mercoledì 6 maggio 2026

Asprigno zero. Cento haiku dalla panchina amorosa

1

Melodia spenta
la panchina amorosa
geme nel nulla.

2
Giace il silenzio,
vivere era un’eco
senza collasso.

3
Sembianza cade,
la vertigine fioca
del tempo stanco.

4
Il fosso canta,
asprigno nella bocca
del sale eterno.

5
La verità urla,
convulsa nelle vene
di chi già tace.

6
Panchina vuota,
le orme della gioventù
urlano stasi.

7
Educata fine
che si crede riposo
è schiamazzo spento.

8
Zucchero amaro,
asprigno zero muto
nelle pupille.

9
Tempo in coma,
sospira un’illusione
sul fosso cieco.

10
Sprecata l’ora,
quando la melodia
era promessa.

11
Sembra vivere
ma il volto è vertigine
di ciò che fu.

12
Panchina sfatta,
la gioventù è caduta
dentro l’asprigno.

13
Schiamazzo spento
nell’educato gesto
del già finito.

14
Verità rossa
come un graffio sul vetro
che non guarisce.

15
Tempo trafitto
nella polvere mesta
della sembianza.

16
Canta il sale
la sua eternità breve
sulle ginocchia.

17
Zero asprigno
nel gesto gentile
che non consola.

18
Convulsa luce
tra il muschio e la radice
di una carezza.

19
Coma d’anima,
la gioventù svanisce
senza proteste.

20
Ora non è più,
la melodia è sogno
che s’inabissa.

21

Amore tace
sulla panchina vuota
d’ombra e sussurri.

22
Lieve sembianza
nel vento che ripete
ciò che fu carne.

23
Collasso è dono,
ora che il corpo assaggia
sale e vergogna.

24
Tempo si piega
come l’eco nel fosso
mai ricordato.

25
Già sprecata
la gioventù si veste
di foglie secche.

26
Luce educata,
non sa fare rumore
il desiderio.

27
Convulso è il cuore
quando l’amore resta
un’ipotesi.

28
Stasi gentile
che esplode in schiamazzo
senza motivo.

29
Il nulla canta,
ha voce la sembianza
d’una carezza.

30
Sale che abbaglia,
il fosso è nostalgia
d’una mattina.

31
Stanco il presente,
coma la sua preghiera
di non cadere.

32
Taci, panchina,
sai più di ogni bocca
l’amore andato.

33
Asprigno il bacio
che scivolò sul volto
già dimentico.

34
Giovinezza,
colpo di tosse muto
dentro la notte.

35
La verità
non è mai educata,
fa male presto.

36
Ombra gentile
del corpo che tremava
solo per gioco.

37
Tempo sghembo,
la tua danza stonata
è melodia.

38
Nel collasso
nasce una nuova forma
di ricordare.

39
Panchina antica,
piange chi ti ha amata
senza sapere.

40
Ora si china
la vita come pianta
senza più radici.

41
Sembianza nuda
tra due silenzi sparsi
in controluce.

42
Convulso sogno,
giace l’asprigno cielo
della memoria.

43
Educazione
è solo stasi finta
in abiti scuri.

44
Fosso che ride,
nasconde sotto il muschio
l’ultima rosa.

45
Collasso lento
del cuore in retromarcia
tra due respiri.

46
Già sprecata
la gioventù si spegne
come sigaretta.

47
Verità cieca,
non sa che direzione
abbia il perdono.

48
Stanco il tempo,
sfoglia la sua agenda
senza ricordi.

49
Sale la notte
e nel fosso si addensa
un vecchio amore.

50
Asprigno addio
tra labbra già disfatte
dalla promessa.

51
Panchina vuota,
ogni giorno è un’eco
che non consola.

52
Vivere è stato
un esercizio cieco
di sospensione.

53
Il nulla veste
di seta la sua fame
di verità.

54
Convulsa luce
nel gesto che si spezza
senza un perché.

55
Tempo in ginocchio,
chiede alla gioventù
una bugia.

56
Educato il corpo
mentre urla la carne
d’esser toccata.

57
Fosso che morde,
asprigno come infanzia
mai restituita.

58
Sembianza fragile
che il vento già cancella
come saluto.

59
Coma d’attesa,
il cuore è un orologio
senza quadrante.

60
Verità scura
che si maschera in fiore
per ingannare.


Continuo con gli haiku 61-80:


61
Collasso d’oro
nella sera che ride
senza più gioia.

62
Panchina nuda
sogna i corpi passati
come calore.

63
Stanco il pensiero
che cerca una sembianza
dentro lo specchio.

64
Educazione
come morsa gentile
nella bugia.

65
Gioventù finta,
sfiorita nelle mani
di chi aspettava.

66
Sale la forma
del tempo che si piega
come un saluto.

67
Nulla che resta
se non il gusto aspro
d’una carezza.

68
Verità cruda,
labbra che non sapevano
dove finire.

69
Panchina rosa,
testimone muta
di mille addii.

70
Convulso l’oggi,
gioca con l’apparenza
di un’altra vita.

71
Tempo disfatto,
cammina tra le rughe
del desiderio.

72
Già sprecata
l’alba che prometteva
stelle sul viso.

73
Asprigno il vento
che scava nelle ossa
la nostalgia.

74
Coma gentile,
la stasi travestita
da giovinezza.

75
Fosso che accoglie
il passo senza nome
d’un vecchio amore.

76
Educazione
come recinto lento
d’ogni urgenza.

77
Collasso chiaro
nella luce che pare
una carezza.

78
Sembianza sorda,
non sente il battito
della memoria.

79
Nulla che canti
più forte del silenzio
di chi è vissuto.

80
Già si dissolve
la gioventù nervosa
tra due rimorsi.


E ora gli ultimi venti (81-100):


81
Panchina spoglia,
la melodia è solo
polvere stanca.

82
Sale d’amore
come una crosta aperta
che non si chiude.

83
Asprigno gesto
tra due labbra confuse
dalla speranza.

84
Tempo che implora
un altro collasso
per non cadere.

85
Sembianza viva
nel riflesso distorto
d’un pomeriggio.

86
Convulso cielo,
sogna di diventare
cosa perduta.

87
Educazione
che si rompe nel suono
d’una risata.

88
Stasi dell’oggi,
parodia della gioia
che non ritorna.

89
Verità spoglia,
si siede accanto a noi
senza più nome.

90
Panchina antica,
ricordi più corpi
che fotografie.

91
Già si consuma
l’idea della bellezza
dentro la pelle.

92
Coma lucente,
fa sembrare la luce
una finzione.

93
Fosso che tace,
è lì che il tempo chiede
di essere ascolto.

94
Sale sul viso
la lacrima diversa
di chi ha taciuto.

95
Asprigno amore,
ti ho perso dentro l’ora
che non finiva.

96
Educazione
come paura bella
di dire “voglio”.

97
Tempo è un mostro
che danza su panchine
già cancellate.

98
Sembianza muta,
il tuo sguardo parlava
più della voce.

99
Nulla che resta
se non questo haiku
che già svanisce.

100
Già sprecata
la gioventù rimpiange
la sua menzogna.


Ecco l’ossatura per un libriccino di haiku intitolato:

“Asprigno zero. Cento haiku dalla panchina amorosa”


Copertina (immaginaria)
Una panchina vuota, nel crepuscolo.
Titolo: Asprigno zero
Sottotitolo: Cento haiku dalla panchina amorosa
Nome dell'autore in piccolo, in basso, come un sussurro.


Prefazione

In questo libriccino cento haiku sbocciano come minuscoli detriti lirici dalla carcassa poetica di un unico testo-matrice. Ogni componimento ne è frammento e metamorfosi, eco e variazione. Il cuore che pulsa sotto questa serie è una panchina amorosa — luogo fisico e mentale dove la gioventù, l’illusione e la perdita si sono dati appuntamento per svanire insieme.

Tra collassi, sembianze, stasi educate e verità convulse, le immagini si rincorrono come fantasmi nella nebbia del ricordo. L’asprigno, qui, è sapore e colore dell’irrimediabile.


Struttura
Ho suddiviso i cento haiku in cinque sezioni tematiche da venti componimenti ciascuna. Ognuna con un titolo che ne sintetizza il respiro.


I. Panchina amorosa

Dove tutto comincia: un luogo, un ricordo, un sogno a metà tra carne e memoria.

(Haiku 1–20)
(già scritti sopra)


II. Collasso del tempo

Il tempo perde consistenza, si fa coma, stasi, attesa. Il passato pulsa come un dente guasto.

(Haiku 21–40)
(già scritti sopra)


III. Educata stasi

La gioventù si fa forma sociale, sorriso educato che nasconde il grido. Qui il silenzio urla più forte del desiderio.

(Haiku 41–60)
(già scritti sopra)


IV. Fosso asprigno

L’asprigno è divenuto paesaggio interiore. Il fosso non è più luogo di rovina, ma di raccolta. Qui si scava e si conserva.

(Haiku 61–80)
(già scritti sopra)


V. Zero

Zero è l’ultima soglia, il punto in cui tutto evapora. È la resa e la rivelazione. La poesia si dissolve nel suo stesso nome.

(Haiku 81–100)
(già scritti sopra)


Colophon (immaginario)

Stampato a occhi chiusi su carta sonora, nel giorno in cui la gioventù disse basta.
Il titolo è rubato a un verso non ancora redento.
I versi si sono scritti da soli.

La testa lucida e il coro: anatomia di una Biennale senza sguardo

Non è più nemmeno una Biennale ma una temperatura. Una febbre che non misura il corpo ma il linguaggio, che non si limita a salire ma si diffonde, contagia, trasforma ogni cosa che tocca in sintomo. Si entra — o si crede di entrare — in uno spazio dedicato all’arte e ci si ritrova invece dentro una macchina percettiva che ha abolito la distanza, che ha reso impossibile quel gesto elementare e ormai quasi sovversivo che è guardare senza reagire immediatamente. Qui tutto chiede risposta, tutto pretende un riflesso condizionato: opinione, post, giudizio, condanna, entusiasmo. Il silenzio è sospetto, la lentezza è colpevole. E così, prima ancora delle opere, prima ancora degli artisti, si impone un clima. Un brusio continuo, una vibrazione di fondo che non si interrompe mai. È il vero tappeto sonoro di questa edizione permanente che chiamiamo contemporaneità: un coro disorganico in cui ogni voce tenta di emergere senza ascoltare le altre. Non è nemmeno più rumore, è una forma di saturazione. Tutto è già detto prima di essere visto, tutto è già interpretato prima di essere esperito. L’opera arriva sempre seconda, sempre in ritardo rispetto alla narrazione che la precede e la consuma. In questo paesaggio, il bar sport non è un luogo ma un paradigma. È la grammatica attraverso cui si articola il discorso pubblico sull’arte: immediato, assertivo, incurante della complessità. Si parla per prendere posizione, non per capire. Si commenta per esistere, non per contribuire. E ogni frase, ogni intervento, ogni sentenza si deposita in un archivio fluido che non conserva nulla ma registra tutto, come una memoria senza gerarchia. Lì si costruiscono e si disfano carriere con una velocità che ha qualcosa di infantile e di feroce insieme. È in questo contesto che la presenza di cui si avvertiva l’ombra prende corpo, o meglio si diffonde. Non ha un volto stabile, non ha una forma definita, e proprio per questo è perfettamente adattabile. Si infiltra nelle dinamiche, le amplifica, le orienta senza mai dichiararsi. Non ha bisogno di imporsi: coincide con il funzionamento stesso del sistema. È ciò che trasforma ogni gesto in competizione, ogni parola in moneta, ogni immagine in potenziale capitale. Non giudica, non distingue, non seleziona secondo criteri estetici o etici: misura, accumula, redistribuisce visibilità. Questa entità — chiamiamola pure pulsione, istinto, algoritmo incarnato — ha una capacità straordinaria: rendere equivalenti realtà radicalmente diverse. Le macerie diventano texture, il dolore diventa linguaggio, la tragedia diventa occasione di posizionamento. Non si tratta nemmeno di cinismo consapevole; è qualcosa di più profondo e più inquietante. È un processo di traduzione automatica che svuota gli eventi della loro irriducibilità e li rende compatibili con il circuito della rappresentazione. Tutto può essere mostrato, quindi tutto può essere consumato. E qui si apre una frattura che l’arte contemporanea abita senza mai riuscire davvero a colmarla. Da un lato, l’urgenza — spesso autentica — di dire, di denunciare, di rendere visibile ciò che altrimenti resterebbe ai margini. Dall’altro, la consapevolezza — talvolta rimossa, talvolta esibita con una certa compiaciuta disperazione — che ogni gesto di questo tipo rischia di essere immediatamente riassorbito, neutralizzato, reso innocuo proprio dal dispositivo che lo accoglie. È un gioco di specchi in cui la critica si riflette nella propria inefficacia. Chi attraversa i Giardini o l’Arsenale — o anche solo la loro versione mediatica, che ormai è la più frequentata — si muove dentro una sequenza di situazioni che chiedono continuamente di essere interpretate. Non c’è più un prima e un dopo, non c’è un tempo di sedimentazione. Tutto accade in simultanea, tutto è già archiviato mentre accade. L’esperienza si riduce a una serie di frammenti che devono essere immediatamente condivisi per acquisire realtà. Se non viene registrato, l’evento sembra non essere mai avvenuto. Eppure, in questa accelerazione, si produce una forma paradossale di immobilità. Si corre, ma non ci si sposta davvero. Si accumulano immagini, ma non si costruisce uno sguardo. Si moltiplicano le parole, ma il discorso resta fermo, come intrappolato in un loop che si autoalimenta. È una dinamica che ricorda certi giochi in cui il movimento è solo apparente, perché le regole sono progettate per mantenere tutto all’interno di un perimetro preciso. Un perimetro che coincide con il sistema stesso. Dentro questo perimetro, la competizione assume tratti sempre più espliciti. Non è più nascosta dietro la retorica della ricerca o della sperimentazione: è dichiarata, anche se raramente nominata. Si compete per lo spazio, per l’attenzione, per la legittimazione. E come in ogni competizione, c’è un meccanismo di selezione che opera in modo continuo e spietato. Chi non riesce a stare al ritmo viene espulso senza clamore, semplicemente smettendo di essere visibile. L’invisibilità diventa la vera forma di eliminazione. Ma ciò che rende questo gioco particolarmente perturbante è la sua estetizzazione. Nulla appare violento, nulla sembra brutale. Tutto è curato, allestito, pensato per essere guardato. Anche l’esclusione, anche la marginalità, anche la sconfitta assumono una forma presentabile, quasi elegante. È una violenza che ha imparato a travestirsi, a rendersi accettabile, persino desiderabile. E proprio per questo è più difficile da riconoscere e da contestare. Sopra tutto questo, come una promessa e una minaccia insieme, si staglia l’idea della ricompensa. Non più il successo come conquista duratura, ma una forma di esposizione temporanea, intermittente, sempre revocabile. I famosi minuti di visibilità non sono più un’eccezione: sono diventati la misura stessa del valore. Esisti nella misura in cui sei visto, e sei visto nella misura in cui riesci a inserirti nel flusso. Ma il flusso non si ferma mai, e quindi la visibilità è sempre precaria, sempre da riconquistare. Questa precarietà genera una tensione continua, una sorta di ansia di prestazione che attraversa tutti i livelli del sistema. Gli artisti producono sapendo che dovranno essere immediatamente leggibili e condivisibili; i curatori costruiscono narrazioni che possano circolare con facilità; il pubblico si trasforma in un insieme di terminali che registrano e rilanciano. Ognuno è, allo stesso tempo, attore e spettatore, produttore e consumatore. Non c’è più un fuori da cui osservare: si è sempre già dentro. Ed è forse questo il punto più difficile da accettare. Non esiste una posizione innocente, non esiste uno sguardo completamente esterno. Anche la critica più radicale, anche il rifiuto più netto rischiano di essere immediatamente integrati, trasformati in segni di distinzione, in elementi di stile. Dire “no” diventa un modo diverso di dire “io”, e quindi di partecipare al gioco che si vorrebbe rifiutare. È una trappola sottile, perché si presenta come libertà. La trasparenza di questo meccanismo è quasi totale. Tutto è esposto, tutto è dichiarato, nulla è davvero nascosto. E tuttavia questa stessa trasparenza funziona come una forma di anestesia. Sapere come funziona il sistema non significa esserne immuni; al contrario, può produrre una sorta di rassegnazione lucida, una complicità consapevole che rende ancora più difficile immaginare alternative. Si continua a partecipare perché non si vede un modo efficace per sottrarsi. Eppure, proprio in questa consapevolezza, potrebbe annidarsi una possibilità. Non una via d’uscita netta, non un gesto risolutivo, ma una serie di micro-scostamenti, di attriti, di resistenze minime. Forse si tratta di rallentare, di sottrarsi almeno in parte all’urgenza della reazione, di recuperare uno spazio di opacità in cui l’opera — o ciò che ne resta — possa ancora essere incontrata senza essere immediatamente consumata. È una prospettiva fragile, quasi utopica, ma forse è l’unica che non coincida completamente con il funzionamento del dispositivo. Resta però, ostinata, quella immagine centrale. Non più solo una metafora, ma una presenza che organizza lo spazio simbolico. Una superficie liscia, riflettente, che restituisce tutto senza trattenere nulla, che cresce in proporzione a ciò che assorbe. Non ha bisogno di essere nominata per esistere, ma quando lo è, produce un leggero scarto, un’incrinatura. Come se, per un attimo, il gioco si rendesse visibile a se stesso. E attorno, instancabile, la folla. Parla, commenta, giudica, produce. Si agita, si espone, si mette in scena. Cerca di occupare uno spazio che è sempre già occupato, di dire qualcosa che è sempre già stato detto. E tuttavia continua, perché fermarsi significherebbe scomparire. È una danza che non prevede pausa, un movimento che si giustifica da sé. E forse è proprio qui, in questa necessità senza scampo, che si rivela la natura più profonda di ciò che stiamo guardando: non un evento, non una mostra, ma un modello di mondo. Un mondo in cui la testa lucida al centro non è un’anomalia, ma la perfetta sintesi di tutto il resto.

lunedì 4 maggio 2026

Berlin Alexanderplatz: l'inferno, il desiderio, la visione di R.W. Fassbinder

Nota introduttiva


Nel 1980 Rainer Werner Fassbinder affronta una delle imprese più monumentali della sua carriera – e forse della televisione europea del Novecento – portando sullo schermo Berlin Alexanderplatz, il romanzo-fiume di Alfred Döblin del 1929. Ne nasce una miniserie per la televisione in quattordici episodi, lunga più di quindici ore, che sfida ogni aspettativa narrativa e visiva: un’opera totale, eccessiva, febbrile, in cui la storia di Franz Biberkopf, piccolo delinquente berlinese travolto dalle forze della storia e della psiche, diventa un’epopea esistenziale e politica. Ma Berlin Alexanderplatz non è solo un adattamento letterario: è il testamento personale di Fassbinder, una confessione a cielo aperto, una riflessione radicale sul desiderio, sul potere, sull’identità. Dietro la cronaca brutale della caduta di un uomo, si apre un affresco spietato e visionario della Germania tra le due guerre – e, insieme, del mondo interiore di un artista che non ha mai smesso di cercare nei margini, negli scarti, nei corpi offesi, una verità che il centro del discorso borghese ha sempre ignorato. Questa analisi ripercorre le direttrici principali della serie – la forma, il tempo, la rappresentazione del maschile, la vertigine dell’epilogo – per mostrare come Berlin Alexanderplatz sia, ancora oggi, un’opera impossibile da classificare e altrettanto impossibile da dimenticare.


Il tempo come carcere: radicalità stilistica in Berlin Alexanderplatz

Quando Fassbinder si misura con Berlin Alexanderplatz, non adatta soltanto un romanzo, ma ne riattraversa le viscere, piegandolo a una propria visione del tempo, del dolore e dell’identità. Il tempo, più che un elemento narrativo, diventa la materia prima dell’opera. Tutto è rallentato, reiterato, come se il mondo fosse avvolto in una nebbia ipnotica che impedisce il passaggio della storia.

I quattordici episodi, per oltre quindici ore di durata, non vogliono essere una miniserie nel senso televisivo consueto. Non c’è montaggio frenetico, non ci sono cliffhanger o colpi di scena. Fassbinder, invece, dilata ogni gesto e ogni parola, ci costringe a guardare, a rimanere nella scena, anche quando questa non “porta avanti la trama”. È un gesto profondamente politico, e insieme poetico: l’occhio non fugge, il tempo non si compatta, la sofferenza resta.

Questa radicalità formale spiazza. I primi episodi si muovono come in una lente d’ingrandimento puntata sulla ripetizione della miseria quotidiana. Franz Biberkopf esce di prigione, cammina, tenta di cambiare, incontra figure ambigue – ma tutto sembra accadere in un presente sospeso, come se la realtà si ostinasse a restare uguale a se stessa. Il tempo non è più una linea, ma una spirale che inghiotte il protagonista.

Fassbinder, in questo, va oltre Döblin. Il romanzo aveva già una struttura modernista frammentaria, ma la miniserie rifiuta anche la frammentarietà in senso convenzionale: sceglie invece la reiterazione lenta, il tempo che si incolla alla carne e che pesa, come una sentenza. Il tempo in Berlin Alexanderplatz è una forma di punizione. Non ci sono ellissi salvifiche, né sintesi: l’esperienza deve essere attraversata.

A chi guarda, non è chiesto di “seguire” una trama, ma di abitare un inferno. Ed è proprio questa immersione lenta, questa insistenza sul tempo interiore, a rendere l’opera tanto potente quanto respingente. Non è una visione amichevole: è una discesa, un’esperienza quasi mistica della caduta. Per Fassbinder, il vero protagonista non è solo Franz, ma la durata stessa della sofferenza – un tempo che non guarisce, che non consola, che semplicemente è.


Colpa, rovina e dannazione: Berlin Alexanderplatz come tragedia metafisica

Fassbinder non si limita a raccontare la caduta di un uomo. Con Berlin Alexanderplatz mette in scena l’agonia morale di un’intera società, un corpo collettivo che si dibatte nella vergogna e nell’impossibilità di redenzione. Franz Biberkopf, ex galeotto, è il soggetto di questa discesa, ma anche il suo strumento. La sua storia individuale si fonde con la memoria della Germania tra le due guerre, un paese travolto dal caos della Repubblica di Weimar e destinato, nel giro di pochi anni, a precipitare nel nazismo.

Il primo atto del dramma è apparentemente semplice: Franz esce dal carcere e giura di diventare un “uomo perbene”. Ma a Berlino, città-mondo, questo giuramento non ha cittadinanza. L’ambiente in cui si muove – bordelli, taverne, stanzette affittate, corridoi umidi, piazze desolate – è un teatro della rovina. Ogni personaggio che incontra, ogni donna amata, ogni amico trovato, sembra destinato a tradirlo o ad esserne vittima. La società non accoglie Franz, lo trattiene in un abbraccio mortale, come un organismo che rigetta il trapianto.

Questa non è semplicemente miseria sociale: è colpa. Ma una colpa senza oggetto. Franz ha scontato la sua pena (aveva ucciso la fidanzata, nel romanzo; Fassbinder conserva il fatto come un peso inespresso), ma la sua condizione morale resta quella di un colpevole. L’intero racconto si svolge sotto il segno di una dannazione oscura, di un peccato originario che non si estingue. Nessuna redenzione è possibile, perché il mondo stesso è compromesso.

Fassbinder, da buon figlio della Germania post-nazista, proietta sulla storia personale di Franz una riflessione collettiva: che cosa significa voler essere “buoni” in un mondo malato? A che serve la volontà, se tutto è già contaminato? La tensione morale del film non è nel contrasto tra bene e male, ma nell’impossibilità di distinguere tra i due. Il male non arriva da fuori, è già dentro i rapporti umani, dentro l’amore stesso.

Reinhold – figura demoniaca, seduttore, manipolatore, ma anche oggetto di attrazione irresistibile – è il vettore di questa rovina. Il rapporto con lui è il vero cuore tragico della serie: un legame tossico, distruttivo, che porta alla mutilazione fisica di Franz (la perdita del braccio), ma anche a una frattura più profonda. Dopo Reinhold, Franz non sarà mai più intero. La colpa non è solo morale, ma incarnata: si scrive sul corpo, lo deforma.

E quando arriva l’amore – l’unico amore vero, quello per Mieze – esso non salva, ma si compie nel sacrificio. Mieze muore, e con lei muore ogni speranza di umanità. A quel punto, Franz è un relitto, e Fassbinder lo consegna al delirio allucinatorio dell’episodio finale, dove i simboli si sovrappongono, e la storia personale si dissolve in un’Apocalisse.

In questo senso, Berlin Alexanderplatz è una Passione laica, un racconto della caduta senza resurrezione. La colpa non ha redenzione, la rovina non ha fondo. Rimane solo l’agonia, e lo sguardo fisso di Fassbinder su di essa.


Döblin nel 1980: la trasfusione fassbinderiana del moderno

Quando Fassbinder decide di affrontare Berlin Alexanderplatz, il romanzo di Alfred Döblin ha già cinquant’anni. È un testo capitale della modernità, un’opera-summa della Berlino anni Venti, concepita con una struttura complessa, fatta di montaggi narrativi, flussi di coscienza, inserti documentari, linguaggio parlato e spezzature sintattiche che anticipano Joyce. Ma Fassbinder non fa del romanzo una reliquia da museo: lo dissangua e lo reinfetta, lo attualizza senza tradirlo, lo piega al proprio presente e ai propri fantasmi.

La Berlino che Fassbinder mette in scena non è quella storicamente filologica del 1929. I costumi, le scenografie, le luci (spesso teatrali, irreali, abbuiate) non cercano la ricostruzione. Non c’è verismo. Al contrario: c’è un senso onnipresente di teatralità, di costruzione, di claustrofobia. Le strade sembrano corridoi, gli esterni hanno qualcosa di studio, e anche i suoni sono spesso stranamente ovattati o distorti. È una Berlino della mente, della memoria traumatica, un inferno che somiglia ai sogni angosciosi di chi ha vissuto la Storia e cerca di rielaborarla.

Fassbinder prende Döblin e lo attraversa con le ossessioni della Germania del dopoguerra. La questione non è più (soltanto) l’oscillazione tra miseria e redenzione, tra socialismo e delinquenza, ma il tema del rimosso tedesco: la colpa collettiva, la virilità tossica, la sopraffazione che sfocia nell’annientamento. Berlin Alexanderplatz diventa un trattato sulla violenza invisibile che attraversa il quotidiano: sul modo in cui l’ideologia – quella maschile, quella patriarcale, quella capitalista – si infiltra nella vita privata.

Eppure, l’attualizzazione non è ideologica. Fassbinder non fa una “lettura politica” nel senso didascalico. Il suo approccio è emotivo, carnale, esistenziale. Prende la frammentazione del romanzo e la ricompone in una lentezza ipnotica, in una coerenza visionaria che rispecchia il proprio linguaggio cinematografico. Fa parlare Döblin con la lingua della televisione d’autore anni Ottanta – ma una televisione che si rifiuta di essere popolare, che diventa tempio della durata, della ripetizione, dell’abisso.

Döblin stesso, nelle sue riflessioni, parlava di simultaneità. Fassbinder, invece, risponde con l’accumulo. Non c’è più il montaggio veloce, l’irruzione dei rumori della città, ma una costruzione lenta e rituale, in cui ogni scena sembra pesare su quella precedente. In questo, l’attualizzazione è anche un tradimento produttivo: Fassbinder non mima la modernità letteraria, la sostituisce con una nuova forma di barocco decadente, dove tutto si contorce, si ripete, si sfalda.

E così Berlin Alexanderplatz non è più soltanto la storia di Franz, né solo il romanzo di Döblin: è la memoria malata della Germania, riletta nel 1980 da un artista che si sente, e forse è, l’ultimo testimone di una generazione smarrita. Un testimone che grida, ama, odia e muore (Fassbinder morirà appena due anni dopo), lasciandoci in eredità quest’opera monumentale come un altare consacrato alla rovina.


L’amore che non osa dire il suo nome: il corpo maschile come campo di battaglia

Berlin Alexanderplatz è innanzitutto una tragedia dei corpi. I corpi sono lì, sempre in primo piano, mostrati, feriti, manipolati, esposti alla miseria e al desiderio. Ma più ancora dei corpi femminili – spesso trattati come oggetti da baratto o da sacrificio – è il corpo maschile a occupare il centro della scena. E non in senso neutro o normativo: il corpo maschile è il vero luogo della tensione, dell’ossessione, della colpa erotica.

Fassbinder, regista dichiaratamente omosessuale, innesta nel romanzo di Döblin una componente omoerotica che nel testo di partenza era solo latente. Il rapporto tra Franz e Reinhold – nella serie lungo, ossessivo, ripetuto fino alla nausea – è un duello erotico in piena regola, ma anche una storia d’amore travestita da alleanza criminale. Reinhold seduce, seduce tutti, soprattutto Franz, e poi distrugge. La fascinazione reciproca non ha bisogno di dichiarazioni: è negli sguardi, nei silenzi, nei gesti morbidi e nelle collere improvvise, negli abbracci sfiorati e nella violenza in agguato.

L’omosessualità in Fassbinder non è mai semplicemente identitaria. È una tensione, un campo di forza, una geometria dei desideri che sfugge ai ruoli. Reinhold è insieme virile e isterico, fragile e feroce. Franz è bisognoso d’amore e incapace di dirlo, sottomesso ma anche vendicativo. I due si amano senza saperlo, e per questo si odiano. Ogni tentativo di stabilire un legame si traduce in una mutilazione: Reinhold butta Franz fuori dall’auto, gli fa perdere il braccio, ma continua a cercarlo. Franz perdona, si lascia ferire, si lega a lui come un cane al suo aguzzino. È amore, ma senza nome.

Questa tensione non è mai separata dalla rappresentazione del corpo. I corpi maschili sono nudi, sudati, violenti, esposti nei loro difetti. Non c’è idealizzazione. La virilità è mostrata come maschera, come performance spesso ridicola, sempre tragica. Franz, grosso e impacciato, è un uomo che soffre di essere un uomo. Reinhold, androgino e malato, è un uomo che distrugge la maschilità degli altri per non soccombere alla propria. Fassbinder li osserva con compassione e crudeltà, con un amore che sa diventare sadico.

Nelle scene di sesso (mai esplicite, ma cariche di elettricità), nei corpi che si scontrano, si abbracciano, si pugnalano, Fassbinder inscena il vero dramma del desiderio: il desiderio che non può dirsi, che si traveste da odio, da amicizia, da crimine, e che solo nella rovina si svela per quello che è. Berlin Alexanderplatz è un romanzo criminale, certo, ma anche – e forse soprattutto – una storia d’amore. Una storia d’amore tra uomini, senza futuro, senza linguaggio, ma così fisica, così presente, da diventare inevitabile.


L’epilogo: un’allucinazione, un addio, un testamento

Dopo tredici episodi costruiti sulla densità realista, sull’accumulo lento, sulla ripetizione dei gesti e delle disgrazie, Fassbinder spiazza lo spettatore con un’ultima parte – la quattordicesima – che è una catabasi nel puro delirio. L’epilogo è una frattura, una dichiarazione poetica, un gesto d’artista che rifiuta di chiudere con ordine, e anzi spalanca tutte le porte della psiche, del simbolico, del visionario.

Qui non c’è più Berlino, né Alexanderplatz. Scompaiono le strade, i tram, i locali, i mercati. Rimane il subconscio, lo spazio mentale di Franz. Il protagonista – ormai devastato, mutilato, spezzato in corpo e spirito – entra in un mondo di sogni, di incubi, di apparizioni. Le immagini si fanno psichedeliche: angeli, gatti parlanti, luci sature, cieli rossi. Franz si muove in una dimensione dove il tempo non ha più senso, dove tutto è simultaneo, sinistro, irreale. Una zona di confine tra la morte e la salvezza.

È come se Fassbinder avesse voluto dire: tutto quello che avete visto prima era solo il prologo, il pretesto, il cammino verso questa vertigine. La narrazione implode, il linguaggio si spezza, le voci si sovrappongono. Franz incontra se stesso, Reinhold, Dio, il diavolo. L’episodio finale è anche una riflessione meta-artistica: un addio di Fassbinder non solo a Franz, ma al romanzo, alla televisione, alla forma narrativa stessa.

Al centro di questo delirio c’è il tentativo di redenzione, ma una redenzione assurda, grottesca. Franz viene internato, curato, “normalizzato”. Ma che cosa significa normalità? Che cos’è la guarigione? La società che lo accoglie è la stessa che lo ha distrutto, che l’ha formato come carne da macello. L’epilogo inscena un paradosso crudele: l’uomo che finalmente si adatta è l’uomo che ha perso tutto – identità, desiderio, libertà. La guarigione è una morte lenta.

Fassbinder fa dell’epilogo un’opera a parte: una sinfonia allucinata in cui convergono tutti i temi della serie – la colpa, il sesso, il potere, la follia – ma liberati dalle catene della trama. È una messa funebre per la Germania, per Franz, per sé stesso. Il regista, infatti, si affaccia qui come autore e demiurgo, non più solo come narratore invisibile. Berlin Alexanderplatz diventa una confessione, una visione, un testamento spirituale.

Due anni dopo, Fassbinder sarà morto. Ma aveva già detto tutto: nella spirale finale di questo epilogo, tra citazioni bibliche, immagini da videoclip onirico, sarcasmo e tenerezza, c’era già l’intera rovina di un secolo. E c’era – ancora – una struggente, disperata dichiarazione d’amore per l’uomo che cade e continua a cercare un senso nel buio.



sabato 2 maggio 2026

Corpo e desiderio in Mapplethorpe

L’affermazione secondo cui il corpo non è mai spontaneo, ma sempre struttura, trova nel lavoro di Robert Mapplethorpe una delle sue formulazioni più radicali, ma anche più ambigue. Non si tratta semplicemente di riconoscere che il corpo, una volta fotografato, entra in un sistema di codici visivi: qui il punto è più estremo. Il corpo, prima ancora di essere rappresentato, è già implicato in una grammatica. È già preso dentro una logica di costruzione che lo precede. La fotografia non interviene su un dato neutro: lo conferma, lo irrigidisce, lo porta alla sua evidenza più crudele. Io penso che sia proprio questo il nodo da cui partire: non esiste un corpo originario che poi viene deformato o sublimato dall’immagine. Esiste piuttosto una serie di operazioni — culturali, simboliche, anche disciplinari — che fanno sì che il corpo appaia sempre come già formato, già predisposto a essere visto. In questo senso, Mapplethorpe non inventa una costruzione: la rende visibile nella sua forma più pura, più esatta, più implacabile. Il suo lavoro, allora, non è tanto una estetizzazione del corpo quanto una sua riduzione a principio formale. E qui si apre una tensione che attraversa tutta la sua opera: da un lato, il riferimento implicito a una tradizione classica — la scultura, la proporzione, l’equilibrio; dall’altro, una radicale sottrazione di ogni orizzonte armonico. La forma non è più misura di un ordine cosmico, ma dispositivo di controllo. Non pacifica, non riconcilia: stabilisce. Se si osservano le sue immagini senza cedere immediatamente alla loro seduzione, ciò che emerge è una sorta di violenza fredda. Non una violenza spettacolare, ma una pressione continua esercitata sulla materia del corpo. Ogni posa è una decisione. Ogni linea è un’imposizione. Ogni equilibrio è il risultato di una esclusione. Il corpo viene portato a coincidere con la propria immagine, e in questa coincidenza perde qualsiasi possibilità di scarto. È qui che il discorso sul desiderio diventa inevitabile, ma anche scivoloso. Perché il rischio, sempre, è quello di leggere Mapplethorpe come il fotografo del desiderio — e quindi di reintrodurre, surrettiziamente, una dimensione di spontaneità che il suo lavoro sistematicamente nega. Il desiderio, nelle sue immagini, non accade. Non è mai colto nel suo farsi, nel suo emergere incerto. È sempre già stato tradotto. Dire che Mapplethorpe non ha fotografato il desiderio ma lo ha reso forma significa riconoscere che il desiderio, qui, è un esito. È il prodotto di una operazione che lo stabilizza, lo rende leggibile, lo inserisce in un sistema di relazioni visive. Non è più una forza che attraversa il corpo, ma una qualità che aderisce alla sua superficie. Diventa contorno, linea, volume. Ma questa trasformazione non è neutra. Trasformare il desiderio in forma significa anche neutralizzarne una parte essenziale: la sua instabilità, la sua eccedenza, la sua capacità di sfuggire. Il desiderio, per sua natura, è disordinato, intermittente, contraddittorio. Qui invece è costretto a presentarsi come qualcosa di coerente, di definito, di concluso. È un desiderio che non può più cambiare. E tuttavia — ed è qui che il lavoro di Mapplethorpe smette di essere semplicemente “perfetto” e diventa interessante — questa chiusura non è mai totale. C’è sempre, nelle sue immagini, una tensione che non si lascia completamente risolvere. Una specie di vibrazione trattenuta. Come se il corpo, pur essendo interamente costruito, conservasse una memoria di ciò che è stato escluso. Questa tensione è difficile da localizzare, ma è percepibile. Sta nel modo in cui la luce accarezza e al tempo stesso separa. Sta nella rigidità delle pose, che non sono mai del tutto naturali, ma nemmeno completamente artificiali. Sta in una specie di eccesso silenzioso: qualcosa che non trova posto nella forma e che tuttavia non scompare. A questo punto, il riferimento teorico non può che allargarsi. Se il corpo è struttura, allora è inevitabile pensarlo anche come dispositivo. In un senso che richiama, senza bisogno di forzature, le analisi di Michel Foucault: il corpo come luogo di iscrizione del potere, come superficie su cui si esercitano pratiche di disciplina, di normalizzazione, di visibilità. Le immagini di Mapplethorpe non fanno che rendere evidente questa dimensione. Non mostrano semplicemente dei corpi: mostrano dei corpi che sono già stati formati da un regime di visibilità. Ma c’è di più. Perché se si introduce anche la riflessione di Roland Barthes, si apre un ulteriore livello. L’immagine fotografica, secondo Barthes, oscilla tra studium e punctum: tra ciò che è culturalmente leggibile e ciò che, invece, punge, ferisce, sfugge alla codificazione. Nel caso di Mapplethorpe, lo studium è dominante: tutto è costruito per essere leggibile, per essere formalmente impeccabile. Eppure, il punctum non scompare del tutto. Si annida proprio in quella tensione residua, in quel dettaglio che non coincide perfettamente con la forma. È in questo scarto minimo che il corpo torna a essere problematico. Non più soltanto oggetto, ma nemmeno soggetto. Qualcosa che resiste, pur senza ribellarsi apertamente. Qualcosa che eccede, pur restando contenuto. Se si guarda il lavoro di Mapplethorpe da questa prospettiva, appare chiaro che la sua operazione non è semplicemente estetica. È anche politica. Non nel senso più immediato del termine, ma in una accezione più sottile: riguarda le condizioni di visibilità del corpo, le forme attraverso cui il desiderio può apparire, i limiti entro cui può essere riconosciuto. La forma, in questo contesto, non è innocente. Stabilire una forma significa stabilire una norma. Anche quando si tratta di corpi che, storicamente, sono stati marginalizzati o esclusi, la loro inclusione nell’immagine avviene a condizione che siano formalmente organizzati, resi compatibili con un ordine visivo. La trasgressione, in un certo senso, viene assorbita. E qui si apre una contraddizione decisiva. Da un lato, Mapplethorpe porta alla visibilità ciò che era stato escluso. Dall’altro, lo fa attraverso un processo di formalizzazione che rischia di neutralizzarne la carica sovversiva. Il desiderio, reso forma, diventa anche controllabile. Diventa esponibile. Diventa, paradossalmente, accettabile. Ma questa accettabilità è instabile. Perché la forma, per quanto perfetta, non riesce a cancellare del tutto ciò che contiene. Il corpo continua a portare con sé una eccedenza, una opacità, qualcosa che non si lascia completamente tradurre. È questa eccedenza che impedisce all’immagine di chiudersi, di diventare pura superficie. In questo senso, il lavoro di Mapplethorpe può essere letto come una continua oscillazione tra chiusura e apertura. Da un lato, la tendenza a costruire immagini perfettamente compiute, autosufficienti, quasi ermetiche. Dall’altro, la presenza di una tensione che le attraversa e le destabilizza dall’interno. Il corpo, allora, non è mai semplicemente struttura. È struttura attraversata da una forza che non coincide con essa. È forma, ma una forma che non riesce a esaurire ciò che contiene. È immagine, ma un’immagine che lascia intravedere ciò che non può essere completamente rappresentato. E forse è proprio qui che il discorso iniziale — il corpo non è mai spontaneo — deve essere leggermente spostato, o almeno complicato. Non perché sia falso, ma perché rischia di essere troppo netto. Il corpo, in Mapplethorpe, è certamente costruito, disciplinato, formalizzato. Ma questa costruzione non elimina del tutto la possibilità di una frattura, di una crepa, di un residuo. Il desiderio, reso forma, non smette di essere desiderio. Cambia statuto, certo. Perde la sua immediatezza, la sua fluidità. Ma continua a esercitare una pressione. Continua a manifestarsi, anche se in modo trattenuto, mediato, quasi clandestino. È in questa clandestinità che il lavoro di Mapplethorpe trova la sua profondità. Non nella perfezione della forma, ma nella tensione che la attraversa. Non nella chiarezza dell’immagine, ma nella sua ambiguità. Non nella definizione del corpo, ma nella sua impossibilità di essere completamente definito. Alla fine, ciò che resta è una domanda che non può essere chiusa: fino a che punto è possibile dare forma al desiderio senza distruggerlo? E fino a che punto il corpo può essere strutturato senza perdere ciò che lo rende vivo? Mapplethorpe non risponde. Ma costruisce immagini in cui questa domanda resta aperta, visibile, quasi dolorosamente presente. Ed è forse proprio questa sospensione — questa impossibilità di risolvere definitivamente la tensione tra forma e desiderio — a costituire la vera forza del suo lavoro.

David, Bernini


Questa è una fotografia della scultura del David realizzata da Gian Lorenzo Bernini, esposta alla Galleria Borghese a Roma. Bernini ha creato quest'opera tra il 1623 e il 1624, e rappresenta un momento dinamico, catturando il giovane David nel gesto di scagliare la pietra contro Golia. La forza e la tensione muscolare sono rese con un dettaglio straordinario, mostrando la maestria di Bernini nel rappresentare il corpo umano in movimento e la drammaticità dell'azione.

Sul soffitto e sulle pareti si possono notare anche decorazioni barocche che aggiungono grandiosità alla scena, con affreschi e stucchi che circondano la scultura, contribuendo a creare un ambiente immersivo e spettacolare.

Il David di Gian Lorenzo Bernini è un capolavoro del Barocco romano e si distingue nettamente dai precedenti David di artisti come Donatello e Michelangelo. Mentre Donatello e Michelangelo avevano raffigurato il giovane pastore rispettivamente in posa rilassata e contemplativa, Bernini sceglie di immortalare il momento più intenso dell’azione: David sta per scagliare la pietra, i muscoli in tensione, il volto concentrato, pronto al combattimento.

Realizzata quando Bernini aveva solo 25 anni, quest’opera riflette il suo straordinario talento e la sua capacità di creare drammaticità e movimento nella pietra. Il giovane artista non solo mette in mostra la fisicità di David ma riesce anche a catturare il suo stato psicologico: il volto contratto, lo sguardo determinato e l’espressione che trasmette uno sforzo intenso e totale. Bernini stesso avrebbe posato come modello per il viso di David, guardandosi allo specchio per rappresentare al meglio l’espressione di sforzo e tensione.

Questa scultura introduce un’innovazione fondamentale nel linguaggio artistico dell’epoca: la composizione si sviluppa in modo dinamico, rompendo la frontalità delle statue classiche. Lo spettatore è coinvolto nella scena, può quasi percepire il movimento e lo sforzo di David. La corda della fionda e la torsione del corpo conducono l'occhio in un viaggio attorno alla figura, costringendo lo spettatore a muoversi intorno alla statua per coglierne ogni dettaglio.

Un altro elemento distintivo è il realismo anatomico. Bernini studia minuziosamente la muscolatura, riproducendo ogni dettaglio per suggerire il movimento: il petto e i muscoli delle braccia sembrano tendersi sotto la pelle, le gambe sono pronte a scattare. Tuttavia, la perfezione anatomica non è mai fine a se stessa; è al servizio della narrazione, per trasmettere tensione e drammaticità.

Il David di Bernini era stato commissionato dal cardinale Scipione Borghese, uno dei suoi principali mecenati, che voleva arricchire la sua collezione con opere audaci e all’avanguardia. Questo lavoro, insieme ad altre sculture come Apollo e Dafne e Il ratto di Proserpina, lo consacrò come uno dei maggiori scultori del Barocco, segnando una svolta nel modo di intendere l'arte scultorea come qualcosa di emotivamente coinvolgente e narrativo, più che di pura rappresentazione statica.

Il David di Bernini è una delle opere più emblematiche del Barocco per come sfida lo spettatore a vivere l’azione. Infatti, a differenza delle sculture rinascimentali che esaltano l’equilibrio e la serenità, questa statua sembra quasi esplodere di energia, rifiutando qualsiasi idealizzazione pacata. Bernini abbraccia pienamente l'idea barocca del moto continuo, cioè della costante trasformazione e movimento, catturando un istante di massima tensione che sembra sul punto di liberarsi. Guardando la statua, è impossibile rimanere fermi: l'arte di Bernini richiede uno sguardo in movimento, proprio come il protagonista.

Bernini, inoltre, ha costruito la sua composizione pensando al rapporto con l'ambiente circostante. Il David si trova nella Galleria Borghese, un contesto opulento, dove i giochi di luce sono fondamentali. La scultura si colloca nello spazio in modo da sfruttare al massimo la luce naturale e artificiale, che enfatizza le ombre tra i muscoli e i dettagli del volto, intensificando l'espressività. La scelta di rappresentare David in torsione non solo accentua la tridimensionalità dell'opera, ma invita l'osservatore a muoversi attorno ad essa per ammirarla da ogni angolazione, cogliendo nuovi dettagli a ogni passo.

Anche la scelta della dimensione è importante: Bernini ha creato un David a grandezza naturale, in modo che lo spettatore si possa immedesimare ancora di più, trovandosi alla stessa altezza dello sguardo teso dell’eroe biblico. È un invito implicito a partecipare al momento eroico, quasi come se si fosse lì con lui, a sostenerlo nel suo atto di coraggio.

Infine, la figura di David in sé riflette molto della cultura del periodo. Nel Seicento, la figura dell’eroe biblico era vista come simbolo di virtù, fede e determinazione, caratteristiche che risuonavano con i valori della Controriforma cattolica. David, rappresentante della giustizia divina e della vittoria della fede, era un soggetto perfetto per il cardinale Borghese, il cui desiderio di magnificenza e potere spirituale si rifletteva anche nelle opere che commissionava. Bernini, con questa scultura, non solo accontenta il committente, ma innova il linguaggio della scultura e definisce un nuovo modo di intendere l’arte come spettacolo, esperienza e partecipazione.

Un dettaglio interessante del David di Bernini è il suo innovativo approccio all'espressione e alla psicologia del personaggio. Bernini non si limita a rappresentare un corpo in movimento, ma cerca di rendere visibile anche la tensione emotiva di David. Questo concetto, noto come pathos, è una caratteristica fondamentale del Barocco. Lo sforzo concentrato nello sguardo di David, la contrazione delle labbra e la tensione del corpo esprimono non solo la forza fisica, ma anche la determinazione mentale necessaria per affrontare Golia. È una rappresentazione psicologica che conferisce alla statua una profondità quasi teatrale.

Bernini era noto per il suo interesse verso il teatro e questa statua ne è una testimonianza: David non è semplicemente scolpito, è “messo in scena”. Il dinamismo e la complessità dell’opera richiamano un’azione teatrale, come se David fosse un attore sul palcoscenico, in procinto di compiere il suo atto eroico. Non a caso, Bernini aveva lavorato come scenografo e direttore teatrale a Roma, portando nel suo lavoro scultoreo una sensibilità che rende le sue opere barocche visivamente narrative e drammatiche.

Inoltre, questo David è un’opera che si distacca dal tradizionale concetto di scultura come oggetto da osservare frontalmente. La sua torsione, l'energia racchiusa nel movimento e l'invito a muoversi intorno alla statua per coglierne i diversi angoli creano un’esperienza immersiva. È un esempio perfetto di come il Barocco sfidi i confini tra le arti, cercando di creare opere che superano la semplice rappresentazione per diventare quasi performance.

Vale anche la pena notare che Bernini concepì quest'opera con un livello straordinario di virtuosismo tecnico. La fionda, per esempio, è resa in modo così realistico da sembrare tesa, come se stesse davvero per scoccare il colpo. Questa capacità di rendere il marmo flessibile e vivo è un segno distintivo di Bernini, che sfrutta ogni dettaglio, dalla fionda ai muscoli contratti, per creare un’impressione di potenza e movimento reale.

In un certo senso, il David di Bernini rappresenta un manifesto della scultura barocca, in cui l’artista non cerca solo di rappresentare il mondo, ma di coinvolgere emotivamente lo spettatore, trasformando la scultura in un’esperienza completa, intensa e, soprattutto, interattiva. In un periodo in cui la Chiesa cattolica cercava di riaffermare la sua autorità e attrarre i fedeli con rappresentazioni visivamente potenti, opere come questa incarnavano perfettamente il messaggio spirituale ed emotivo che il Barocco intendeva trasmettere.

Ci sono ancora alcuni aspetti affascinanti del David di Bernini da esplorare, soprattutto se consideriamo il contesto personale e artistico in cui l'opera è nata.

Bernini realizzò questa scultura durante un periodo estremamente prolifico e di crescente fama, ma anche di forte competizione con altri artisti, in particolare con Alessandro Algardi, che tentava di emergere come rivale principale a Roma. Quest'opera doveva quindi non solo soddisfare il cardinale Scipione Borghese, ma anche consolidare la reputazione di Bernini come genio insuperato della scultura barocca. In questo senso, il David diventa una sorta di dichiarazione di superiorità tecnica e creativa: Bernini non si accontenta di rappresentare un eroe biblico, ma alza il livello della narrazione e dell'espressione emotiva a un punto che pochi altri avrebbero potuto eguagliare.

C'è poi un altro aspetto interessante, legato al realismo anatomico e alla simbologia del corpo di David. Il suo fisico, pur muscoloso e potente, non è eccessivamente idealizzato come nei modelli classici. Bernini sceglie di enfatizzare il realismo, con dettagli come le vene pulsanti sulle mani e le pieghe della pelle intorno alla torsione del busto. Questo non solo rende la figura più viva, ma riflette anche l'ideale barocco di rappresentare la natura umana in tutta la sua complessità e imperfezione, in contrasto con il classicismo rinascimentale che tendeva a idealizzare i corpi.

Il tema di David che sconfigge Golia aveva inoltre un valore simbolico e politico, soprattutto in relazione all'epoca di Controriforma in cui Bernini lavorava. La Chiesa cattolica, infatti, vedeva se stessa come il "David" che combatteva il "Golia" del protestantesimo e delle sfide crescenti alla sua autorità. Con la sua determinazione e la sua fede, David diventa qui un simbolo di vittoria della verità cattolica e dell'ordine divino. Scipione Borghese, il committente, era un fervente sostenitore della Controriforma e un uomo di grande ambizione politica; avere nella sua collezione una figura come David significava possedere un'opera che rifletteva sia la fede che il potere della Chiesa.

Infine, il modo in cui Bernini scolpisce lo sguardo di David è particolarmente significativo. Gli occhi non sono solo diretti verso un ipotetico Golia: sembrano puntare lontano, al di là dello spazio fisico della scultura, come se guardassero verso una dimensione spirituale o ideale. Questo sguardo “oltre” conferisce a David una dimensione simbolica, quasi trascendente, come se la sua forza non provenisse solo dal corpo, ma da una determinazione interiore e da una missione divina. Anche questo elemento contribuisce a rendere l’opera un esempio sublime del Barocco, dove la rappresentazione della realtà visibile si fonde con significati più profondi, che elevano l’osservatore a un livello emotivo e spirituale più alto.

Un altro dettaglio importante del David di Bernini è il modo in cui l’artista esplora la tematica del tempo, un concetto centrale nel Barocco. L’opera rappresenta infatti un singolo, fugace momento di azione, come se fosse una fotografia scattata nell’attimo preciso in cui David carica la fionda. Questa "fissazione del momento" è una caratteristica fondamentale del linguaggio barocco, che punta a cogliere e immortalare l’istante di massima intensità emotiva. Non è più l’eroe vittorioso o pensieroso del Rinascimento, ma un giovane concentrato, in bilico tra la tensione e il rilascio dell’azione.

Questa visione si riflette anche nella torsione del corpo, che sembra quasi voler proiettare l’energia della scultura fuori dallo spazio fisico dell’opera. Bernini, infatti, rompe con l'idea di una figura centrale e statica: il corpo di David si torce e si inclina in modo dinamico, creando linee diagonali che suggeriscono movimento. Questa torsione contribuisce a far percepire il tempo, poiché invita l’osservatore a immaginare cosa accadrà un istante dopo. È come se Bernini riuscisse a "fermare" il tempo, invitandoci a contemplare un attimo destinato a svanire immediatamente.

Un altro aspetto sorprendente è la forte sensualità del corpo di David. Bernini rende evidente ogni muscolo, vena e curva, e sebbene il tema sia sacro e la scultura rappresenti un eroe biblico, il trattamento del corpo esalta anche una bellezza quasi terrena, sensuale. È qui che emerge il lato più umano dell’opera: David è sì un guerriero scelto da Dio, ma è anche un giovane uomo, forte e vitale. Bernini, che era profondamente religioso, riesce a bilanciare il significato spirituale dell’opera con un realismo e una fisicità che parlano all’osservatore in modo diretto e terreno. Questa duplice lettura – spirituale e sensuale – è un’altra cifra distintiva del Barocco, che non teme di mescolare sacro e profano per creare opere di grande impatto emotivo.

Vale la pena sottolineare che Bernini aveva una profonda conoscenza della scultura classica greco-romana, ma qui, anziché imitare passivamente quei modelli, li supera. In un certo senso, egli dimostra di aver appreso la lezione della statuaria classica, per poi portarla a un nuovo livello di drammaticità e coinvolgimento. La sua maestria tecnica è tale che la scultura non appare mai “perfetta” in modo artificiale: la fionda tesa, la vena gonfia, la pelle che sembra stirarsi – ogni dettaglio è calibrato per sembrare più reale che ideale.

Infine, il David di Bernini è anche un’opera che ci parla del rapporto dell’artista con il materiale stesso, il marmo. Bernini era un vero virtuoso nel trasformare questo materiale duro e rigido in qualcosa di vivo, di soffice, di palpabile. La capacità di rendere il marmo quasi elastico, come se potesse flettersi e contrarsi, era rivoluzionaria per l’epoca e continua a suscitare stupore. Ogni superficie del corpo di David è scolpita con una precisione tale da sembrare morbida, come carne vera, un’illusione che richiede una tecnica e una sensibilità straordinarie.

Questo realismo tattile, che rende la figura non solo visibile ma anche, in un certo senso, “percettibile” al tatto, è uno degli aspetti che rende il David di Bernini unico e immortale, capace di trasmettere emozioni a chi lo guarda attraverso i secoli.

C'è ancora altro da esplorare riguardo al David di Bernini, perché quest'opera è davvero un universo di significati e virtuosismi.

Uno degli aspetti più affascinanti è il modo in cui Bernini utilizza lo spazio circostante per amplificare l'impatto emotivo dell'opera. A differenza delle sculture rinascimentali che erano pensate per essere osservate frontalmente, Bernini immagina il David come parte integrante di un percorso visivo che circonda lo spettatore. La posizione della statua nella Galleria Borghese è cruciale: il visitatore è invitato a muoversi intorno alla scultura, scoprendo nuove prospettive e dettagli che cambiano a seconda dell'angolo di osservazione. Questo dialogo continuo tra opera e spettatore è una delle innovazioni fondamentali del Barocco, che rompe con la staticità classica per creare un'esperienza coinvolgente, quasi immersiva.

Inoltre, il volto di David è spesso interpretato come un ritratto dello stesso Bernini. Secondo la tradizione, il cardinale Scipione Borghese – committente dell’opera – avrebbe chiesto a Bernini di creare il David in tempi molto brevi, forse persino in un momento di sfida. Bernini, per risparmiare tempo, avrebbe quindi usato il proprio riflesso allo specchio come modello per esprimere l'intensità e la concentrazione del giovane eroe. Così, il volto di David diventa anche un simbolo dell’artista stesso, impegnato nella sua sfida contro il “gigante” rappresentato dalle difficoltà tecniche e dalle aspettative di chi lo commissionava. È come se Bernini avesse infuso nel personaggio parte della propria anima e determinazione, rendendo l'opera non solo un capolavoro religioso, ma anche un autoritratto psicologico.

C’è poi la questione della forza e della grazia combinate, un altro tratto distintivo di Bernini. Il David riesce a incarnare allo stesso tempo la potenza di un guerriero e l’eleganza di un giovane atletico. Le linee sinuose del corpo, che si contorcono in un movimento perfettamente bilanciato, creano una sorta di danza congelata. Non è semplicemente forza bruta; è una forza controllata, concentrata, un’energia che si accumula come la corda tesa di un arco. Questo equilibrio tra potenza e controllo è uno dei tratti più straordinari della scultura, che rende David sia eroe sia opera d’arte ideale, incarnazione perfetta di bellezza e vigore.

Infine, dal punto di vista della tecnica, la resa dei dettagli è impressionante. Bernini non lascia nulla al caso: le mani callose di David mostrano la sua abitudine a combattere e lavorare, la tensione dei muscoli e dei tendini suggerisce un'azione imminente, le pieghe della stoffa aggiungono dinamismo e danno l'illusione che un soffio di vento possa realmente muoverle. Ogni singolo dettaglio contribuisce a costruire una narrazione potente, dove nulla è puramente decorativo, ma tutto serve a raccontare l’azione, l’intensità e la concentrazione del momento.

Questa cura maniacale per i dettagli non è solo una dimostrazione di abilità tecnica, ma anche un modo per far sì che lo spettatore percepisca l’opera come reale, quasi come una persona in carne e ossa. In questo senso, il David di Bernini diventa quasi un simbolo di ciò che il Barocco aspira a essere: un'arte che supera il confine tra rappresentazione e realtà, portando lo spettatore a sentirsi parte di un dramma che accade qui e ora.

Sì, il David di Bernini offre ancora altri spunti interessanti, soprattutto se pensiamo all'influenza dell'opera sullo sviluppo della scultura barocca e alle innovazioni tecniche e stilistiche che Bernini introduce con quest'opera.

Un aspetto importante è come Bernini trasformi il concetto di scultura come oggetto statico in una narrazione dinamica. Nel Rinascimento, artisti come Michelangelo avevano creato figure che, seppur ricche di espressione e dettagli, rimanevano fondamentalmente ancorate a una dimensione statica, contemplativa. Con il suo David, Bernini rompe questa convenzione, abbracciando il concetto di energia in potenza: la scultura non rappresenta un’azione conclusa, ma un’azione che sta per compiersi. Questa carica anticipatoria è una delle caratteristiche distintive del Barocco, che privilegia il movimento, la tensione e l’interazione emotiva. Bernini, infatti, concepisce il marmo come un materiale che può essere “caricato” di energia, quasi come se fosse in grado di esplodere da un momento all'altro.

In questo senso, il David di Bernini anticipa il concetto moderno di “performance” nell’arte. La scultura sembra quasi viva, come se l’artista avesse infuso nel marmo una scintilla di vita. È un risultato ottenuto non solo attraverso la maestria tecnica, ma anche grazie alla sua capacità di comprendere e manipolare il modo in cui lo spettatore percepisce lo spazio e l’azione. Questa visione dinamica influenzerà generazioni di scultori, che prenderanno ispirazione dall’approccio narrativo di Bernini.

Un altro punto significativo riguarda il significato spirituale dell’opera, che va oltre il semplice episodio biblico. In epoca barocca, la Chiesa cattolica stava cercando nuovi modi per riavvicinarsi ai fedeli, attraverso opere d’arte che comunicassero il pathos e la potenza della fede. Il David di Bernini, con la sua espressione intensa e il suo dinamismo, diventa anche una metafora visiva della grazia divina: è la forza di Dio che guida il braccio di David contro Golia, non la sola abilità fisica del giovane pastore. Questa interpretazione era perfettamente in linea con i valori della Controriforma, che cercava di enfatizzare l’intervento diretto e attivo di Dio nella vita dei credenti.

Infine, non possiamo dimenticare la ricca teatralità dell’opera, che è quasi un marchio di fabbrica di Bernini. La sua formazione teatrale e la sua passione per la drammaturgia influiscono in modo evidente sulla concezione del David. In effetti, si potrebbe quasi immaginare la scultura come una scena congelata di un dramma: la tensione è palpabile, ogni muscolo è teso, lo sguardo è concentrato, come se David stesso stesse recitando davanti a noi. Questa teatralità è un elemento essenziale del Barocco, che punta a coinvolgere l'osservatore e a trasmettere un'esperienza emotiva intensa e immediata. Bernini non vuole solo che ammiriamo la scultura; vuole che ci sentiamo coinvolti nel dramma, quasi partecipi del momento culminante della lotta.

In definitiva, il David di Bernini non è solo una scultura di straordinaria bellezza, ma è anche un manifesto dell’arte barocca, un'opera che sintetizza in sé movimento, emozione, dramma e fede. È un’opera che non smette di comunicare, capace di farci riflettere sulla natura dell’azione, della bellezza e del divino – un capolavoro che, secoli dopo, continua a coinvolgere e a ispirare.

Possiamo approfondire anche alcuni aspetti meno visibili dell'opera, che arricchiscono ulteriormente la sua interpretazione.

Uno di questi è l’influenza della filosofia e della scienza sull’approccio di Bernini. In quegli anni, le idee di Galileo Galilei e la nascente scienza moderna stavano trasformando il modo in cui si concepiva la realtà fisica. Bernini, uomo di grande cultura e curiosità, era probabilmente consapevole di queste nuove idee sul movimento e sul tempo. L'attenzione che dedica alla torsione del corpo di David e alla rappresentazione di una figura che sembra quasi "vibrare" nell’istante prima dell'azione potrebbe riflettere questo interesse per la fisicità dinamica. È come se Bernini cercasse di rappresentare non solo l'aspetto esteriore della figura, ma anche la sua energia cinetica, un concetto che all’epoca iniziava appena a essere studiato scientificamente.

Un’altra considerazione interessante riguarda il rapporto tra Bernini e il marmo stesso. Bernini ha sempre avuto una connessione quasi mistica con questo materiale, tanto che lo considerava non un semplice supporto, ma un medium vivo, da trasformare in carne e sangue. La sua abilità nel “liberare” una figura dal marmo grezzo era vista come un dono divino, e lui stesso parlava del marmo come se fosse una sostanza che poteva plasmare con la forza della propria volontà. Nel David, quest’abilità è evidente nella delicatezza con cui rende le texture della pelle, delle vene, delle unghie, dei capelli. Ogni parte della scultura è una testimonianza della sua maestria e di come riuscisse a superare i limiti del marmo, rendendolo morbido e vibrante.

Un altro aspetto importante è il legame tra quest’opera e l’idea di virtù eroica, che era molto sentita all’epoca. David non è solo un personaggio biblico, ma anche un simbolo di virtù civica e morale, di forza d’animo e determinazione. In un’epoca in cui il concetto di eroe era strettamente legato alla capacità di superare le proprie paure e di lottare per una causa superiore, Bernini rappresenta David come un esempio di queste qualità. La scultura era quindi anche un modello per i contemporanei: un invito a essere valorosi e a confidare nella fede e nella volontà.

Infine, il David può essere interpretato anche in chiave psicologica, come un riflesso delle sfide personali che Bernini stesso affrontava. La sua era una vita piena di successi, ma anche di pressioni e aspettative altissime, specialmente a causa dei suoi rapporti con il papato e i suoi rivali artistici. Il David che si prepara a sconfiggere Golia potrebbe simboleggiare le lotte personali dell'artista, la sua determinazione a trionfare contro le avversità, anche in una fase così impegnativa della sua carriera. Questa interpretazione rende la scultura ancora più intima e personale, come se Bernini avesse impresso nel marmo non solo la storia di David, ma anche un pezzo della propria storia.

In sintesi, il David di Bernini è un’opera stratificata, che incarna non solo un episodio biblico, ma anche la visione artistica, filosofica e psicologica del suo creatore. Ogni dettaglio della scultura è un riflesso della sua epoca, delle sue convinzioni e della sua straordinaria capacità di rendere il marmo una forma di vita.

C’è ancora qualche dettaglio intrigante da svelare riguardo al David di Bernini, perché davvero ogni aspetto di quest’opera può aprire nuove prospettive.

Un ulteriore elemento degno di nota è l’uso delle diagonali nella composizione della scultura. La postura di David, con il corpo che si torce e si protende in direzioni opposte, crea una serie di linee diagonali che attraversano la scultura, dando una sensazione di movimento continuo e di tensione. Questa è una caratteristica tipica dell’arte barocca, che utilizza le diagonali per guidare lo sguardo dello spettatore e creare un effetto di instabilità apparente, quasi a suggerire che la figura potrebbe scattare in avanti da un momento all’altro. La diagonale, infatti, era vista come la forma di composizione perfetta per rappresentare il movimento, molto più dinamica rispetto alle linee verticali o orizzontali della scultura rinascimentale.

Inoltre, la scelta di raffigurare David in questo momento specifico – appena prima di scagliare la pietra – può essere vista come una rappresentazione dell'attimo di decisione, quel frammento di tempo in cui un individuo sceglie di agire, nonostante le paure e i dubbi. È un attimo carico di tensione psicologica, che ci avvicina al personaggio non solo come eroe biblico, ma come essere umano che sta per affrontare un rischio enorme. Bernini cattura perfettamente questo momento di vulnerabilità e determinazione, mostrando il lato umano dell’eroe, e forse rispecchiando una delle grandi domande esistenziali dell’epoca: quanto la fede e il coraggio possono determinare il destino?

Un’altra cosa che merita attenzione è come Bernini utilizza la luce e l’ombra per aggiungere un ulteriore livello di drammaticità. La scultura è scolpita in modo tale che le diverse superfici, lucide e opache, riflettano la luce in modo variabile, accentuando il chiaroscuro e creando contrasti molto forti. La luce esalta i muscoli tesi e il volto concentrato, mentre le ombre profonde tra i ricci dei capelli e nelle pieghe della veste danno alla figura un senso di tridimensionalità che sembra quasi spingerla fuori dalla realtà statica della pietra. Questo uso della luce è un altro elemento distintivo del Barocco, che Bernini padroneggia in maniera unica, trasformando il marmo in qualcosa di vivido, quasi pulsante.

Infine, vale la pena menzionare il contesto culturale e politico dell’opera. L’Italia del Seicento era attraversata da conflitti religiosi e politici, e il David di Bernini può essere letto anche come una metafora della lotta del cattolicesimo contro le forze protestanti e contro ogni forma di eresia. La Chiesa cattolica, nel pieno della Controriforma, voleva presentarsi come un baluardo di forza morale e spirituale, pronta a difendere la fede contro ogni “Golia” che minacciasse la sua autorità. David, allora, non è solo un eroe biblico, ma diventa anche un simbolo della resistenza e del potere divino che guida il giusto alla vittoria.

In definitiva, il David di Bernini può essere visto come un compendio delle aspirazioni e delle tensioni dell'epoca barocca: il desiderio di movimento, l’intensità emotiva, la lotta per la fede e la sfida dell’artista contro i limiti della materia. È un’opera che, con la sua potenza, parla a chiunque la osservi, invitando a riflettere su coraggio, fede e sulla natura stessa dell’azione.

Il Sonno del Fauno: erotismo, rovina e rinascita nella pietra




Nella cultura ellenistica, quando l'arte greca si faceva teatro delle passioni umane più estreme, emerse una figura scolpita nel marmo che ancora oggi trattiene lo sguardo in una vertigine di abbandono e desiderio: il cosiddetto Fauno Barberini, noto anche come Satiro ubriaco. Non si tratta di un semplice esempio di abilità scultorea, ma di un frammento di mondo antico dove il corpo, il vino, il sonno e il sogno si fondono in un’unica, conturbante immagine.

Questa scultura, databile attorno al 220 a.C., è ritenuta uno dei più alti esempi della scuola pergamena e della sensibilità ellenistica verso il pathos, l’eccesso, la dissoluzione. Il soggetto raffigurato – un giovane privo di coscienza, colto nel pieno dell’ebbrezza – mostra i tratti del satiro: orecchie appuntite, corona d’edera, coda nascosta nella nudità e una pelle di pantera che tradisce la sua natura dionisiaca. Il sesso marcato, la posa contorta, la muscolatura rilassata ma ancora vibrante di forza, lo collocano in quella zona ambigua in cui l’animalità e l’erotismo si mescolano in una visione a un tempo inquieta e seducente.

Il corpo è abbandonato su una roccia come dopo un’estasi o un rituale, le gambe aperte in un gesto di scomposta vulnerabilità, le braccia a cuscino per una testa reclinata che sembra già sognare. La sensualità della posa, unita al dinamismo fluido delle membra, fa del satiro un protagonista silenzioso e disarmato, ma tutt’altro che innocente. Non è un eroe, né un dio, ma un essere mezzo uomo e mezzo bestia, vinto dal vino e dalla notte, e per questo tanto più umano nella sua caduta.

Rinvenuta nei pressi di Castel Sant’Angelo a Roma nel 1624, la statua fu accolta nella prestigiosa collezione del cardinale Francesco Barberini entro pochi anni. Iniziò allora una nuova vita per il satiro: da reperto silente d’antichità a oggetto di contesa estetica e desiderio collezionistico. Non tardò a divenire un’icona per i viaggiatori del Grand Tour, ammirata nei saloni di Palazzo Barberini, accanto ad altri tesori della classicità. Fu perfino paragonata al celebre Torso del Belvedere, e si guadagnò la reputazione di una delle più sensuali incarnazioni del mito antico.

Ma il Fauno non restò immobile: fu più volte riplasmato dai restauratori barocchi. Arcangelo Gonnelli, nel 1628 e nel 1635, lo compose in posizione sdraiata, cercando di ricreare quel languore ebbro che il tempo aveva frantumato. Nel 1679, Giuseppe Giorgetti e Lorenzo Ottoni lo modificarono ancora, facendolo sedere su una roccia, ispirati dalle pose fluide della scultura berniniana, in particolare dal Nilo della Fontana dei Fiumi. Queste interpretazioni, sebbene moderne, dialogavano con l’opera originaria, tentando di restituirle una vitalità drammatica. Ma fu solo nel 1799 che il Fauno subì l’ultimo grande intervento: acquistato da Vincenzo Pacetti, scultore e restauratore romano, venne nuovamente modificato, questa volta con l’intento di conferirgli una coerenza più solida e unitaria, eliminando le parti in stucco e sostituendole con integrazioni in marmo.

Oggi il Fauno Barberini, conservato alla Gliptoteca di Monaco di Baviera, sembra ancora sonnecchiare tra le pieghe del mito e della storia, testimone di un’umanità che non ha mai smesso di interrogarsi sul piacere, sulla carne e sul limite. In quel corpo abbandonato, nella sua dolcezza ferina, sopravvive un tempo che fu e una domanda sempre attuale: quanto siamo pronti a perderci per davvero?

(Provo a proseguire con una riflessione più ampia che situerà il Fauno Barberini non solo come vertice della scultura ellenistica, ma anche come punto di risonanza per un’intera idea di umanità che si confronta col limite, con l’estasi, con la perdita di sé.)


Nel suo abbandono, il Fauno non dorme soltanto: egli sogna. E non sogna come l’uomo che aspira alla verità, ma come colui che vi rinuncia consapevolmente, sprofondando nella carne, nell’oblio, nel vino. Questa figura, per quanto marginale nel pantheon divino, assume nella cultura ellenistica un ruolo emblematico: è il doppio inquieto dell’uomo razionale. Non si erge come l’Apollo del tipo Belvedere, né combatte come un eroe o riflette come un filosofo: si lascia andare. E in questo gesto passivo e apparentemente secondario abita tutta la carica rivoluzionaria dell’ellenismo.

L’arte di Pergamo – a cui si riconduce il Fauno – fu, rispetto al classicismo attico, un campo di sperimentazione emotiva e drammatica. Il pathos vi diventa materia, lo scomposto trova valore estetico, l’individuo non è più idealizzato ma reso vulnerabile. Si pensi al Galata morente, con la sua torsione spezzata e il volto consapevole della morte: anch’esso, come il Fauno, è nudo, ed è proprio attraverso la nudità che l’umano si mostra nella sua verità ultima. Ma mentre il Galata affronta il morire, il Satiro lo precede: non combatte, non resiste, si dissolve.

In un certo senso, il Fauno è il contrario del Laocoonte, altra opera grandiosa del tardo ellenismo. Se Laocoonte lotta in un nodo di muscoli contro l’inevitabile – i serpenti del castigo divino – il nostro Fauno nega ogni conflitto: si abbandona alla vertigine e ne fa destino. La sua bellezza è passiva, ma non per questo minore. Il corpo, pur scomposto, non perde grazia; anzi, la moltiplica nel dettaglio delle gambe aperte, nella torsione del busto, nel braccio che sostiene la testa come fosse un cuscino improvvisato. La bellezza qui non è ordine, ma disordine seducente.

È proprio in questa estetica del cedimento che l’opera anticipa echi moderni. Il Fauno è un antesignano del decadentismo, del sogno simbolista, della psiche freudiana che affiora nel sonno. E la sua fortuna presso i visitatori del Grand Tour non è casuale: in un’epoca che celebrava la misura, questa statua portava in sé un erotismo scomodo, perturbante, una nudità che non era eroica ma invasa dalla carne, dal desiderio, dalla bestialità sottile del piacere.

Non è strano che l’opera abbia subito tante reinterpretazioni. Il sonno del Fauno, infatti, è anche il sonno della forma: qualcosa che scivola via, che sfugge, che resiste all’univoco. Bernini, con la sua teatralità liquida, ne offrì una nuova chiave di lettura attraverso l’influenza esercitata sui restauratori seicenteschi. Ma il Fauno restò sempre un enigma aperto. Anche quando Pacetti sostituì le gambe in stucco con nuovi marmi, cercando di ridare un’unità perduta, l’opera conservò quell’ambiguità che la rende unica.

Oggi, contemplarlo nella Gliptoteca di Monaco è un’esperienza che va oltre la storia dell’arte: è immergersi in un’idea di bellezza che non cerca di elevarsi, ma di cadere. È vedere nel marmo non la perfezione, ma la resa. È scoprire che forse solo nel lasciarsi andare – come fa il Fauno – l’uomo può veramente incontrare sé stesso.


(Procedo ora con un approfondimento sul satiro nella cultura dionisiaca, per poi ampliare il confronto con alcune opere moderne che ne hanno raccolto l’eredità — spirituale, formale o simbolica.)


Il satiro non è soltanto un compagno licenzioso del dio Dioniso: è un principio. Esprime un modo dell’essere, un’alternativa alla razionalità apollinea, un'identità sospesa tra l’umano e il bestiale. Le sue caratteristiche – la coda, le orecchie appuntite, il sesso prominente – non vanno lette come tratti folkloristici, ma come elementi di un’identità in eccesso, una maschera tragica e carnale insieme. Il suo riso, il suo desiderio, il suo procedere ondeggiante incarnano una sapienza alternativa: quella dell’ebbrezza, dell’istinto, del corpo.

Nelle feste dionisiache, i satiri accompagnavano il dio in processioni tumultuose, le komoi, dove canto, vino, sesso e danza creavano una rottura col tempo ordinario. Erano riti di sospensione, di contatto con ciò che è altro – il divino non olimpico, il selvatico, l’informe. Il satiro diventa così il simbolo del teatro stesso, della finzione che svela, dell’arte che smaschera. E la satira, etimologicamente, nasce da qui.

Il Fauno Barberini, in questa luce, non è più solo una rappresentazione scultorea: è una epifania. È la manifestazione fisica del momento in cui il satiro cade, consunto dall’eccesso dionisiaco. Dorme, ma non per stanchezza comune: dorme perché ha raggiunto il limite del godimento, dell’estasi, della partecipazione al sacro orgiastico. È dunque una figura sacra nel senso arcaico, perché porta con sé un’esperienza che sovverte la coscienza ordinaria.


Passando all’età moderna, questa idea di "corpo in eccesso", dissoluzione della forma e irruzione dell’irrazionale, ha trovato nuovi interpreti.

Rodin, ad esempio, nella sua Età del bronzo, dà forma a un corpo che pare svegliarsi da un sogno oscuro, simile per spirito al nostro Fauno. I suoi nudi maschili e femminili non idealizzano, ma cercano la vibrazione interiore della materia. L’uomo che cammina non ha testa né braccia: è pura energia sospesa. Anche qui, l’eroismo antico si spezza per far posto a una verità più instabile.

Picasso, invece, fece del mito dionisiaco una vera ossessione. Nei suoi disegni e incisioni degli anni Trenta – pensiamo alla celebre serie del Minotauro – è costante il ritorno della figura mezza bestia e mezza uomo, quasi sempre immersa in scene erotiche o di abbandono. Il Fauno riappare anche nei suoi Faunes endormis, figure dormienti, tese tra erotismo e stanchezza, ferocia e languore. Picasso non cita mai direttamente il Fauno Barberini, ma la postura, l’ambiguità e la sensualità sembrano discendere da quella scultura seicentescamente riscritta.

E ancora: Giorgio de Chirico, in opere come Il ritorno del satiro, ripensa la figura antica con uno sguardo metafisico. Il Fauno non è più immerso nella natura ma disperso in una piazza vuota, tra colonne e silenzi. Il mito è diventato enigma. L’ebbrezza si è fatta nostalgia.


Il Fauno Barberini, quindi, ci parla non solo della Grecia ellenistica, ma della modernità stessa. È un corpo che ha perduto l’equilibrio e, proprio per questo, ha guadagnato profondità. È una figura che vive al confine – tra uomo e animale, tra veglia e sonno, tra piacere e caduta – e come tale continua a interrogarci.

(Ancora con un approfondimento sulla ricezione simbolista e novecentesca del Fauno, da Mallarmé fino a Bataille, passando per Rilke, evidenziando come la figura del satiro si trasformi in un archetipo inquieto, poetico, sessuale, perfino sacrale.)


Mallarmé, con il suo celebre L’après-midi d’un faune (1876), non solo riattiva il mito classico ma lo trasfigura. Il fauno di Mallarmé non è più l’essere agreste e bestiale, ma una creatura immersa nel sogno, nell’illusione del desiderio. Il poema intero è una variazione lirica sul tema dell’ambiguità: «Un faune s’éveille» – ma si è davvero svegliato, o sogna ancora? Ha davvero posseduto le ninfe, o tutto è dissolto nel calore del pomeriggio? Qui il Fauno non è più tanto un essere dionisiaco quanto un simbolo della poesia stessa, del suo potere di evocare mondi che si sfaldano appena tentiamo di afferrarli.

Quando Claude Debussy mette in musica il poema, nel suo Prélude à l’après-midi d’un faune (1894), il risultato è una melodia evanescente, fluttuante, che riprende esattamente quel senso di abbandono e sospensione. Il Fauno diventa qui un principio musicale, un respiro che si allunga oltre il tempo misurabile.


Rainer Maria Rilke, nel Quaderno di Malte Laurids Brigge (1910), descrive l’ebbrezza e la vertigine dell’incontro col corpo come qualcosa di mostruoso e sacro al tempo stesso. Anche se il Fauno non appare esplicitamente, l’intero testo è attraversato da una tensione mitica: il corpo maschile, la caduta, l’estasi, la perdita. In una lettera del 1903, Rilke parla del desiderio come di un “essere-fuori-di-sé” che avvicina l’uomo al divino, ma al tempo stesso lo riduce in frammenti. È, in fondo, la stessa tensione che emana dal Fauno Barberini: l’uomo sfinito dal godimento, fragile e potente, ridotto a materia e insieme sollevato verso l’oltre.


Il Fauno di Bataille, invece, è del tutto divorato dalla erotica del sacro. Nei suoi scritti sul sacrificio, sul limite e sulla trasgressione – in particolare in L’erotismo (1957) – Bataille identifica figure come il satiro o il martire come soglie viventi. Il satiro, scrive, non è un semplice essere lascivo: è colui che sperimenta il mondo oltre il divieto, oltre la morale. E proprio perché vive nel “fuori”, può diventare oggetto di sacralizzazione. Bataille avrebbe probabilmente letto il Fauno Barberini come un offerto, una figura post-orgiastica in cui l’individualità si dissolve, e il corpo diventa oggetto contemplato, ferito, superato.


La fascinazione per il Fauno torna infine anche nella poesia italiana novecentesca. D’Annunzio, in certi versi del Notturno, confonde il sogno, il dolore e la sensualità in una visione dove le membra si disfano come nel sonno del Fauno. Ma anche Campana, nei suoi Canti Orfici, fa intravedere figure mitiche — satiri, fauni, centauri — che abitano paesaggi visionari, malinconici, feriti da una modernità che non riesce più a credere ai miti ma li sogna ancora.


In tutte queste trasfigurazioni — poetiche, musicali, filosofiche — il Fauno Barberini resta un’icona muta e potentissima: una figura che dorme, ma non ha mai smesso di parlarci. Non è solo un’opera d’arte, ma un archetipo che sopravvive, cambia forma, torna sotto altri nomi. È il doppio ombroso dell’uomo, la sua ombra desiderante, un dio caduto che ancora ci inquieta.

(Eccomi ad arrivare s una rilettura cinematografica e fotografica del Fauno Barberini, seguendo il filo della sua metamorfosi visiva nella cultura contemporanea: dal Pasolini di Medea e Teorema ai ritratti fotografici di Mapplethorpe e ai tableaux vivants di Pierre et Gilles.)


Il cinema di Pier Paolo Pasolini è profondamente attraversato da figure mitiche cadute, strappate al tempo lineare della storia e rimesse in scena come rovine viventi. Il Fauno Barberini — pur non essendo mai esplicitamente citato — abita molte sue inquadrature, soprattutto in Teorema (1968): Terence Stamp, il misterioso ospite, è una divinità dionisiaca in abiti borghesi, un fauno silente che entra nelle vite degli altri per sconvolgerle. La sua sensualità muta, il suo corpo esposto e ritirato, dormiente e incombente, è quasi la citazione vivente di quella statua: un satiro moderno che dorme a occhi aperti nel cuore dell’alienazione.

In Medea (1969), invece, il mondo arcaico è pieno di esseri semi-divini, di voci e di presenze che risuonano nei gesti. Il fauno, qui, sarebbe il corpo stesso del giovane Giasone, o dei centauri osservatori — metà uomini, metà bestie — che assistono al passaggio dell’eroe senza intervenire. Il corpo maschile, in Pasolini, è sempre un teatro sacrificale: come quello del Fauno Barberini, si offre allo sguardo, è preda e protagonista.


Nel campo della fotografia, il legame più esplicito col Fauno Barberini si trova in Robert Mapplethorpe, che ha restituito alla carne maschile un’aura scultorea. I suoi corpi sono fissati nel marmo dell’obiettivo come reperti di un culto segreto: gambe divaricate, nudità frontale, composizioni simmetriche che evocano sia la classicità che l’osceno. Alcuni ritratti — in particolare quelli del ballerino Derrick Cross o dello stesso Ken Moody — sembrano riflettere proprio quella postura abbandonata, quella “stanchezza post-dionisiaca” del Fauno: l’erotismo congelato nel sonno, nel rilassamento assoluto, che si fa vertigine visiva.

Anche Herbert List, in chiave più neoclassica e meno provocatoria, ha costruito interi portfolio fotografici negli anni ’30 e ’40 giocando con modelli maschili dormienti, distesi su lenzuola bianche o pietre, in pose che riprendono direttamente la statuaria antica. List fotografava come se scolpisse, cercando nei giovani corpi mediterranei il riverbero di una Grecia ideale. Uno dei suoi soggetti, nudo, sdraiato su una roccia in riva al mare, è un Fauno Barberini rinato sotto la luce dell’Egeo.


Ma forse l’omaggio più sfacciato e pop arriva dai Pierre et Gilles, coppia di artisti francesi che ha reso il kitsch un sacrario queer. In alcuni loro tableaux vivants ispirati alla mitologia, il satiro è apertamente erotico, paillettato, circondato da edera finta, col sedere in bella mostra. Il Fauno non dorme più: strizza l’occhio, seduce, si fotografa. Tuttavia, anche in questo eccesso decorativo sopravvive il gesto originario del Fauno Barberini: quel corpo che si offre, che invita a fantasticare, che giace al confine tra l’umano e l’animale, tra sogno e carne.


La scultura ellenistica, così lontana nel tempo, vive oggi in questi doppi, travestimenti, ripetizioni, parodie. Ma ogni immagine che tenta di evocarla ne è anche, in fondo, un’evocazione rituale: il Fauno continua a dormire, e intorno a lui non smette di girare la nostra sete di visione, di bellezza, di abbandono.

(Ora un ampliamento dedicato alla fortuna queer e LGBTQ+ contemporanea del Fauno Barberini, attraversando poesia, performance art, arti visive e immaginario erotico, laddove il satiro — figura marginale, promiscua, eccedente — si fa emblema di una soggettività altra, refrattaria alle norme.)


Nell’universo queer, il fauno — e il Fauno Barberini in particolare — è stato risignificato come simbolo del desiderio non normalizzato, della sensualità eccentrica e della potenza corporea che rifiuta la verticalità del potere patriarcale. Il suo essere dormiente e offerto, mollemente sdraiato e quasi vulnerabile, lo distingue dall’eroe virile e lo avvicina a un’altra grammatica del corpo: passiva, fluida, cedevole, ma carica di attrazione magnetica. È l’anti-Adone, l’anti-Apollo: non si erge, non domina, non brandisce armi; si abbandona. E proprio in questo abbandono, in questa postura “altra”, ha trovato una nuova genealogia nelle rivendicazioni estetiche e politiche LGBTQ+.


Artisti come Del LaGrace Volcano, nel suo corpus dedicato ai corpi non-binari e intersessuali, hanno usato la postura e l’iconografia del satiro per giocare con l’ambiguità sessuale e con la messa in scena del piacere come campo di resistenza. Il Fauno diventa così una figura intermedia: né maschio né femmina, né dormiente né sveglio, né vittima né carnefice. Un’identità dislocata, cangiante, sospesa.

Nel teatro performativo e nella drag art, il riferimento al Fauno è apparso in molteplici travestimenti: in particolare, la performer trans brasiliana Linda Quebrada ha più volte evocato, nei suoi concerti e clip, figure animalesche e sensualmente sfinite, corpi esposti in pose lascive che si rifanno chiaramente a quella iconografia. La nudità qui non è semplice erotismo, ma gesto di rottura, di restituzione politica della carne all’arte. Il corpo queer — come il Fauno — è il luogo in cui il desiderio si fa linguaggio.


Nel campo della poesia LGBTQ+, l’immagine del fauno ritorna con frequenza sorprendente. In Italia, si pensi ad alcuni versi di Dario Bellezza in io, fauno…, o alle atmosfere languide e mitiche di Sandro Penna. Anche in poeti contemporanei anglofoni — da Thom Gunn a Richard Siken — la figura del giovane abbandonato, sensuale, seminudo e inquieto, richiama alla memoria quell’antico marmo dormiente. Siken, in particolare, descrive spesso amanti che giacciono come caduti, come oggetti sacri, come offerte: «He lays on the bed like a faun struck by summer.»


In ambito erotico, il Fauno Barberini è stato letteralmente fetishizzato, trasformato in oggetto di desiderio e remixato in pratiche artistiche underground: dalla grafica omoerotica di Tom of Finland (che talvolta cita esplicitamente statue antiche) ai giochi di ruolo satirici e sessuali in ambito leather o puppy play. Il suo corpo aperto, accessibile, rilassato ma non inerte, viene letto come il paradigma stesso di una disponibilità sensuale che sfugge alla codifica eteronormativa. Il fauno non è “passivo”: è disponibile al mito. Non è un uomo debole, ma un dio stanco, che attende chi sappia leggerne i segni.


In tutto questo, l’immagine del Fauno Barberini sopravvive non solo come residuo archeologico, ma come icona viva che attraversa pratiche e desideri, divenendo punto di condensazione tra il corpo e il mito, tra la soglia del sogno e la carne dell’oggi. Il suo sonno, paradossalmente, è veglia: ci interroga su come guardiamo, su come desideriamo, su chi è autorizzato a offrire il proprio corpo allo sguardo.

(Passiamo allora a un confronto iconografico approfondito tra il Fauno Barberini e un'altra celebre figura della statuaria ellenistica e romana: l’Ermafrodito dormiente. Il parallelo tra queste due sculture — spesso avvicinate nei musei o nei percorsi critici — apre un capitolo affascinante sul desiderio, la duplicità e il piacere come mistero visivo.)


Due corpi dormienti: l’ambiguità dell’offerta

Il Fauno Barberini e l’Ermafrodito dormiente condividono una postura che sfida lo spettatore: entrambi sono sdraiati, semi-nudi, colti nel sonno, esposti ma inaccessibili. Il sonno in queste statue non è mai innocente: è una sospensione erotica, un invito a uno sguardo carico di tensione, che oscilla tra la contemplazione estetica e la pulsione voyeuristica. L'osservatore è posto di fronte a un dilemma: è spettatore o intruso?

Ma se nel Fauno il corpo è disteso con le gambe divaricate, la testa reclinata e un’evidente erezione dormiente (che esibisce senza vergogna l'eccesso dionisiaco), l’Ermafrodito, con il suo dorso invitante rivolto verso l’alto, nasconde il sesso maschile sotto l’ambiguità femminea delle natiche morbide. Entrambi giocano con l’inganno: ciò che sembra non è, ciò che appare cela.


Il Fauno come forza espansa, l’Ermafrodito come torsione identitaria

Nel Fauno Barberini, l’identità è moltiplicata: uomo, bestia, spirito del vino, adolescente e dio insieme. L’eros non è qui contenuto, ma esondante. I tratti animaleschi — la coda, le orecchie, la pelle di pantera — contribuiscono a una carnalità espansa, che invade lo spazio e chiede di essere toccata con gli occhi. Il piacere è già stato consumato o sta per esserlo: non importa. Il corpo è già nel post-orgasmo, nella stanchezza e nel compiacimento.

Al contrario, l’Ermafrodito dormiente è la celebrazione di un’identità scissa, misteriosa, mai completamente disponibile. La scultura richiede movimento allo spettatore: da un lato è donna, dall’altro è uomo. L’erotismo si basa sullo slittamento, sullo shock del doppio. Il piacere non è nell’esposizione ma nella sorpresa. L’identità sessuale diventa forma mutevole, e proprio in questo inganno si gioca la seduzione: l’occhio desidera ciò che non riesce a definire.


Il piacere come enigma visivo

Entrambe le statue propongono un'idea radicale: che il piacere, per esistere come forma artistica, debba fuggire la chiarezza. Nel Fauno, il piacere è abbandono senza pudore. Nell’Ermafrodito, è la soglia dell’illusione. Entrambe ci parlano della crisi dell’identità binaria, molto prima che la modernità ne facesse una battaglia politica.

Il confronto diventa così un discorso sull’erotica dell’ambiguità: l’uno, brulicante di carne e vino, si offre come monumento al desiderio senza freni; l’altro, nella sua androgina perfezione, è un enigma erotico, un rebus fatto corpo.


L’eredità nei linguaggi queer e post-identitari

Oggi, questi due corpi antichi vengono spesso affiancati nelle riletture queer proprio per la loro capacità di decostruire la norma. Il Fauno come topos dell’eccesso e della passività attiva, l’Ermafrodito come icona della transizione, del genderfuck, dell’inversione dello sguardo. La loro vicinanza, nei musei e nei dibattiti, racconta la possibilità di una lettura erotica del classico che non sia schiava del canone, ma che anzi lo sovverta dall’interno.

Il dormiente non dorme mai del tutto: chi giace guarda da sotto le palpebre abbassate. E nel suo sonno ci osserva, ci interroga, ci seduce.


(Ecco l’ultimo segmento, articolato e ampliato in due direzioni complementari: da un lato la fortuna critica moderna e museale del “Fauno Barberini”, dall’altro il ruolo fondamentale dei restauri seicenteschi nella costruzione del suo erotismo visivo e della sua ambigua seduzione.)


Il Fauno riscoperto: Winckelmann, l’estetica del sublime e l’inquietudine dell’ebbrezza

Quando il “Fauno Barberini” entra nelle collezioni Barberini nel XVII secolo, Roma è un palcoscenico barocco di potenza estetica e desiderio contenuto. La statua, sin da subito, colpisce i visitatori del Grand Tour per la sua forza sensuale e la sua strana, carnale mollezza. Non è la bellezza apollinea che Winckelmann predicherà nella sua Storia dell’arte dell’antichità (1764), ma qualcosa di più torbido, notturno, panico.

Eppure proprio Winckelmann, pur guardandola con sospetto, ne riconosce la maestria. Scrive con una certa ambivalenza della “bellezza corrotta dell’epoca ellenistica”, ma nel Fauno non può fare a meno di vedere un virtuosismo “che commuove più del giusto”. È la prima conferma che la statua sfugge al canone: troppo lasciva per essere classica, troppo perfetta per essere ignorata. Il sonno del satiro inquieta, perché è un sonno che gode.

Durante il XVIII e XIX secolo, la critica ne sottolinea l’esuberanza plastica, il contrasto tra il sonno e l’erotismo esibito. I trattati di estetica del periodo lo citano accanto al Torso del Belvedere, ma sempre con un’ombra addosso: il Fauno Barberini non è mai del tutto assorbibile in una teoria del bello. È un oggetto scabroso, il cui fascino risiede proprio nel suo esubero.

Con l’Ottocento romantico la percezione muta ancora: il Fauno diventa una figura baudelairiana, un corpo della caduta, del languore, dell’orgia finita. Per gli artisti e gli scrittori simbolisti — da Gustave Moreau a Pierre Louÿs — la sua carne pesante e scomposta incarna il piacere decadente, il sonno dopo l’eccesso. Viene letto come una prefigurazione della modernità: non l’eroe, ma l’uomo disfatto.


Dal gesso allo scandalo: musei, copie e riscritture queer

Nel corso dell’Ottocento e del primo Novecento, la statua viene copiata ossessivamente in gesso, in marmo, in litografia. Presente in accademie, scuole di belle arti e collezioni private, assume un ruolo di corpo-archivio della bellezza virile trasgressiva. Nelle scuole francesi e tedesche, il suo corpo diventa esercizio anatomico e soggetto per studi di nudo maschile. Ma l’ombra del desiderio non abbandona mai la sua superficie.

Nel Novecento più tardo, il Fauno Barberini entra a pieno titolo nella critica d’arte queer. Autori come Mario Praz, Jean Clair e George Didi-Huberman lo leggono come un corpo che non chiede di essere normalizzato. Un corpo disobbediente, che si sottrae alla disciplina. La Gliptoteca di Monaco, dove è oggi conservato, lo espone in modo prominente, ma il contesto museale non riesce a neutralizzarne il potere ambiguo: continua a sembrare fuori posto, seminudo e scomposto in mezzo a statue più caste.


Restauri come reinvenzione: il desiderio scolpito

Ma il Fauno che oggi ammiriamo non è, forse, mai esistito così. Le fonti storiche lo confermano: dopo il ritrovamento nei fossati di Castel Sant’Angelo nel 1624, la statua era mutila. Arcangelo Gonnelli, nel primo restauro del 1628, decise arbitrariamente la posa distesa. Nel 1635, completa le prime integrazioni in stucco e la dota di una dinamica lasciva che non è originale, ma profondamente barocca. Già qui nasce il corpo reinventato.

Il secondo intervento, nel 1679, con Giuseppe Giorgetti e Lorenzo Ottoni, è ancora più influente. I due restauratori, ispirandosi alla posa del Nilo berniniano, alzano il satiro in una posizione seduta, modificando l’intera narrativa della statua. In questo periodo, la scelta del restauro è anche scelta di messinscena: il corpo viene “attualizzato” secondo un’estetica di teatralità ed esibizione erotica.

Solo con Vincenzo Pacetti, nel 1799, si compie il passaggio decisivo. Pacetti, scultore e restauratore già celebre per la sua capacità di “completare il desiderio” delle statue antiche, sostituisce le parti in stucco con integrazioni in marmo. Ma soprattutto reinventa di nuovo la posa: riporta il Fauno a terra, sdraiato, languente. La carnalità rinasce, scolpita dal marmo nuovo che si unisce a quello antico con voluta impudicizia.


Il Fauno come opera aperta: l’antico non è mai stabile

In questo senso, il Fauno Barberini non è soltanto una statua ellenistica: è un oggetto trans-storico, un’opera continuamente riscritta, completata, reinterpretata. Ogni restauratore ha inciso in lui un’idea di corpo, di desiderio, di canone. Come tale, oggi il Fauno è un palinsesto: ogni piega del suo sonno porta la memoria di una mano moderna, di un gesto barocco, di un’ideologia estetica.

La sua fortuna critica si costruisce proprio su questa instabilità: il Fauno non è un testimone del passato, ma una figura del presente. Ci mostra che il classico non è mai fermo, e che il desiderio, nella sua forma artistica, può essere trasmesso solo come inquietudine, come corpo che cambia e sfugge.


Una Postilla poetica riscritta nello stile di Charles Baudelaire — con immagini sensuali, toni decadenti, lessico evocativo e una malinconia che lambisce l’estasi:


(Nel marmo, il vino)

Il giorno crolla come un vecchio libertino,
tra i marmi lividi e gli specchi d’ambra.
Nell’aria immobile del museo,
il Satiro si ridesta — non del tutto,
solo quanto basta per sorridere all’Oblio.

Un fremito passa sulla pietra:
è il vino antico, rappreso in vena di marmo,
che ancora geme —
come un amante respinto che non sa morire.

Oh, corpo disfatto,
corpo d’ebbrezza e di lussuria scolpita!
I tuoi fianchi divaricati,
la gola abbandonata alle labbra del sogno,
le dita che sfiorano l’ombra come chi prega
un dio crudele e adorato...

Chi ti tocca oggi?
Non con le mani, ma con lo sguardo febbrile
di chi ha perso il gusto del peccato
e ne cerca il fantasma tra le rovine.

Le statue caste ti scrutano —
disprezzano il tuo abbandono,
il tuo seme che ride sotto l’edera,
la tua coda che sa di bosco e di voluttà.

Ma tu, figlio prediletto del caos,
sai che ogni vergogna è ipocrisia dei pavidi,
e che dormire come tu dormi
è tornare al grembo del Vino e del Sogno.

E quando il buio chiude le sale,
come una lingua nera sulle palpebre dei vivi,
tu ridi —
e nel tuo sorriso c’è il mistero
di tutti gli amori consumati nel silenzio,
di tutte le notti in cui
il desiderio è più nobile della legge,
più eterno del pudore.