Alfredo Ormando era un uomo siciliano, nato a San Cataldo nel 1958, scrittore autodidatta, omosessuale, cresciuto in un contesto culturale e religioso in cui l’identità personale non era mai un terreno neutro, ma un campo di battaglia. La sua storia non può essere raccontata separando la dimensione individuale da quella simbolica, perché la sua vita – e soprattutto la sua morte – si colloca esattamente nel punto di frizione tra corpo e dottrina, tra esperienza vissuta e potere morale, tra desiderio e colpa interiorizzata. È per questo che, a distanza di decenni, il suo nome continua a essere rimosso, ridotto a nota a margine, oppure evocato con imbarazzo.
Ormando non era un personaggio pubblico nel senso tradizionale. Non era un attivista noto, non aveva un ruolo istituzionale, non parlava da una posizione di potere. Scriveva. Leggeva. Cercava, come molti, una lingua per dire la propria verità. La sua omosessualità, vissuta in un contesto fortemente cattolico, non era per lui un semplice dato identitario, ma un nodo esistenziale che toccava ogni aspetto della sua vita: l’amore, la fede, la possibilità stessa di sentirsi legittimato a esistere. In questo senso, Alfredo Ormando è stato uno dei tanti, ma è diventato uno dei pochissimi a rendere visibile fino all’estremo il prezzo umano di una dottrina che separa l’essere dall’amare.
Il 13 gennaio 1998, Ormando si recò in Piazza San Pietro e si diede fuoco davanti alla Basilica. Il gesto fu immediatamente scioccante, ma venne altrettanto rapidamente neutralizzato sul piano simbolico. La narrazione dominante parlò di follia, di squilibrio, di disperazione privata. Tutto fu fatto per espellere quel corpo in fiamme dalla sfera politica e morale, per trasformarlo in un incidente, in una tragedia individuale senza responsabilità collettive. Eppure nulla, in quel gesto, era casuale. Né il luogo, né il momento, né le parole che lo avevano preceduto.
Ormando aveva scritto lettere, appunti, testi che spiegavano con chiarezza il senso della sua protesta. Non si trattava di un atto muto. Era un discorso portato al limite estremo del corpo. In quelle lettere parlava del dolore di crescere sentendosi “sbagliato”, non perché si fosse fatto del male a qualcuno, ma perché amava. Denunciava l’effetto devastante di una Chiesa che, pur proclamando l’amore universale, continuava a definire l’omosessualità come peccato, disordine, deviazione. Non attaccava genericamente la fede: attaccava una struttura di potere che, attraverso il linguaggio morale, produceva esclusione e sofferenza.
Uno degli aspetti più radicali delle sue parole sta proprio qui: Ormando non rivendicava una libertà astratta, ma la possibilità concreta di non odiarsi. Scriveva di come l’educazione cattolica lo avesse portato a interiorizzare una colpa permanente, una vergogna senza riscatto. Non chiedeva l’abolizione della fede, ma la fine di una violenza simbolica che trasformava l’amore in colpa e l’identità in condanna. Il suo gesto era, in questo senso, un atto di accusa diretto: non contro Dio, ma contro chi parlava in nome di Dio senza interrogarsi sulle conseguenze.
La scelta di Piazza San Pietro è centrale per comprendere la portata del suo atto. Non è una piazza qualunque: è il cuore simbolico del cattolicesimo globale, il luogo da cui si irradia un’autorità morale che attraversa confini, culture, legislazioni. Portare lì il proprio corpo, offrirlo allo sguardo del mondo nel modo più estremo, significava interrompere la distanza tra dottrina e carne, tra parole e vite. Era un modo per dire: guardate cosa produce ciò che insegnate. Guardate cosa succede quando l’amore viene dichiarato illegittimo.
Ormando non morì subito. Rimase in vita per alcuni giorni, ricoverato in ospedale, prima di spegnersi il 17 gennaio 1998. Anche questo tempo sospeso, tra vita e morte, è stato rimosso dalla memoria pubblica. In quei giorni non ci fu alcun segnale di apertura da parte delle istituzioni ecclesiastiche. Nessuna parola di assunzione di responsabilità, nessuna riflessione pubblica sul nesso tra dottrina e sofferenza. Prevalsero il silenzio e la prudenza, che in questo caso coincisero con una forma di negazione.
Negli anni successivi, la storia di Alfredo Ormando è stata sistematicamente marginalizzata. Non esiste una targa che ricordi il suo gesto nel luogo in cui avvenne. Non esiste un riconoscimento ufficiale. Il suo nome non compare nella narrazione istituzionale della Chiesa, né come vittima né come interlocutore. È come se la sua esistenza dovesse essere cancellata per evitare che la ferita resti aperta. Eppure, proprio questa rimozione è parte integrante del problema.
La memoria di Ormando è sopravvissuta soprattutto grazie al lavoro di attivisti, scrittori, studiosi, comunità LGBTQ+ che hanno rifiutato la lettura riduttiva del suo gesto come semplice suicidio. In questi contesti, Alfredo Ormando è stato riconosciuto come una figura tragica ma lucida, come qualcuno che ha trasformato la propria morte in un atto di denuncia contro una violenza strutturale. Non un martire da santificare, ma una coscienza scomoda da ascoltare.
Il dibattito sulla sua memoria è tutt’altro che chiuso. C’è chi sostiene che ricordarlo pubblicamente rischi di legittimare il suicidio come forma di protesta. Ma questa obiezione, apparentemente prudente, evita il nodo centrale: Ormando non è un esempio da imitare, è una domanda che resta senza risposta. Ricordarlo non significa dire “fate come lui”, ma chiedersi perché qualcuno sia arrivato a tanto. Significa interrogare le responsabilità di un sistema simbolico che produce vergogna, isolamento, autodistruzione.
La sua storia parla ancora al presente. Ogni volta che un adolescente LGBTQ+ cresce sentendosi incompatibile con la propria fede, ogni volta che una persona viene esclusa dai sacramenti o dal riconoscimento spirituale per ciò che ama, la ferita di Alfredo Ormando si riapre. Il problema non è il gesto estremo, ma il contesto che lo rende pensabile.
Alfredo Ormando non chiedeva monumenti, né celebrazioni. Chiedeva che nessun altro fosse costretto a scegliere tra Dio e sé stesso, tra l’amore e la salvezza, tra la verità del proprio corpo e l’appartenenza a una comunità. Il fatto che, a quasi trent’anni di distanza, il suo nome resti così difficile da pronunciare negli spazi ufficiali dice molto meno di lui e molto di più delle istituzioni che ancora oggi faticano a riconoscere le proprie vittime.
La sua è una memoria che brucia, perché non offre consolazione facile. Non si lascia trasformare in leggenda edificante. Non consente di archiviare il conflitto. È una memoria che obbliga a guardare il legame tra linguaggio e morte, tra morale e carne, tra potere e solitudine. Ed è proprio per questo che continua a fare paura. Perché ricordare Alfredo Ormando significa ammettere che le parole uccidono. E che non tutte le morti sono senza colpe.