venerdì 3 gennaio 2025

dialogo

– Sai qual è il nostro vero compito in questo mondo?

– Quale? Sopravvivere a questa frana che non smette mai di avanzare, che inghiotte ogni passo che facciamo, che ci lascia sempre più piccoli, sempre più fragili, come se fossimo solo polvere dispersa in un vento che non smette mai di soffiare? Navigare tra le rovine di ciò che eravamo, come dei naufraghi su un mare che non conosce approdi? Ogni respiro, ogni movimento, ogni gesto sembra essere un atto di resistenza contro un mondo che non ha più posto per noi. Il nostro corpo è una prigione che non cessa di deteriorarsi, ogni giorno che passa è un nuovo tradimento, un abbandono che si consuma lentamente. Eppure, non ci fermiamo. Perché non ci fermiamo? Cosa ci spinge a continuare? Forse la convinzione che, prima o poi, tutto ciò finirà. Ma finirà mai? O forse la vera natura del nostro essere è quella di essere intrappolati in una spirale infinita, senza alcuna speranza di trovare una via d'uscita? La morte è solo l'idea che ci permette di sfuggire al peso insopportabile della vita, ma è una via che non ci è permessa, non ancora. Eppure, sembra che ogni passo che facciamo sia un tentativo di dimenticare ciò che siamo diventati, di nascondere la nostra condizione, di creare una maschera che ci faccia sembrare vivi, mentre in realtà siamo solo ombre di noi stessi.

– No. Non sopravvivere. Fallire. E farlo senza l'illusione che, prima o poi, troveremo un modo per riscattarci, per superare il buio che ci circonda. Il nostro compito, l'unico compito che ci è concesso, è fallire. E farlo senza speranza di redenzione, senza la pretesa che ci sia una luce alla fine di questo tunnel che non ha fine. Non c'è un punto in cui la sofferenza si ferma, non c'è una fine che giustifichi il cammino. Solo la caduta, sempre più profonda, sempre più irreversibile. E ogni volta che pensiamo di essere arrivati a fondo, scopriremo che il fondo non esiste. Non c'è mai un punto d'arrivo. Solo un continuo scivolare nell'abisso, un movimento che ci porta via da noi stessi. La nostra esistenza è fatta di una serie infinita di fallimenti. Eppure, nessuno di noi ha il coraggio di guardare in faccia questa verità. Ogni tentativo di sollevarci è solo una forma di resistenza, una piccola illusione che ci consente di continuare a vivere. Ma se fossimo onesti con noi stessi, ammetteremmo che la nostra vita è fatta solo di una lunga serie di sconfitte, che ogni speranza che abbiamo è destinata a svanire nel nulla. Non c'è nessuna grande missione che dobbiamo compiere, nessun ideale per cui vale la pena combattere. L'unica verità che possiamo accogliere senza paura è il nostro fallimento, e quando lo accetteremo completamente, smetteremo di cercare di fuggirne.

– Fallire… È come una cicatrice che non scompare mai, un marchio che ci accompagna ovunque andiamo. Ogni volta che sentiamo quella parola, è come se venissero rivelate le nostre colpe più profonde, quelle che neanche noi avevamo il coraggio di guardare. Non abbiamo forse già fallito abbastanza, tu non pensi? Ogni giorno che passiamo, ogni passo che facciamo, è un passo più vicino alla nostra rovina, un passo più vicino a una fine che non arriva mai. Non è questa la definizione di fallimento? Non è forse questa la nostra realtà? Non è forse questo il nostro destino, la nostra condanna? Siamo destinati a vivere in un mondo che non ha più posto per noi, in cui le nostre azioni non hanno più significato, in cui i nostri desideri e le nostre ambizioni sono solo fumi che svaniscono nel nulla. La verità è che siamo già morti, ma non lo sappiamo. La vita che stiamo vivendo è solo un'estensione di una morte che ci precede e che ci segue, un cammino che percorriamo senza consapevolezza, senza speranza, senza futuro. E ogni volta che pensiamo di essere vivi, stiamo solo cercando di riempire un vuoto che non si può colmare. Non è forse questa la definizione di fallimento? Eppure, ci ostiniamo a respirare, a muoverci, a sperare, come se avessimo ancora qualcosa da guadagnare.

– Non basta mai. Non importa quanto cerchiamo di rialzarci, di alzarci in piedi, di dare un senso a ciò che facciamo. Non importa quanto ci illudiamo di poter cambiare le cose. Il fallimento non è una semplice parentesi nella nostra vita, è l'unica costante che possiamo trovare. Non possiamo sfuggirgli. È dentro di noi, e ogni volta che proviamo a rifiutarlo, lo abbracciamo ancora di più. È la nostra verità, la nostra essenza. Ogni volta che pensiamo di essere arrivati a un punto di cambiamento, scopriremo che siamo ancora più persi di quanto avessimo immaginato. Non c'è redenzione, non c'è soluzione. Non c'è niente da fare. Ogni volta che ci illudiamo di avere il controllo, di poter scrivere la nostra storia, siamo solo vittime di un destino che non possiamo cambiare. È la schiavitù più subdola, quella della mente, che ci convince di poter fare qualcosa, quando in realtà siamo solo puppets in mano a forze che non possiamo vedere. Eppure, nonostante tutto, resistiamo. Ci aggrappiamo a ciò che ci resta, anche se non è nulla. Ogni nostro atto di resistenza è un atto di sottomissione, ma non possiamo fare a meno di farlo. Ogni volta che pensiamo di essere liberi, scopriremo che siamo prigionieri di un sistema che non ha alcun interesse per noi.

– E allora cosa ci resta, quando tutto sembra svanire? Se il nostro mondo si sgretola sotto i nostri piedi, se ogni legame che avevamo, ogni sogno che coltivavamo, si dissolve come sabbia tra le dita, cosa ci resta? Non sarebbe più onesto fermarsi, abbandonare tutto, arrendersi alla realtà così com'è, senza cercare di lottare, senza illudersi che ci sia una via di uscita? Non sarebbe più semplice cedere, mollare, e smettere di soffrire per qualcosa che non esiste? Ma anche la resa è solo un'altra forma di lotta, una lotta contro noi stessi. La nostra esistenza non ci permette di fermarci, perché ogni respiro è una continua affermazione del nostro essere, anche quando vorremmo negarlo. Eppure, nonostante tutto, ci ostiniamo a lottare contro il destino che ci è stato assegnato, come se ci fosse una possibilità di vittoria. Ma non c'è. Non c'è una via d'uscita, e nessuna gloria ci aspetta alla fine del nostro cammino. La morte stessa non è altro che una continuazione del nostro errore.

– Nulla. Non c'è nulla che ci appartenga più. Non c'è più una speranza che possa risollevarci, non c'è un sogno che non sia stato infranto. Non c'è niente che possa restituirci ciò che abbiamo perduto. Eppure, la cosa più paradossale è che non possiamo fermarci. La nostra vita è diventata una corsa continua, senza alcuna direzione, ma non possiamo farne a meno. Non possiamo fermarci, non possiamo trovare pace, perché la pace non esiste. Il vuoto che ci circonda è così grande che non possiamo più vedere la fine. Ogni passo che facciamo è un passo verso l'abisso, ma non c'è mai un impatto. Non c'è mai una conclusione. Solo il movimento perpetuo, solo la discesa. Ogni giorno è solo un altro giorno in cui il nostro spirito si indebolisce, ma non possiamo fermarci. L'unica cosa che ci resta da fare è camminare, anche se sappiamo che ogni passo è un passo verso la nostra fine. Ma cosa faremo quando non avremo più la forza di camminare? Cosa accadrà quando saremo troppo stanchi per andare avanti? Sarà la fine? O semplicemente l'inizio di un'altra caduta?

– Eppure camminiamo, come se ci fosse un senso in tutto ciò. Come se avessimo ancora una meta da raggiungere. Ogni passo è come una piccola resistenza contro l'ineluttabilità, ma non ci accorgiamo che stiamo solo camminando verso il nulla. Non c'è nessuna salvezza, nessuna speranza, ma continuiamo a cercarla, come se fosse ancora possibile trovarla. Perché? Perché siamo così attaccati a questa illusione? Perché, nonostante tutto, non riusciamo a lasciarla andare? Perché ci aggrappiamo a una speranza che sappiamo non può mai concretizzarsi? La verità è che non possiamo fare a meno di sperare, perché la speranza è l'unica cosa che ci tiene in vita, anche quando tutto il resto ci abbandona. Ma, alla fine, la speranza è solo un altro modo di ingannare noi stessi, un altro tentativo di nascondere la realtà dietro una maschera.

– Non c'è speranza. Non c'è alcuna via d'uscita. Ma c'è un impulso che ci spinge a continuare. È la stessa forza che ci fa alzare ogni mattina, che ci costringe a muoverci, a cercare un significato dove non ce n'è. È una forza cieca, priva di ragione, ma che non ci lascia mai. Come una corrente sotterranea che ci trascina verso il basso, che non ci permette di fermarci. È un destino che non possiamo sfuggire. Non possiamo scegliere di fermarci. Non possiamo scegliere di liberarci da questo fardello. Perché, anche quando pensiamo di aver trovato una via per uscire, ci rendiamo conto che non esiste alcuna via d'uscita. Il nostro destino è quello di muoverci, di vivere, di sopravvivere, ma senza mai trovare un motivo per farlo. E ogni volta che pensiamo di poter rompere il ciclo, scopriamo che il ciclo è inarrestabile, che non possiamo fare altro che seguire il suo flusso. E, nonostante tutto, continuiamo a resistere. Ogni nostro tentativo di ribellarci è solo un altro atto di sottomissione.

– Eppure, nonostante tutto, resistiamo. Ci aggrappiamo a ciò che ci resta, anche se non è nulla. Ogni nostro atto di resistenza è un atto di sottomissione, ma non possiamo fare a meno di farlo. Ogni volta che pensiamo di essere liberi, scopriremo che siamo prigionieri di un sistema che non ha alcun interesse per noi. Siamo ingranaggi di una macchina che non smette mai di girare, ma che non ci porta da nessuna parte. Ogni nostra azione, ogni nostra parola, è solo un piccolo pezzo di un puzzle che non avrà mai una soluzione. Non possiamo scappare. Non possiamo cambiare nulla. La nostra resistenza è solo un altro modo di accettare il nostro destino.

– E se non possiamo cambiare nulla, se tutto è predestinato, se ogni nostro sforzo è inutile, allora cosa ci resta?

– Resta il fallimento. L'unica verità che possiamo abbracciare. Il nostro fallimento è la nostra unica costante, la nostra unica certezza. Il fallimento è la nostra ombra, la nostra compagna di viaggio. E, forse, alla fine, è tutto ciò che meritiamo. Non c'è una fine. Non c'è una conclusione. C'è solo la continua discesa, la continua caduta, in un abisso che non smette mai di inghiottirci. Ogni passo che facciamo ci avvicina sempre di più a una fine che non arriva mai. Non c'è redenzione, non c'è salvezza. C'è solo il nostro fallimento, che ci accompagnerà fino all'ultimo respiro.

Quando i Lanzichenecchi lasciarono il segno: il graffito che racconta il Sacco di Roma alla Villa Farnesina

Durante i recenti restauri della Villa Farnesina, uno dei capolavori del Rinascimento italiano incastonato nel quartiere di Trastevere a Roma, è riemersa una testimonianza straordinaria e inaspettata del passato turbolento della città. Nascosta tra le colonne della celebre sala delle Prospettive, magnificamente affrescata da Baldassarre Peruzzi, è stata scoperta un’iscrizione in lingua tedesca, incisa con caratteri gotici e datata 1528.

La frase, intrisa di sarcasmo e ironia, recita: "Perché io scrittore non dovrei ridere: i Lanzichenecchi hanno fatto correre il Papa."
Questa breve e pungente nota, quasi una burla vergata nella pietra, non è solo la traccia di un passaggio, ma un eco lontano del drammatico Sacco di Roma del 1527, uno degli episodi più violenti e umilianti della storia della città. I Lanzichenecchi, mercenari tedeschi al servizio dell’imperatore Carlo V, calarono su Roma con furia devastatrice, seminando morte, distruzione e saccheggi per mesi.

L’iscrizione probabilmente fu lasciata da uno di quei soldati, parte di un esercito che, spinto dalla fame, dall’avidità e dalla rabbia per il mancato pagamento, si riversò nella città eterna come un’orda inarrestabile. La frase tradisce non solo lo spirito di scherno nei confronti del Papa, costretto a rifugiarsi disperatamente in Castel Sant’Angelo per sfuggire all’assedio, ma anche un senso di grottesca soddisfazione per aver umiliato la massima autorità religiosa del tempo.

Ciò che rende questo graffito così prezioso è la sua natura diretta e spontanea, come una voce dal passato che si leva senza filtri attraverso i secoli. È un documento di storia non ufficiale, quella che sfugge ai cronisti e che si nasconde nei dettagli più inaspettati delle architetture sopravvissute. In un certo senso, l’incisione rappresenta la contro-narrazione di un’epoca, lo sguardo cinico di chi non scrisse la storia nei libri, ma sulle pareti e tra le rovine.

La sala delle Prospettive, con i suoi affreschi illusionistici che aprono l’architettura verso vedute immaginarie, funge quasi da cornice perfetta per questo insolito reperto. Proprio tra quelle colonne dipinte, che simulano aperture verso paesaggi idilliaci e architetture classiche, si annida il graffito, a ricordare che dietro la bellezza e la gloria del Rinascimento si celava anche la fragilità di Roma e la sua vulnerabilità agli eventi bellici.

La Villa Farnesina, originariamente dimora del ricchissimo banchiere Agostino Chigi, progettata per essere una residenza di delizia, divenne suo malgrado testimone silenziosa di uno dei periodi più bui per la città papale. E se gli affreschi raffigurano scene mitologiche e visioni di un mondo perfetto e armonico, l’incisione lascia affiorare l’altra faccia della medaglia: la storia non è fatta solo di arte e mecenatismo, ma anche di violenza, saccheggi e cicatrici che riaffiorano nei momenti più impensati.

Questa scoperta aggiunge un ulteriore strato di significato alla Villa Farnesina, rendendola non solo uno scrigno di arte e architettura rinascimentale, ma anche un luogo di memoria, capace di raccontare la storia di Roma nelle sue molteplici sfaccettature, dalle glorie alle sue più profonde ferite.

"Il sessuale politico: Freud con Marx, Fanon, Foucault" di Lorenzo Bernini

"Il sessuale politico: Freud con Marx, Fanon, Foucault" di Lorenzo Bernini è un'opera che si propone di esplorare la sessualità non solo come una dimensione intima, ma come un campo di analisi delle strutture di potere che pervadono la società. Il libro attraversa e intreccia diverse teorie filosofiche, politiche e psicoanalitiche per offrire un quadro complesso in cui la sessualità viene letta come un elemento centrale nella costruzione e nel mantenimento delle dinamiche sociali, economiche e politiche. La riflessione di Bernini è ancorata a quattro grandi pensatori: Sigmund Freud, Karl Marx, Frantz Fanon e Michel Foucault, che, pur appartenendo a tradizioni teoriche molto diverse, hanno tutti esplorato in modo cruciale il rapporto tra potere e sessualità.

Freud: La sessualità come centro della psicoanalisi e della repressione sociale

Sigmund Freud ha introdotto l'idea che la sessualità non è un semplice istinto biologico, ma una dimensione culturale e psicologica, intimamente legata alle strutture di potere della società. Secondo Freud, la sessualità umana è una pulsione che deve essere costantemente repressa, sublimata e canalizzata dalle istituzioni sociali. La sua teoria della repressione sessuale ha mostrato come il desiderio non sia qualcosa di spontaneo e naturale, ma un oggetto che deve essere riorganizzato e trasformato per adattarsi alle leggi sociali. In questo contesto, la sessualità diventa il terreno su cui si gioca la battaglia tra istinto e cultura, tra desiderio e norma.

Freud osserva che la sessualità viene interiorizzata come parte della struttura psichica dell'individuo. Le sue teorie sulla formazione della psiche, come l’Edipo, ci dicono che la sessualità è uno degli aspetti centrali della costruzione dell’identità umana. Le pulsioni sessuali, infatti, sono pervase da un sistema di inibizioni e normatività che risponde non solo a esigenze psichiche, ma anche a necessità culturali. Tuttavia, il controllo di queste pulsioni non è senza conseguenze: la repressione crea una frattura tra il desiderio e la sua espressione, con effetti che si riflettono nella struttura stessa della civiltà. In particolare, le istituzioni morali, religiose e familiari sono strumenti privilegiati che contribuiscono a formare e reprimere la sessualità. La sessualità, infatti, non è mai vissuta liberamente, ma attraverso il filtro di norme, leggi e aspettative sociali.

Bernini, pur riconoscendo l'importanza dell’opera di Freud nell'indagare le dinamiche psicologiche della sessualità, evidenzia che la psicoanalisi freudiana non fornisce una chiara via di emancipazione rispetto alla repressione sessuale. Freud ha descritto la sessualità come un processo universale di sublimazione, ma non ha proposto un vero e proprio modello di liberazione sessuale. Le sue teorie si concentrano sulla gestione del desiderio, piuttosto che sulla trasformazione radicale delle strutture sociali che generano la repressione. La visione freudiana resta dunque vincolata a una concezione della cultura come luogo di disciplinamento della sessualità, ma non fornisce una chiara via di fuga da questa disciplina.

Marx: La mercificazione della sessualità nel capitalismo

Il pensiero marxista, pur non trattando direttamente della sessualità, offre uno strumento teorico fondamentale per analizzare come la sessualità stessa sia modellata dalle dinamiche economiche e dalle strutture di potere. Marx ha studiato in profondità la relazione tra economia e forme sociali, analizzando come la struttura economica di una società influenzi le sue istituzioni, comprese la famiglia, la religione e, appunto, la sessualità. Secondo Marx, il capitalismo non solo sfrutta la forza-lavoro, ma crea anche un mercato in cui ogni aspetto della vita sociale è ridotto a merce, inclusa la sessualità.

Bernini sviluppa questa critica per sottolineare come, nel capitalismo, la sessualità sia stata ridotta a un prodotto del mercato. In un sistema economico che si basa sulla produzione e sul consumo, anche il desiderio sessuale diventa un oggetto di scambio. Le industrie della pornografia, della moda, dei cosmetici e del benessere sono tutti esempi concreti di come la sessualità venga trasformata in un prodotto che può essere acquistato e venduto. La sessualità è così inserita in un meccanismo che la svuota di qualsiasi valore autentico o rivoluzionario, riducendola a un aspetto della produttività e del consumo.

Il capitalismo, inoltre, agisce sulla famiglia come una delle istituzioni fondamentali nella produzione della forza-lavoro. La famiglia borghese non è solo il luogo dove si costruiscono relazioni affettive, ma è anche il nucleo in cui si riproduce la forza-lavoro necessaria per il funzionamento del sistema capitalistico. La sessualità, quindi, è subordinata a una logica economica: non si tratta di un atto libero e liberante, ma di un meccanismo per la riproduzione biologica e sociale della forza-lavoro. In questo modo, il capitalismo esprime il suo potere anche attraverso la normalizzazione e la mercificazione del corpo e della sessualità.

Bernini, riflettendo su Marx, sostiene che se la sessualità è un campo di dominazione, essa è anche il punto dove si può generare una forma di resistenza. La liberazione sessuale, per Bernini, non può avvenire senza una trasformazione radicale delle condizioni economiche e sociali. La lotta contro la repressione sessuale deve essere legata alla lotta contro il capitalismo, che riduce anche la sessualità a merce.

Fanon: Razzismo, sessualità e liberazione coloniale

Frantz Fanon, nel suo lavoro, ha analizzato come la sessualità sia un terreno cruciale di lotta nel contesto coloniale. Fanon ha messo in evidenza come il razzismo non solo influenzi le relazioni sociali e politiche, ma anche la sessualità dei colonizzati. In Pelle nera, maschere bianche, Fanon descrive l’oggetto sessuale che diventa simbolo di oppressione razziale: il corpo del colonizzato è una terra di conquista per il colonizzatore, ma è anche oggetto di disprezzo, marginalizzazione e violenza. La sessualità del colonizzato è alterata dalla violenza coloniale e dalla discriminazione razziale, creando una forma di sessualità che è sempre subordinata e oppressa.

Per i colonizzati, in particolare per le donne nere, la sessualità diventa un luogo di doppia oppressione. Da una parte, sono vittime della violenza e della sessualizzazione forzata da parte dei colonizzatori, dall'altra, la loro sessualità è costantemente oggetto di disprezzo. Le donne nere sono contemporaneamente desiderate e disprezzate, oggetti di desiderio sessuale e, allo stesso tempo, deumanizzate dalla società coloniale. In questo senso, la sessualità non è solo un dominio della vita privata, ma un campo in cui si manifestano e si perpetuano le strutture di potere razziali.

Fanon, tuttavia, non si limita a descrivere questa oppressione. La sua visione è anche una proposta di liberazione, che passa attraverso il recupero della dignità e dell'identità coloniale. La liberazione sessuale, per Fanon, è inseparabile dalla liberazione politica, poiché la colonizzazione ha permeato ogni aspetto della vita, inclusa la sfera sessuale. La sessualità è uno dei principali terreni su cui il colonialismo esercita il suo potere, ma è anche uno dei luoghi in cui si può sviluppare la resistenza. La liberazione sessuale dei colonizzati è quindi una parte essenziale della lotta per la liberazione totale dal giogo coloniale.

Foucault: La sessualità come biopolitica e il potere delle istituzioni

Michel Foucault ha rivoluzionato la comprensione della sessualità introducendo il concetto di biopolitica, un nuovo modo di concepire il potere come qualcosa che non si esercita solo attraverso la legge o la repressione, ma che è integrato nelle pratiche quotidiane della vita. In La volontà di sapere, Foucault esplora come il potere moderno non si limiti alla punizione o alla repressione, ma si eserciti attraverso la gestione della vita stessa, attraverso il controllo dei corpi, della salute e della sessualità.

Per Foucault, la sessualità non è solo un atto privato, ma un campo di intervento per le istituzioni moderne. Il potere biopolitico si esercita attraverso una serie di istituzioni che, dalla medicina alla psichiatria, dall'educazione alla politica, monitorano, catalogano e regolano la sessualità. Foucault ha mostrato come il discorso sulla sessualità sia diventato uno degli strumenti attraverso cui si normalizzano i comportamenti e si definiscono i confini tra il "normale" e l'"anormale". La sessualità, pur essendo una delle aree più intime dell'individuo, è dunque un terreno su cui si esercita un potere diffuso e capillare.

La biopolitica, secondo Foucault, implica una nuova forma di governo che si concentra sulla gestione e la regolazione della vita, dei corpi e dei desideri. La sessualità, quindi, è diventata un campo in cui il potere non solo reprime, ma costruisce la normalità, determinando ciò che è accettabile e ciò che non lo è. Tuttavia, Foucault non considera la sessualità solo come un campo di oppressione, ma anche come uno spazio di resistenza. Le pratiche sessuali non sono semplicemente disciplinate, ma possono anche essere trasformate in atti di resistenza contro il potere, sfidando le norme sociali e culturali che cercano di definirle.

Conclusione: La sessualità come campo di resistenza e liberazione

In Il sessuale politico, Lorenzo Bernini ci invita a considerare la sessualità come un campo politico fondamentale, in cui si intrecciano le dinamiche di potere, le relazioni di classe, il razzismo e la biopolitica. La sessualità non è un dominio separato dalla politica e dall'economia, ma è profondamente connessa a esse. Attraverso l'analisi di Freud, Marx, Fanon e Foucault, Bernini mostra che la sessualità è un terreno di battaglia: non solo un campo in cui si esercita il potere, ma anche uno spazio in cui si possono sviluppare forme di resistenza e liberazione. La liberazione sessuale, per Bernini, è inseparabile dalla lotta contro le strutture sociali e politiche che normano e reprimono il desiderio, la libertà e l'identità. La sessualità, quindi, non è mai un aspetto puramente individuale, ma un campo in cui si giocano le lotte sociali e politiche fondamentali del nostro tempo.

𝗠𝗮𝗿𝗰𝗼 𝗧𝘂𝗹𝗹𝗶𝗼 𝗖𝗶𝗰𝗲𝗿𝗼𝗻𝗲

Il 3 gennaio del 106 a.C., mentre le ombre dell’alba sfumavano lentamente sulle colline innevate del Lazio, ad Arpino – una cittadina modesta ma di antica fondazione – veniva alla luce un bambino che, senza saperlo, avrebbe scolpito il proprio nome nelle colonne di marmo della storia. 𝗠𝗮𝗿𝗰𝗼 𝗧𝘂𝗹𝗹𝗶𝗼 𝗖𝗶𝗰𝗲𝗿𝗼𝗻𝗲, destinato a diventare uno dei più grandi oratori e pensatori dell’antichità, non discendeva da una nobile stirpe patrizia, né poteva contare sull’eredità militare di una famiglia di generali. Era figlio di un equestre, Marco Tullio Cicerone senior, un proprietario terriero benestante che, sebbene privo di un’alta carica politica, sognava per il figlio una vita tra i senatori e i consoli di Roma.

Ad Arpino, l’aria era carica di racconti di guerra e gloria. Il nome della città era già legato a un altro grande personaggio della storia romana: Gaio Mario, lo straordinario generale e sette volte console che aveva difeso Roma dalle minacce barbariche. La nascita di Cicerone parve quasi il segno di una nuova promessa: che Arpino avrebbe ancora una volta dato i natali a un uomo capace di scrivere la storia.

La famiglia Tullia, pur non appartenendo alle alte sfere del patriziato romano, viveva con un certo agio, possedendo terre e impegnandosi in attività agricole. Marco e il fratello minore Quinto crebbero in un ambiente sereno e culturalmente stimolante, dove l’istruzione era considerata una delle vie maestre per elevarsi socialmente. Il padre, consapevole delle difficoltà che il giovane Marco avrebbe affrontato nella scalata sociale, decise di investire tutto nella sua formazione.

Un giovane assetato di sapere: l’incontro con la filosofia
Roma, nel II secolo a.C., era una città in tumulto, crocevia di culture, lingue e filosofie provenienti da ogni angolo del Mediterraneo. Il giovane Cicerone, trasferitosi nella capitale per proseguire gli studi, entrò subito in contatto con i più celebri maestri di retorica, filosofia e diritto. Frequentò i corsi di Lucio Crasso, uno dei più grandi oratori dell’epoca, e di Quinto Muzio Scevola, eminente giurista, dal quale apprese i fondamenti della giurisprudenza romana.

Ma la vera passione di Cicerone era la filosofia. La scoperta delle opere di Platone, Aristotele e dei filosofi stoici accese in lui un fervore intellettuale che non si sarebbe mai spento. Le idee greche sull’etica, la politica e il dovere civico divennero le fondamenta su cui avrebbe costruito la sua visione del mondo.

Determinato a perfezionarsi ulteriormente, Cicerone decise di intraprendere un viaggio di studio che lo avrebbe portato in Grecia e in Asia Minore, le culle del sapere ellenistico. Atene, la città di Pericle e Socrate, lo accolse tra le colonne dell’Accademia platonica, dove studiò con il filosofo Antioco di Ascalona. Qui, immerso tra i resti gloriosi dell’antichità, Cicerone affinò la sua visione del legame tra teoria e pratica, tra pensiero e azione.

L’incontro con Apollonio Molone a Rodi fu un altro momento decisivo. Apollonio, celebre retore, trasmise a Cicerone i segreti dell’arte oratoria, insegnandogli a bilanciare eleganza e incisività nel discorso. Apollonio lo esortava a non imitare pedissequamente gli oratori greci, ma a forgiare uno stile tutto romano, vigoroso e pratico, che parlasse al cuore e alla mente del popolo.

L’avvocato delle cause impossibili
Al ritorno a Roma, Cicerone fece il suo ingresso nelle aule di tribunale come avvocato difensore. Lì, nel foro gremito di spettatori, dimostrò una straordinaria abilità retorica, guadagnandosi la fama di brillante oratore. Le sue arringhe erano capaci di smuovere emozioni e convincere anche i giudici più inflessibili.

Uno dei processi che lo consacrò fu quello contro Gaio Verre, ex governatore della Sicilia accusato di corruzione e saccheggio. Verre, protetto da potenti alleati, sembrava intoccabile, ma Cicerone accettò comunque di rappresentare i siciliani oppressi. Le sue orazioni Verrine non furono semplici atti giuridici: furono veri e propri capolavori letterari, in cui Cicerone smascherava con feroce ironia e precisione chirurgica le malefatte di Verre. L’esito del processo fu inevitabile: Verre fuggì in esilio ancor prima che il verdetto venisse pronunciato.

L’ascesa politica: dal foro al Senato
Grazie a questa vittoria, Cicerone si guadagnò l’attenzione dei circoli politici. Seguendo il cursus honorum, venne eletto questore in Sicilia nel 75 a.C., dove si distinse per l’onestà e l’efficienza amministrativa. Da quel momento, la sua carriera politica fu inarrestabile: fu eletto edile, pretore e infine console nel 63 a.C.

Il consolato di Cicerone fu segnato da una delle crisi più gravi che la Repubblica avesse mai affrontato: la congiura di Catilina. Catilina, spinto dall’ambizione e dal rancore, aveva ordito un complotto per rovesciare il governo. Le orazioni di Cicerone in Senato, note come le Catilinarie, furono decisive nel neutralizzare il pericolo:

"Quo usque tandem abutere, Catilina, patientia nostra?"

Con questa celebre frase, Cicerone accusò pubblicamente Catilina, obbligandolo a fuggire. Il complotto fu sventato e Cicerone fu acclamato come pater patriae, difensore della Repubblica.

Il declino e l’eredità immortale
Nonostante il successo, la carriera di Cicerone conobbe anche momenti bui. L’ascesa di Giulio Cesare e il declino della Repubblica lo misero in una posizione difficile. Dopo l’assassinio di Cesare, Cicerone si oppose strenuamente a Marco Antonio, ma il suo coraggio gli costò caro.

Nel 43 a.C., venne inserito nelle liste di proscrizione e ucciso dai sicari di Antonio. La sua testa e le sue mani furono esposte sui rostri del Foro, ma il suo pensiero sopravvisse.

Le sue opere, riscoprite nel Rinascimento, divennero pilastri della cultura occidentale, testimoniando che la forza delle idee e della parola può superare i confini del tempo e delle generazioni.

giovedì 2 gennaio 2025

Stephen Crane


Stephen Crane era una meteora dalle tinte violacee e scarlatte, bruciante e febbrile, un’anima incandescente che attraversò i cieli del realismo americano come un lampo impossibile da trattenere. Figlio di genitori metodisti, ottavo nato in una casa imbalsamata dalla fede e dalla rispettabilità, già a quattro anni sentiva nelle vene una fame che nessuna morale avrebbe mai potuto saziare. Mentre gli altri bambini si perdevano nell’innocenza dell’infanzia, lui iniziava a scrivere, a trascrivere in parole ciò che la vita aveva di crudele e insensato.

Ma il mondo di Crane era fatto di polvere, di fango, di solitudine e di una bellezza tragica, quella dei vicoli bui e degli esseri dimenticati. Quando a sedici anni iniziò a pubblicare articoli, stava già percorrendo un sentiero che lo avrebbe portato lontano dalla purezza accademica, immergendolo nella feccia e nelle strade di una New York che pulsava come una creatura viva. Abbandonati gli studi, Crane si gettò a capofitto nel ventre della città, pubblicando nel 1893 "Maggie: A Girl of the Streets". Non era un semplice libro; era una ferita aperta, un colpo inferto al lettore borghese che si trovava improvvisamente di fronte all’abisso, al grido disperato di un’umanità reietta, abbandonata ai margini di un sogno corrotto.

E poi giunse "The Red Badge of Courage", scritto nel 1895. Chi avrebbe detto che un giovane, mai nemmeno sfiorato dall’orrore della guerra, sarebbe stato capace di immergersi così nel fango e nel sangue dei campi di battaglia, di ritrarre con tale precisione quel volto bestiale che l’uomo mostra di fronte alla paura? Fu un’opera fatale, che gli conferì la gloria – quella gloria che però Crane sentiva come un cappio, un destino inevitabile.

Intanto, la sua vita si popolava di personaggi torbidi e scandali. Nel 1896, quando si presentò come testimone in difesa di Dora Clark, una prostituta, venne travolto dal fango della stampa scandalistica. La società, sempre pronta a divorare i suoi figli ribelli, iniziò a isolarlo. Ma Crane trovò una nuova alleata nelle ombre di Jacksonville, in Florida: Cora Taylor, tenutaria di un bordello, una donna dal fascino oscuro, da cui fu irresistibilmente attratto e con cui iniziò una relazione. Qui, l’amore non era che un’illusione di purezza: era un abbraccio di anime tormentate, una danza nell’abisso.

Quando decise di partire per Cuba come corrispondente di guerra, la sorte lo volle di nuovo alla mercé della natura crudele. La sua nave affondò e lui si ritrovò su un canotto alla deriva, solo e quasi perduto, una scena che avrebbe narrato nel suo racconto The Open Boat. È un quadro desolante della condizione umana, dipinto come il mare nero che lo circondava, la sua penna trasformata in remo, mentre lottava per mantenersi a galla tra le onde del destino.

Gli ultimi anni di Crane furono una lunga discesa verso la malattia e la miseria. Vagabondò per l’Europa, inseguendo guerre e anime come un poeta decadente, e a Londra trovò rifugio tra menti affini, come Joseph Conrad e H.G. Wells. Ma il suo corpo fragile, consumato dalla tubercolosi, non resse. Morì, infine, in un sanatorio della Foresta Nera, tra l’umidità dei boschi e il freddo dell’aria, come un eroe romantico vittima di un fato ineluttabile.

Ma di Crane si mormora ancora. Pare che prima della fine avesse scritto un romanzo inedito, "Flowers of Asphalt", che avrebbe ritratto l’oscuro mondo di un giovane prostituto gay. Un testo dannato, perduto o distrutto, che nessuno ebbe il coraggio di pubblicare. Il processo a Oscar Wilde, poco tempo prima, aveva chiuso la bocca ai cuori audaci. E così Flowers of Asphalt divenne leggenda, un’eco che riecheggia ancora oggi, e che venne ripreso, in modo quasi profetico, da un film del 1951, dove il tema del coming out si intreccia alla ribellione giovanile.

Nel 2007, come il canto di un’ombra ritrovata, Edmund White recuperò questa leggenda nel suo "Hotel de Dream", rievocando il racconto di un giovane prostituto attraverso i ricordi dell’amico James Gibbons Huneker. Forse era il destino di Crane: lasciarci brandelli della sua anima, dispersi, come fiori sull’asfalto bagnato, l’unico ricordo possibile di una vita vissuta come una febbre, un delirio tra poesia e dannazione.

c'è, nel mio cuore


C'è, nel mio cuore, la nera consapevolezza che amare è un lusso destinato a svanire col tempo. La gioventù è un teatro di illusioni, un palcoscenico su cui recitiamo la parte dei generosi, dispensando affetto come se fosse eterno, come se l'anima fosse un calice d'oro che mai si svuoterà. Ma quanto è breve quell'innocenza! Ogni anno, ogni giorno, assottiglia la capacità di concedersi, come un vino che evapora lasciando solo il fondo amaro.

Con il tempo, gli altri ci appaiono sempre più marci, come frutti ammaccati. Sono meschini, sciocchi, crudeli; nelle loro risate si nasconde l'invidia, nei loro sorrisi la traccia della menzogna. E noi, ogni giorno più esperti nell’arte del sospetto, affiniamo il nostro disprezzo, come un veleno raffinato. Il mondo ci si disvela nella sua brutale mediocrità, e invecchiare diventa un processo di esclusione, di abbandono, un lento ritirarsi in sé stessi, come un ragno che rientra nella sua tana.

Forse è questo, il segreto della solitudine degli anziani, il loro ultimo, disilluso rifiuto. Non è che nessuno li ami più, no; è che loro stessi hanno smesso di amare. Hanno visto troppa volgarità, troppe risate vuote, e i loro cuori si sono incrostati di un’amarezza senza rimedio. La vita ha perduto la sua grazia di follia, e ciò che resta è un calcolo freddo, un conversare privo di passione, un elenco di nomi che si assottiglia come un petalo sfogliato dal vento.

E allora, cosa rimane? Un cuore che batte più per abitudine che per passione, un’anima che ha rinunciato al gioco dell’amore, troppo stanca per offrire anche solo una briciola d’affetto. Siamo soli non perché il mondo ci abbia dimenticato, ma perché abbiamo scelto, con un sorriso amaro, di dimenticarlo noi.

mercoledì 1 gennaio 2025

sono nato


Sono nato in una nube grigia, avvolto da un respiro opaco che si dissolveva ancor prima di potersi definire. Una smorfia di fumo disperso, incapace di prendere forma, che danza fragile nell'ombra senza lasciare alcuna traccia tangibile. Ero appena un sussurro, un'eco timida nell’oscurità che nemmeno la notte voleva ascoltare. Ora sto precipitando, scivolando lungo una corrente invisibile che non offre né riposo né tregua. Ogni istante che passa mi strappa via qualcosa, un frammento di esistenza, come se il tempo stesso mi stesse sfilacciando lentamente, lasciandomi scomposto come polvere che si disperde in balìa del vento.

Vorrei che tu mi prendessi, mi stringessi in qualche modo, anche solo con lo sguardo o il pensiero. Ma cosa può davvero afferrare qualcosa che nemmeno esiste appieno? Come si trattiene ciò che non ha consistenza, che sfugge persino al desiderio di essere fermato? Forse puoi provare a guardare verso di me, sollevando appena il viso e cercandomi con gli occhi che scrutano il nulla. Se riesci, anche solo per un istante, lasciami essere quella linea sottile che sfiora il confine del tuo sguardo. Io sono lì, anche se sto svanendo.

Mentre mi perdo in questo cielo che non ha né volto né cuore, mi confondo nel suo abisso silenzioso. Divento una traccia pallida che si sbriciola nell'aria, un’ombra sbiadita che cerca di sopravvivere nell’indifferenza che tutto avvolge. Eppure, se anche non puoi vedermi, sappi che per un attimo io c’ero. Anche la polvere, nel suo cadere, ricorda di essere stata parte di qualcosa.

Il mondo urla con una furia che non conosce tregua, il suo clamore è un ruggito cieco, un brontolio che si propaga senza fine, divorando ogni cosa nel suo passaggio. È un canto sordo, una litania che martella ogni superficie, eppure, nonostante questo tumulto, io continuo a precipitare. Ogni caduta è come un richiamo, una eco che si spegne prima di trovare una risposta, ma forse proprio in questa caduta, in questa frattura che si ripete senza pietà, esiste una scintilla. Un minuscolo bagliore che mi lega a te, come un filo invisibile che persiste nell’oscurità, sottile e fragile, ma indistruttibile. È come se stessimo sospesi su un mondo dimenticato, sopra una foresta nascosta e sepolta sotto innumerevoli strati di tenebra. Lì, sotto di noi, c’è un mare nero e profondo, denso come il velluto, e in quello spazio sconfinato il silenzio si fa materia, un’ombra tangibile che pesa sulle spalle e sul cuore.

Fiocchi di neve iniziano a cadere. Non è una neve qualunque, ma ogni fiocco è come un piccolo rito funebre, un fragile addio che si posa lieve, eppure definitivo. Scendono lenti, simili alla cenere di qualcosa che non ha mai avuto modo di esistere, come i sogni spezzati prima ancora di nascere. Ogni fiocco sembra raccontare una storia che nessuno ascolterà, ogni granello di bianco è il segno di una fine che non ha avuto un inizio.

Noi danziamo. Ma non è una danza gioiosa, né tantomeno armoniosa. È piuttosto un movimento spezzato, stanco, quasi una marcia lenta verso un luogo che non conosciamo. È una danza priva di grazia, dove i passi sono esitanti, come se fossimo prigionieri di una musica che non riusciamo a sentire. Ogni movimento lascia dietro di sé l’eco di un vuoto che cresce, una spirale di gesti che si dissolvono nel nulla. Sappiamo, in fondo, che questo ballo è destinato a scomparire. Eppure, continuiamo a danzare, come se l’atto stesso di muoverci in questa oscurità fosse l’unica cosa che ci impedisce di sprofondare completamente.

Sono ghiaccio e polvere, frammenti stanchi di un cielo che non mi appartiene, eppure continuo a esistere in questo spazio sospeso, come un'eco dimenticata che risuona tra le stelle spente, come una voce che nessuno ascolta, che si perde nella trama sottile del tempo. Ogni particella di me fluttua senza peso, senza direzione, come se il vento stesso avesse rinunciato a portarmi altrove. Laggiù, figure indistinte avanzano nella neve, ombre che si trascinano senza vita, senza scopo, e ogni loro passo sembra lasciare cicatrici invisibili sul manto bianco che copre ogni cosa, come se anche la terra tremasse sotto il peso di esistenze tanto fragili da spezzarsi nel silenzio. Le loro sagome si confondono con l’orizzonte, danzano in un corteo muto che non promette né salvezza né condanna, solo l’eterna ripetizione di movimenti privi di senso. Nei loro occhi spenti vedo riflessi i miei cuori infranti, le mie danze interrotte, i miei canti che si dissolvono come nebbia all’alba, e ogni nota svanita porta con sé una parte di me che non tornerà, come pagine strappate da un libro che nessuno leggerà mai fino alla fine. Ogni sguardo che incrocio in quelle figure vuote mi ricorda la mia stessa assenza, la mia stessa incapacità di fermare questo sgretolamento lento e inarrestabile. Il mondo è un ruggito senza eco, un urlo che si smorza prima ancora di sfiorare l’orizzonte, e l’aria stessa sembra trattenere il fiato davanti a questa desolazione infinita, come se tutto fosse in attesa di un momento che non arriverà mai. Ogni angolo di questa realtà sembra congelato in una fragile illusione di movimento, ma non c’è nulla che si muova davvero, nulla che respiri con la pienezza della vita. Non resta altro che cadere, lasciarsi andare al richiamo del vuoto, come se la terra stessa fosse stanca di reggermi, come se persino la gravità si fosse stufata della mia presenza e mi lasciasse andare, libera di sprofondare in un abisso senza fondo. E in questa caduta senza fine, forse, ti troverò, ti riconoscerò in un riflesso lontano o nel tremolio di una luce che non ricordo più di aver visto, ma so già che non cambierà nulla, perché anche i sogni più dolci si sciolgono al mattino, lasciando solo il freddo ad abbracciarmi, un freddo che si insinua sotto la pelle, che si annida nelle ossa e le corrode con pazienza. Persino l’idea di trovarti è una promessa fragile che si spezza tra le dita prima di poterla afferrare davvero. Forse siamo destinati a sfiorarci senza mai incontrarci, a rifletterci l’uno nell’altro come specchi incrinati, frammenti di uno stesso desiderio che non troverà mai compimento. Forse cadere è l’unica forma di libertà che mi resta, l’unico gesto che non si può corrompere, un precipitare che è insieme fuga e ritorno, speranza e resa, l’ultimo battito di ali prima di dissolversi completamente nel silenzio di questo cielo che non è mai stato il mio.

Sono cenere e luce spenta, un frammento di cielo disfatto che scende senza scopo, dissolvendosi lentamente nell’aria, come polvere che non trova riposo. Sento voci lontane, ma sono solo echi vuoti che si rincorrono tra le pareti invisibili di questo spazio che non conosco. Eppure, penso che tu sia lì, sperduto come me, nascosto tra queste ombre che inghiottono ogni cosa, come se il buio fosse la nostra unica dimora, il solo rifugio che ci resta. Il mondo è un boato che divora tutto, ogni suono, ogni ricordo, ogni sussurro che proviamo a conservare. Eppure continuo a precipitare, come se l'abisso mi chiamasse con la voce di chi non ho mai smesso di cercare.

È inutile, lo so. So che ogni passo è vano, ogni tentativo è destinato a dissolversi prima ancora di compiersi, eppure ti cerco. Ti cerco nei frammenti di luce che resistono al vuoto, ti cerco nelle crepe che si aprono sotto i miei piedi, dove la speranza sembra nascondersi come un segreto sussurrato dalla notte. Ti cerco nei sussulti della mia memoria, in quei bagliori improvvisi che sembrano la tua voce, la tua presenza sfuggente che mi attraversa senza fermarsi mai.

Non so se ti troverò, non so se questo viaggio abbia una fine, ma il mio cuore continua a bussare contro le pareti del silenzio, chiedendoti di rispondere, anche se con un solo battito, un respiro che spezzi questa quiete asfissiante. E così, mentre tutto scivola nell’ombra, io rimango qui, cercandoti, perché non posso fare altro, perché forse è l’unica cosa che mi tiene ancora in piedi.

Non c’è più nulla da vedere. Davanti ai miei occhi si stende solo una distesa inerte, una foresta morta che si allunga fino all’orizzonte, come un corpo esanime che non respira più. Le chiome degli alberi sono spoglie, scheletri di rami intrecciati che sembrano protendersi verso di me, o forse verso qualcosa che non c’è mai stato. Sotto di me si allarga un mare di ombre, un abisso silenzioso che aspetta, paziente, che ogni cosa si arrenda al suo richiamo. È un paesaggio svuotato di ogni respiro, una tela stracciata dove la luce non trova appigli. La vita, in fondo, non è altro che questo: come la caduta, è inutile. Una parabola breve e spenta, un intervallo destinato a spegnersi prima ancora che qualcuno possa accorgersene davvero.

Eppure, mentre scruto l’oscurità che si addensa intorno a me, un lampo fugace mi tradisce. Credo di scorgere un riflesso che mi sembra familiare, un tratto delicato, il profilo sottile del tuo collo che emerge appena dalla cortina di ombre. È una figura bianca, quasi diafana, che si staglia per un istante prima di dissolversi. Cerco di aggrapparmi a quella visione, ma le mie mani incontrano solo il vuoto. Non è che un miraggio, una dolce illusione che la notte disegna per ingannarmi. La speranza è una compagna crudele, si insinua nei pensieri come una fiamma debole che arde ma non scalda. In questa notte senza speranza, tutto sembra un inganno tessuto dalla solitudine stessa.

So già che non posso raggiungerti. Non importa quanto mi spinga in avanti, non importa quanto io desideri colmare la distanza che ci separa. È come se una barriera invisibile, sottile ma inespugnabile, si alzasse tra noi, rendendoti inaccessibile. Rimango fermo, con lo sguardo fisso su quell’illusione che già si dissolve, consapevole che l’unica cosa che posso fare è restare qui, mentre la foresta morta continua a crescere, e le ombre, silenziose, avanzano inesorabili.

Ora precipito. Il cielo sopra di me si stringe, come una mano che afferra e spegne ogni barlume di luce, come un velo nero che cala senza alcuna esitazione, indifferente e impassibile al mio destino. La sua oscurità si stende, mi avvolge e mi soffoca, mentre cado, cado ancora, senza che nulla possa arrestare questa discesa infinita. Guarda verso l’alto, se hai il coraggio, se puoi sollevare gli occhi in questa notte senza stelle, e forse scorgerai la mia figura che si contorce, che precipita con la grazia di una foglia morta portata via dal vento. È un viaggio senza meta, un volo che non conosce fine, e io sono solo un’ombra che lentamente si dissolve nell’immensità dell’oscurità.

Il mondo attorno a me grida, ma il suo urlo si perde, si scompone in echi che rimbalzano nel vuoto, in parole che non riescono a prendere forma. Ogni cosa si sfalda, e il senso stesso sembra sfuggirmi, lasciandomi sospeso in una caduta che è più reale di qualsiasi sogno. Scivolo giù, giù ancora, come la cera di una candela che cola lentamente, come una fiamma che si spegne con un ultimo sussurro, lasciando dietro di sé solo fumo e silenzio. È verso di te che vado, verso l’immagine sfocata che resta impigliata nei miei pensieri, anche se so che non ci sarà nessun abbraccio ad attendermi, nessun calore capace di fermare questo gelo che si insinua dentro di me.

Eppure continuo a cadere. Non smetto, non posso smettere. Ogni istante si dilata, e ogni battito di cuore diventa una pietra che mi trascina più in basso. Vorrei fermarmi, vorrei gridare, ma la mia voce è già svanita, inghiottita dal nulla. L’oscurità mi accoglie con le sue braccia vuote, e io mi abbandono a essa, sapendo che non c’è terra che possa attutire il mio impatto, nessuna fine che possa pormi di fronte a un nuovo inizio. Cado, e cado ancora, e la mia ombra si dissolve del tutto, lasciando dietro di me solo il ricordo di una presenza che svanisce come polvere nella notte.

Tra un attimo, o forse tra mille anni, sarò lì. O almeno, così mi racconto mentre ogni passo sembra sospeso sull’orlo di un precipizio invisibile. Forse non arriverò mai davvero, forse l’abisso mi sta già osservando, con il fiato freddo che sfiora la nuca e le ombre che si allungano come dita pronte a chiudersi. Potrebbe inghiottirmi in qualsiasi momento, eppure continuo a muovermi, perché cos’altro potrei fare? Restare fermo non serve, non cambia nulla. Non c’è nulla da trovare qui, nulla che valga lo sforzo di trattenere il fiato o di contare i passi. Ogni cosa è svanita o forse non è mai esistita. E allora cammino, o almeno credo di farlo, mentre il mondo osserva il mio vagare con un’espressione che sembra quasi di scherno. Ride. Ride di noi, di me, di questa folle ostinazione. Ma quel riso non è allegro, non ha la leggerezza che consola. È un riso secco, spento, vuoto come una conchiglia dimenticata su una spiaggia deserta. È un ghigno, un’ombra che si apre sul viso del mondo come una ferita che non guarisce. E in quel ghigno, nella sua gelida eco, c’è qualcosa che assomiglia alla fine di tutte le cose.

Eppure, nonostante tutto, continuo a scendere. Continuo a cercarti. Ogni gradino, ogni sasso scivoloso sotto i piedi è un richiamo, una voce che mi dice di andare avanti. Ti cerco senza sapere più nemmeno perché. Ti cerco come si cerca un’ombra in pieno giorno, un riflesso in uno specchio rotto. Forse sei qui, forse no. Forse non ci sei mai stato. Ma non riesco a smettere di inseguire l’idea di te, come se questo potesse bastare a riempire il vuoto che si è fatto dentro. Lo so bene, ne sono consapevole, ogni passo è una confessione silenziosa: è tutto inutile. Irrimediabilmente inutile. Ma l’inutilità non basta a fermarmi. Anzi, forse è proprio l’inutilità a darmi la forza di andare avanti. Nel nulla trovo un senso che non riesco a spiegare, come se continuare a cercarti fosse l’unico modo per non sprofondare del tutto.

E allora scendo ancora, e ancora. Ogni passo è un battito di cuore che potrebbe essere l’ultimo, ma non lo è mai. Ogni battito sembra domandarmi perché insisto, perché non mi arrendo. Non ho risposte, solo un silenzio che mi accompagna come una seconda pelle. E in quel silenzio continuo a cercarti, pur sapendo che non ci sarà nessuno ad aspettarmi in fondo alla strada. Eppure scendo, eppure ti cerco, come se nell’ombra che lascio alle spalle potesse nascere qualcosa di nuovo. Forse, alla fine di questa discesa infinita, ci sarà un’altra illusione ad attendermi, o forse niente. Ma fino ad allora, continuerò.