venerdì 9 gennaio 2026

Tramortire l'amore (50 haiku)

Prefazione


Ci sono parole che non raccontano, ma incidono. Come lame, come pattini affilati su un lago ghiacciato dell’anima, tracciano traiettorie che non conducono alla salvezza, ma all’esattezza del dolore. Gli haiku che seguono nascono da un nocciolo incandescente di visione e rovina, da un testo che è già, di per sé, un poema frantumato: sangue invernale, strade mancine, pane stantio, amore come schiavitù e silenzio come vendetta.

È poesia che non consola, non chiama il lettore a una complicità sentimentale, ma lo sfida—lo pone al centro di un cerchio di ghiaccio dove ogni verso può diventare un uncino, ogni immagine un capestro. Eppure, in questa spietatezza, qualcosa fiorisce: la lucidità. La lingua si ritrae da ogni decoro, preferisce la cicatrice al sorriso, il graffio alla carezza, ma è proprio in questo rifiuto della bellezza addomesticata che trova la sua verità più feroce.

Questi cinquanta haiku sono altrettanti frammenti di una liturgia segreta, sezioni sottili e affilate di una sola materia: l’identità disossata e messa a nudo, il corpo che ricorda l’amore come un atto di crudeltà sublime, la memoria che si chiude in un lucchetto medievale e getta via la chiave. Ogni componimento è un sismografo dell’interiorità, misura impercettibile del cedimento e della resistenza, del crollo e della resurrezione abortita.

Il testo da cui tutto ha origine non è che una sorta di codice genetico, un compendio poetico che contiene in sé il trauma e la sua rappresentazione, la confessione e la negazione, il gesto e il suo riflesso. Le immagini si rincorrono come in una fuga musicale rotta: sangue, lame, graffi, uncini, pane muto e ferraglie ossidate parlano una lingua che non vuole commuovere ma scuotere, a volte stridere. È il canto amaro e lucidissimo di chi ha fatto i conti con la dolcezza e ha deciso di non perdonarla.

Il gelo che attraversa questi versi non è solo climatico, è esistenziale, affettivo, linguistico. È il ghiaccio su cui si danza con pattini fatti di memoria e ossessione, su cui si scivola per necessità, sapendo che la caduta non è un rischio ma un destino. E tuttavia, tra le righe, una strana fiamma rimane accesa: la volontà di nominare il dolore con esattezza, come se dire l’orrore potesse, in qualche modo, strapparlo al suo silenzio.

Leggere è camminare su questo ghiaccio. Chi ha il coraggio di attraversarlo, non sarà più lo stesso. Non perché avrà trovato risposte, ma perché si sarà fatto carico di un enigma: quello dell’identità ferita che si trasforma in lingua, quello della voce che non chiede salvezza, ma solo il diritto di esistere nella sua forma più nuda e definitiva.



Ecco 50 haiku differenti ispirati al tuo testo, ognuno con struttura classica (5-7-5 sillabe) o con leggere variazioni poetiche. Ogni haiku è un frammento che distilla una visione o un'immagine dal magma lirico che hai scritto, trasformando il tuo testo in una costellazione di piccoli mondi:


1
Sangue invernale
affila l'assenza muta,
ghiaccio graffiato.

2
Schiuma di lame,
pattini su vene nude—
amore incatenato.

3
Strade mancine,
tornano in sogno i mattatoi—
viltà tramortita.

4
Indici ganciati
senza pietà né ritorno—
unghie sul cuore.

5
Vile definito,
sei stato il mio carnefice—
luce rovesciata.

6
Non sono più io,
da quando il sangue è lama—
ghiaccio sul petto.

7
Nessuna gioia
spezza l'inferno muto—
eco di catene.

8
Pane stantio,
ferraglia nelle mani—
volto prigioniero.

9
Arguto il tempo
nel disattivare il noi—
lucchetti spenti.

10
Medievale
l’eco della tua voce—
sospeso al chiodo.

11
Tramonta l’odio,
ma il sangue è ancora freddo—
artigli d’acciaio.

12
Strade contorte,
viltà in corsivo eterno—
mani in preghiera.

13
La schiavitù
dell’amore più cieco—
ghiaccio nel petto.

14
Indici vili
puntano verso il cielo—
nulla si muove.

15
Pane dei giorni,
con ruggine nel cuore—
denti d’assenza.

16
Encomio spento,
la tua voce un sigillo—
spalancato il gelo.

17
Sono e non sono,
dentro e fuori dal tempo—
ghiaccio che scrive.

18
Amore cieco
si strappa dalla pelle—
vetro sulla gola.

19
Ganci nel fianco,
la città è un labirinto—
nessun ritorno.

20
Mattatoio,
dove ridevi nudo—
ora taci.

21
Tramortita
la tua viltà sussurra—
polvere rossa.

22
Ghiaccio e catene,
affilato il ricordo—
nessun abbraccio.

23
Sangue d’inverno
scrive la biografia—
di chi fu carne.

24
Gli uncini gridano
sotto la tua pelle—
fragile preda.

25
Ruggine e fame,
il pane è solo eco—
addio sbriciolato.

26
Il gelo piange
graffi d’amore andato—
pattini spenti.

27
Definitivo
è il tuo nome assente—
luce che gela.

28
Strade storte,
cammino a rovescio—
spine nei polsi.

29
Schiavitù d’oro,
la tua voce incide—
ghiaccio sul cuore.

30
Indice vile,
punti verso nessuno—
sei meccanico.

31
Amore? No,
è il gelo che m’invade—
mattatoio.

32
I lucchetti
chiudono la memoria—
medievale.

33
Pane di ieri,
le ferraglie mormorano—
giuro: mai più.

34
Tramortita
la viltà si risveglia—
col tuo odore.

35
Il sangue canta
una ninnananna fredda—
ghiaccio sul fiato.

36
Indici rotti,
puntano verso il nulla—
sei rimpianto.

37
Dove sei andato?
Nel graffio il tuo silenzio—
pattini sparsi.

38
Amore spento,
tra un uncino e un abbraccio—
resta il gelo.

39
Sangue sul ghiaccio,
scrivo la mia fine—
pelle tagliata.

40
Nessuna gioia
umilia l’inferno—
è solo tuo.

41
Lame nel pane,
cenere di memoria—
troppo sottile.

42
Sono chi tace,
da quando tu mi chiami—
con un dolore.

43
Medievali
i miei pensieri chiusi—
senza chiave.

44
Encomio acido,
elogio della viltà—
ti disattivo.

45
Pane e silenzio,
lame tra le labbra—
parole morte.

46
Ghiaccio s’incrina,
il cuore batte piano—
vecchia sentenza.

47
I tuoi pattini
sulla mia schiena curva—
graffi d’addio.

48
Tramortito,
perso nelle tue dita—
viltà che ama.

49
Indici fermi,
mi puntano da anni—
luce obliqua.

50
Nella mia neve
i tuoi passi scolpiti—
gabbia d’amore.