabili. La crisi dell’Io narrativo, così come il moltiplicarsi dei punti di vista e delle voci narranti, può essere letta come un riflesso di questa consapevolezza: l’identità non è mai qualcosa di statico, ma un processo in continua evoluzione.

Anche nella pratica artistica e nelle arti visive, la dissoluzione del soggetto ha trovato espressioni significative. Il ritratto, un tempo concepito come una forma di rappresentazione stabile dell’individuo, è stato destrutturato e reinventato attraverso le avanguardie del Novecento. Gli esperimenti dadaisti, la pittura di Francis Bacon, le installazioni di Cindy Sherman e gli autoritratti decostruiti di Francesca Woodman mettono in discussione l’idea stessa di un’identità coerente e definita.

Questa prospettiva si estende anche all’ambito delle nuove tecnologie e del cyberspazio, dove il concetto di identità diventa ancora più fluido e soggetto a continua ridefinizione. Nell’era digitale, il soggetto si frammenta in una molteplicità di profili e rappresentazioni, ognuna delle quali può essere modificata, cancellata o reinventata a piacimento. Le piattaforme sociali, le comunità virtuali e le intelligenze artificiali pongono interrogativi sempre più pressanti sulla natura dell’identità e sulle modalità con cui il soggetto si relaziona con l’Altro in un ambiente sempre più mediato dalla tecnologia.

L’idea di un soggetto fluido e aperto all’alterità trova ulteriori sviluppi nelle riflessioni post-umaniste, che mettono in discussione i confini tra umano e non umano, tra naturale e artificiale. La biotecnologia, la robotica e l’ingegneria genetica sollevano questioni cruciali sul futuro dell’identità e dell’autocoscienza: fino a che punto possiamo ancora parlare di un Io stabile, se il corpo stesso diventa modificabile e potenziabile attraverso interventi tecnologici?

La frase di Rimbaud si carica di una valenza quasi profetica: non siamo mai semplicemente noi stessi, ma qualcosa di irrimediabilmente altro, fratturato, in relazione con il desiderio e l’alterità. Questa visione continua a essere un punto di partenza imprescindibile per le riflessioni sulla condizione umana, dimostrando come una semplice espressione poetica possa ancora influenzare profondamente il modo in cui pensiamo il soggetto e la sua esperienza nel mondo. L’idea di un’identità fluida, in perenne divenire, non è solo un concetto filosofico o psicoanalitico, ma una realtà con cui siamo sempre più chiamati a confrontarci nella società contemporanea. Il futuro della soggettività sembra destinato a essere sempre più ibrido, mutevole e, forse, irrimediabilmente altro da ciò che crediamo di essere oggi.


Nietzsche e il buddhismo: genealogia di un confronto polemico e ontologia dell’anima mortale


Entrare nel rapporto tra Friedrich Nietzsche e il buddhismo significa affrontare una questione metodologica prima ancora che dottrinale. Non siamo di fronte a un confronto interculturale nel senso pieno del termine, né a un dialogo tra tradizioni vissute. Ci troviamo piuttosto davanti a un’operazione genealogica interna al pensiero europeo, nella quale il buddhismo funge da figura comparativa, da dispositivo critico e, in ultima istanza, da strumento polemico.

È essenziale partire da questo dato: Nietzsche non conosce il buddhismo come pratica religiosa o come esperienza meditativa. Non ne frequenta ambienti monastici, non accede direttamente ai testi canonici in lingua originale, non si confronta con la dimensione rituale o contemplativa. La sua conoscenza è mediata dalle sintesi orientaliste dell’Ottocento e, soprattutto, dall’interpretazione filosofica di Arthur Schopenhauer, il quale aveva già costruito una convergenza tra il proprio pessimismo metafisico e alcune dottrine indiane, incluse quelle buddhiste.

Questa mediazione è decisiva. Il buddhismo che Nietzsche legge è già concettualizzato, sistematizzato, tradotto in categorie occidentali. È un buddhismo “filosofico”, depurato dalla sua dimensione liturgica e ascetica concreta. È, per così dire, un oggetto teorico.

Da qui deriva la prima conseguenza: Nietzsche interpreta il buddhismo come fenomeno psicologico e culturale, non come via di trasformazione. La sua analisi è tipicamente genealogica: egli si chiede quali condizioni di vita abbiano reso possibile una simile dottrina, quali bisogni essa soddisfi, quale tipo umano la produca e la perpetui.

Quando Nietzsche definisce il buddhismo una religione “più onesta” rispetto al cristianesimo, intende dire che esso non ricorre alla costruzione di un Dio morale, non fonda la sofferenza su una colpa originaria, non articola una promessa di salvezza ultraterrena centrata sull’immortalità personale dell’anima. In questo senso, egli lo considera una risposta più sobria e meno carica di risentimento rispetto alla tradizione cristiana.

Il confronto con il cristianesimo costituisce infatti l’asse polemico principale. Nella ricostruzione nietzschiana, il cristianesimo è inseparabile dalla “morale degli schiavi”, dalla trasvalutazione operata dai deboli contro i forti, dall’interiorizzazione del rancore e dalla spiritualizzazione della vendetta. Il concetto di peccato, la centralità della colpa e la promessa di un giudizio finale sono interpretati come strumenti di compensazione simbolica: il debole, incapace di affermarsi nel mondo, rovescia la gerarchia dei valori e promette una giustizia futura.

Il buddhismo, al contrario, gli appare privo di questa dimensione reattiva. Non vi è un Dio che giudica, non vi è un’anima che debba essere salvata in senso personale, non vi è un antagonismo morale tra peccatori e giusti. La sofferenza non è colpa, ma condizione strutturale dell’esistenza. La via proposta non è la redenzione attraverso la grazia, bensì la cessazione del desiderio.

È qui che Nietzsche individua quella che egli definisce una forma di nichilismo “passivo”. A suo giudizio, il buddhismo non è animato dal risentimento, ma da una stanchezza esistenziale. Non reagisce, ma si ritrae. Non combatte, ma spegne. La sua strategia fondamentale consiste nella riduzione dell’intensità vitale.

Tuttavia, tale interpretazione implica una lettura specifica del nirvāṇa e dell’estinzione del desiderio. Nietzsche tende a concepirle come attenuazione dell’esistenza, come progressivo raffreddamento della volontà. Non interpreta l’estinzione del desiderio come trasformazione del rapporto con l’esperienza, ma come indebolimento della tensione vitale. In questo senso, il buddhismo viene assimilato a una forma raffinata di negazione della vita.

Questa assimilazione va letta nel quadro più ampio della sua critica dell’ascetismo. Per Nietzsche, l’ideale ascetico rappresenta la risposta che l’umanità decadente fornisce al problema del dolore. L’ascetismo non elimina la sofferenza, ma le attribuisce un senso, la integra in una narrazione salvifica o liberatoria. In questo contesto, tanto il cristianesimo quanto il buddhismo sono considerati varianti dell’ideale ascetico, sebbene profondamente differenti nella loro struttura affettiva.

Il cristianesimo è, nella sua prospettiva, un ascetismo carico di tensione morale, intriso di colpa e di giudizio. Il buddhismo è un ascetismo terapeutico, volto a minimizzare l’esposizione al dolore attraverso la disciplina del desiderio. Entrambi, tuttavia, condividono un medesimo presupposto: la sofferenza come problema da risolvere mediante una trasformazione radicale dell’atteggiamento verso la vita.

Qui emerge il nodo centrale della divergenza. Nietzsche non intende risolvere il problema del dolore mediante la sua attenuazione o la sua redenzione, bensì attraverso la sua trasfigurazione. La sua proposta non è la cessazione del desiderio, ma la sua intensificazione e sublimazione. La volontà di potenza non mira alla quiete, ma all’accrescimento.
In questo quadro si inserisce la questione dell’anatman e della riformulazione nietzschiana del soggetto. La dottrina buddhista del non-sé afferma l’assenza di un nucleo sostanziale permanente. L’individuo è un insieme di aggregati in costante mutamento, privo di identità metafisica stabile. L’io è processo, non sostanza.

Nietzsche, pur non elaborando un’analisi tecnica della dottrina buddhista, sviluppa una critica radicale dell’idea di soggetto come entità unitaria e immutabile. L’io, secondo la sua analisi, è un effetto linguistico e psicologico, una sintesi provvisoria di impulsi, istinti e forze in conflitto. Non vi è un “centro” trascendente, ma una pluralità dinamica.

Tuttavia, la convergenza si arresta a questo punto. L’anatman è funzionale, nella prospettiva buddhista, alla liberazione dalla sofferenza attraverso il disinvestimento dall’identità. In Nietzsche, la dissoluzione del soggetto sostanziale non conduce alla quiete, ma alla concezione dell’individuo come campo di battaglia creativo. L’assenza di sostanza non è motivo di distacco, bensì condizione di possibilità per una continua autotrasformazione.

L’idea di un’“anima mortale” si colloca precisamente in questo spazio teorico. Contro l’immortalità dell’anima cristiana, Nietzsche afferma la finitezza radicale dell’individuo. Contro la sostanzialità metafisica, egli sostiene il carattere processuale dell’io. L’anima non è eterna né garantita, ma evento temporaneo. Essa nasce dall’organizzazione di forze e si dissolve con esse.
Questa posizione non coincide né con l’immortalismo cristiano né con l’estinzione buddhista. È una terza via, che potremmo definire ontologia della configurazione. L’identità non è né sostanza eterna né pura illusione da dissipare, ma forma temporanea di una dinamica energetica.

Si comprende allora perché, dopo aver utilizzato il buddhismo come strumento polemico contro il cristianesimo, Nietzsche prenda le distanze anche da esso. La sua critica non si limita a una religione particolare, ma investe ogni forma di pensiero che ponga come fine ultimo la liberazione dal dolore mediante la riduzione dell’intensità vitale.

Il suo progetto filosofico mira a un’affermazione incondizionata dell’esistenza, anche nelle sue dimensioni tragiche. L’eterno ritorno, la volontà di potenza, la trasvalutazione dei valori sono tentativi di pensare una forma di sì alla vita che non passi né per la redenzione né per l’estinzione.
In questa prospettiva, il buddhismo non è per Nietzsche un interlocutore da comprendere nella sua specificità storica e pratica, ma un elemento all’interno della diagnosi del nichilismo europeo. Esso rappresenta una possibile risposta al nichilismo, ma una risposta che egli giudica insufficiente perché orientata alla quiete.

La complessità della sua posizione risiede tuttavia nel fatto che egli riconosce al buddhismo una maggiore lucidità rispetto al cristianesimo. La sua polemica non è simmetrica. Se il cristianesimo è per lui una forma reattiva e risentita di negazione della vita, il buddhismo è una forma contemplativa e terapeutica. Entrambi, però, condividono l’intento di sottrarre l’individuo alla sofferenza attraverso una trasformazione radicale dell’atteggiamento vitale.
In definitiva, il confronto tra Nietzsche e il buddhismo non può essere ridotto a un semplice fraintendimento. Esso costituisce un momento significativo nella storia dell’autoriflessione europea. Attraverso il buddhismo, Nietzsche interroga la propria civiltà, ne mette in luce le tensioni e ne radicalizza le contraddizioni.

Il buddhismo diventa così una figura speculativa, un termine di paragone attraverso cui l’Occidente viene costretto a interrogarsi sulla propria concezione dell’anima, del dolore, del desiderio e della salvezza.

Nietzsche non cerca nel buddhismo una via spirituale. Cerca un controcanto teorico. E, dopo averne esplorato la funzione polemica, lo supera nel tentativo di pensare una forma di esistenza che non prometta né consolazione né spegnimento, ma che assuma la finitezza come condizione di una continua autotrasformazione.

Il suo dialogo con il buddhismo resta incompleto, ma filosoficamente fecondo: non come incontro tra tradizioni, bensì come tensione interna al progetto di una radicale critica della metafisica occidentale.

Giustappunto! Apologia della morte: quando la legge diventa spettacolo

Profondamente disturbante, quasi teatrale nel senso più cupo del termine, l’immagine di un ministro che festeggia una legge sulla pena di morte come fosse una vittoria sportiva, un trofeo da esibire davanti alle telecamere. E non è solo una questione di contenuto, ma di tono, di postura, di linguaggio. Quando Itamar Ben-Gvir parla di esecuzioni “uno per uno”, ciò che emerge non è la freddezza di un dispositivo giuridico, ma il calore — pericoloso, quasi febbrile — di una promessa di punizione che sfiora la vendetta.

In un tempo già saturo di violenza, reale e simbolica, la celebrazione pubblica della morte come strumento di governo produce un cortocircuito etico che non può essere ignorato. La pena capitale, anche nei contesti più stabili, resta una delle pratiche più controverse della modernità giuridica: abolita in gran parte delle democrazie occidentali, sopravvive come residuo problematico, sospeso tra l’idea di deterrenza e il rischio irreparabile dell’errore. Ma qui il punto non è soltanto la sua esistenza o la sua eventuale applicazione: è il modo in cui viene raccontata, esibita, quasi messa in scena.

Nel conflitto israelo-palestinese, ogni parola pesa il doppio, ogni gesto si amplifica. Non esiste neutralità possibile quando il diritto si intreccia con la guerra, con la paura, con il trauma collettivo. Eppure proprio per questo ci si aspetterebbe, da chi ricopre un ruolo istituzionale, una misura, una cautela, se non altro una consapevolezza del peso simbolico delle proprie dichiarazioni. Trasformare invece una misura estrema in un momento di esultanza pubblica significa spostare l’asse: dalla giustizia alla rappresentazione, dalla legge alla performance.

E la performance, in questo caso, è intrisa di un lessico che disumanizza. “Uno per uno” non è un’espressione tecnica, non appartiene al linguaggio del diritto. È una formula che evoca l’eliminazione sistematica, quasi seriale, di individui ridotti a bersagli. In questa riduzione c’è un passaggio cruciale: alcune vite smettono di essere percepite come portatrici di diritti e diventano oggetti di una narrazione punitiva. È un meccanismo antico, e ogni volta che riemerge porta con sé un’ombra che la storia conosce fin troppo bene.

Va detto, senza ipocrisie, che le posizioni più dure in materia di sicurezza nascono da paure concrete. Il terrorismo, la violenza, la percezione di una minaccia costante non sono costruzioni astratte. Ma è proprio nel modo in cui uno Stato decide di rispondere a queste paure che si misura la qualità della sua democrazia. Quando la risposta assume i toni dell’esultanza per la morte, qualcosa si incrina. Non perché si neghi il diritto alla difesa, ma perché si altera il confine tra giustizia e vendetta.

Un ministro che festeggia la possibilità di uccidere legalmente non sta solo sostenendo una linea politica: sta contribuendo a ridefinire l’immaginario collettivo, a normalizzare l’idea che la soppressione fisica dell’altro possa essere non solo legittima, ma anche celebrabile. È qui che il discorso si fa più inquietante. Non tanto per ciò che dice della legge in sé, ma per ciò che rivela di una cultura politica che sembra trovare nella morte un elemento di consenso.

Più che un atto di governo, questo festeggiamento appare come un sintomo. Il sintomo di una trasformazione del linguaggio pubblico, dove la violenza smette di essere un problema da contenere e diventa un messaggio da comunicare. E quando accade questo, il rischio non è solo per chi ne è direttamente colpito, ma per l’intero spazio democratico, che lentamente si abitua a guardare la morte — e a volte persino ad applaudirla.