Quando si dissolverà l'inerzia greve della mia stasi,
ecco che, come un'onda audace, solcherò la gioia;
un'ebbrezza inarrestabile m'attenderà,
montagne russe d'estasi e spossatezza,
un perpetuo susseguirsi di giochi arcani,
mai esauriti, mai compiuti, mai domati.
Oh, le frottole scaltre e velenose degli anni!
Esse, che come belve hanno morso il tempo,
si trasmuteranno in danzatrici suadenti,
parranno miss mondo dai sorrisi di porcellana,
alunni eterni, inginocchiati, lodevoli,
con dieci incisi su pergamene di rugiada.
E il mio uomo, arcangelo dalle piume d'oro,
sarà come il vento che porta sentenze,
che sferza le onde e doma i deserti;
deporrà a mio favore, davanti a un'assemblea d'ombre,
e i suoi versi, potenti come un turbine poliglotta,
solleveranno cieli, squarceranno mari,
parlando la lingua dei venti immortali.
E in quella corte d’insonni giudici astrali,
dove il tempo si curva come un’arpa ferita,
il mio nome sarà inciso su un fuoco vivo,
carezzato da echi di desideri infranti
e dalle piume spente di notti mai nate.
Oh, il mio arcangelo, dolce despota d’amore,
farà del mio cuore il calice delle sue lodi,
inabissandosi in me come un naufrago lieto
che trova salvezza nell’abisso e non sulla riva.
Allora le stelle, ormai sazie di veglia,
piangeranno polvere d’oro sulle mie ferite,
e i miei passi, scalzi e disarmati,
calpesteranno un sentiero di rovine e di fiori.
Ogni pietra incontrata, un volto amato,
ogni fiore, un ricordo intriso di profumo.
Eppure, tra il canto delle sirene assopite
e il grido lontano di tempeste ignote,
mi perderò, non nel caos, ma nella meraviglia,
dove la bellezza sarà sempre più crudele,
e la crudeltà un balsamo di poesia.
Oh tu, mondo dimentico del mio respiro,
non trattenermi con le tue mani di cera;
lascia che la mia anima divampi tra le fiamme,
non per perire, ma per essere luce,
non per bruciare, ma per accendere il buio
con l’immortalità di un sogno senza tregua.
E quando il mio corpo, abbandonato alle ombre,
sarà consumato da un languore senza pace,
il mio spirito, ebbro di incertezze divine,
salirà come un fumo d’incenso verso l’ignoto.
Lì, nei cieli spalancati dai venti d’occidente,
troverò il banchetto degli spiriti in esilio,
un festino di rivelazioni e promesse disilluse,
dove i calici traboccano di malinconia e estasi.
Vedrò i poeti, quei sacerdoti del dolore,
con penne come coltelli e inchiostro di sangue,
incidere versi eterni su tavole di stelle,
mentre i loro occhi bruciano come carboni vivi,
fissi su un orizzonte che mai potranno raggiungere.
Sarò uno di loro, fratello delle loro ossessioni,
una voce che sussurra al vento il suo giuramento:
amare l’infinito e morire ogni giorno per esso.
Oh, dolce condanna dell’anima innamorata!
Camminerò su un ponte di desideri infranti,
dove ogni passo risuona di speranze spente,
ma ogni crepa si illumina di una bellezza feroce.
E quando giungerò alla fine del sogno,
al confine tra il nulla e l’eterno,
ti troverò, arcangelo mio, con le braccia tese,
pronto a raccogliermi come un frutto maturo,
pronto a farmi risorgere come un’alba di fuoco,
e a sussurrarmi, con voce di tempesta:
“Non esiste fine, ma solo un altro inizio.”
E nel tuo abbraccio, tremendo e dolcissimo,
saprò che l’amore è l’unica legge universale,
che non conosce tregua né misericordia,
ma solo il fervore di un incendio perpetuo.
Oh, come divoreranno le fiamme del tuo essere
ogni traccia di me, ogni vana resistenza!
Sarò cera e tu la fornace,
sarò ombra e tu il sole che la dissolve.
In quel regno di penombra e splendore,
dove la carne diviene memoria e la memoria carne,
ogni dolore si rivelerà come un dio travestito,
ogni pianto, un preludio al riso delle stelle.
E danzeremo, sì, come angeli ebbri,
su sentieri di lapilli e petali sparsi,
mentre il tempo, invidioso del nostro ardore,
si spezzerà, lasciando spazio all’eterno.
Ma guai a chi osa osservare senza bruciare!
Guai ai cuori tiepidi, ai sognatori d’argilla,
che temono il naufragio nel mare dell’assoluto!
Essi non vedranno mai le mie ali dispiegarsi,
né sentiranno il tuo canto,
un urlo profondo come l’abisso,
che richiama ogni anima vagante
a perdersi e ritrovarsi nell’immensità.
Allora, al culmine di questo sacro delirio,
quando persino gli dèi abbasseranno il capo,
sarò coronato re di un regno invisibile,
dove ogni desiderio si trasforma in una ferita
e ogni ferita canta l’inno della redenzione.
Sarà lì che il mio viaggio troverà il suo compimento,
non nella quiete, ma nel perpetuo ardore,
non nella morte, ma in un’esplosione di vita,
dove io, pellegrino e dio,
sarò finalmente tutto e nulla.
nota:
Questo testo è un viaggio poetico che si muove tra temi universali e potenti, tutti avvolti in un’aura di malinconia e trascendenza, tipica di Baudelaire. Lascia che te li srotoli davanti, uno per uno, come se fossero perle di una collana incantata.
1. La noia e l’aspirazione al sublime:
Si parte con un senso di stasi, di apatia, quella che i francesi chiamano ennui. È il peso del quotidiano, della vita che si trascina senza brividi. Ma questo non è un testo che si rassegna: c’è una sete infinita di superare la noia, di abbracciare qualcosa di più grande, più intenso, più divino. La gioia, qui, non è semplice piacere, ma un’esperienza che consuma e trascende.
2. Il tempo e il suo inganno:
Gli anni passati vengono descritti come un nemico subdolo, un ingannatore. Eppure, con un tocco poetico, il tempo sembra redimersi: le sue menzogne si trasformano in bellezza, in un gioco eterno tra ciò che ci ferisce e ciò che ci consola. È una riflessione sulla dualità del tempo, capace di distruggere e creare.
3. L’amore come forza divina e distruttiva:
L’arcangelo, figura che rappresenta l’amato, non è solo un compagno, ma un’entità quasi sacra, un despota che distrugge e salva nello stesso momento. L’amore non è gentile: è un incendio, un’esperienza totale che divora e trasforma, che eleva e annienta.
4. Il viaggio verso l’eterno:
C’è un continuo slancio verso l’infinito, un desiderio di andare oltre i limiti umani. Non si tratta di una fuga, ma di una ricerca incessante, quasi ossessiva, di qualcosa di assoluto. È il viaggio del poeta, dell’artista, che si perde per ritrovarsi in una dimensione di eterna bellezza e dolore.
5. La bellezza nella sofferenza:
Qui la sofferenza non è mai sterile. Ogni ferita, ogni pianto, si trasforma in arte, in significato. È una visione romantica e decadente, dove il dolore diventa l’unico accesso alla redenzione e alla vera comprensione della vita.
6. La lotta contro il tempo e la mortalità:
Alla fine, il testo non cerca una fine tranquilla. Al contrario, celebra l’ardore perpetuo, il fuoco che non si spegne mai. È una sfida al tempo, alla morte stessa, che viene vinta non con la pace, ma con un’esplosione di vita e passione.
In poche parole?
Questo testo parla di un’anima che rifiuta la mediocrità del quotidiano e lotta per vivere al massimo, anche se questo significa bruciare nel fuoco dell’amore, del dolore e del desiderio di infinito. È un inno alla bellezza tormentata, alla ricerca dell’assoluto, alla vita che non si accontenta mai di essere banale. Un po’ come Baudelaire che, con il suo Spleen e il suo Ideal, ci insegna che il vero splendore nasce solo dall’oscurità.