La domanda, nel suo tono beffardo, potrebbe sembrare partorita da un cabaret anni ’40. E in effetti lo fu. I soldati britannici la cantavano nei cessi da campo, tra una sigaretta e una granata, in quella strofetta che diceva: “Hitler has only got one ball / the other is in the Albert Hall…” — un verso che non si dimentica facilmente. Eppure, ottant’anni dopo il suicidio del Führer nel bunker di Berlino, la questione si ripresenta con insistenza quasi scientifica, tra rapporti anatomici riesumati, memoriali di dubbia attendibilità e nuove pubblicazioni che promettono “sconvolgenti rivelazioni” sull’apparato genitale del dittatore. Ridicolo? Forse. Ma sintomatico di una pulsione culturale più profonda, e forse più inquietante, che attraversa la memoria collettiva dell’Europa: la necessità di “spiegare” il Male attraverso il corpo. Di ridurlo, letteralmente, a carne. Meglio se imperfetta.
Uno degli ultimi esempi di questa ossessione è I testicoli di Hitler. Segreti e perversioni nella camera da letto del Führer, uscito per Mimesis nel 2019, firmato da Alain Libert e Victor Drossart. Il titolo, che già di per sé ha la potenza di una vignetta, raccoglie con zelo semi-medico una lista vertiginosa di anomalie: dal presunto monorchidismo (cioè la presenza di un solo testicolo) al “micropene”, dalle perversioni coprofile alle abitudini farmacologiche del Führer, che secondo i documenti assunti negli anni della guerra includevano dosi quotidiane di stricnina, cocaina e metanfetamine somministrate dal suo medico personale, il dottor Theodor Morell. Non manca una disamina delle disfunzioni gastrointestinali, in particolare una flatulenza incontrollabile che lo perseguitava nei momenti pubblici, tanto da costringerlo a curarsi con un cocktail di antisettici intestinali dal nome sinistro: Mutaflor, Bismogenol, Dr. Koester’s Anti-Gas Pills.
Ma Libert e Drossart non sono soli. Il filone ha una lunga genealogia. Lo storico tedesco Peter Fleischmann, in Hitler come prigioniero a Landsberg am Lech, 1923/24, ha portato alla luce un documento medico finora poco noto: un referto redatto durante la prigionia di Hitler in seguito al fallito Putsch di Monaco, che attesta un caso di criptorchidismo, ovvero un testicolo non disceso. Si tratta di una sottigliezza clinica non da poco: l’equivoco tra criptorchidismo e monorchidismo è uno degli equivoci più longevi e maliziosi della storiografia del corpo del dittatore. Ma al di là dell’anomalia reale o presunta, ciò che sorprende è la perseveranza con cui questi dettagli vengono recuperati, sezionati, amplificati.
Nel gennaio 2025, anche Helga Schneider — nota per Il rogo di Berlino — è tornata sulla scena con Hitler. Mai prima di mezzogiorno, un libro a metà tra memoir, affabulazione e diario dell’orrore. Schneider, che da bambina incontrò davvero Hitler nel bunker, ricostruisce quell’esperienza con una precisione minuziosa, quasi da quadro fiammingo: l’alito stantio, le mani tremanti, il respiro corto, la voce afona. Hitler le appare come un uomo già mezzo morto, disfatto, in bilico tra la farsa e la tragedia. Ma non manca di notare dettagli più corporei, come l’odore di medicina e la postura innaturale. È un testo che, più che confermare o smentire teorie, restituisce con forza la decadenza psico-fisica del Führer, la sua miseria umana, e in fondo il suo essere “piccolo”, nel senso più letterale e più inquietante del termine.
Tutto questo ci conduce a un paradosso. L’interesse per il corpo di Hitler non è un’esclusiva dei biografi scandalistici. Da decenni anche la cultura popolare — soprattutto satirica e cinematografica — si nutre di questa ossessione. Si pensi alla lunga tradizione parodistica che da The Great Dictator di Chaplin (1940) a La caduta (2004) ha costantemente messo a nudo, in senso psicologico e talvolta fisico, la figura del dittatore. Chaplin lo ridicolizza con i globi e i baffi tremanti, Bruno Ganz lo umanizza al punto da farci quasi dimenticare che stiamo guardando un genocida. Ma è con le infinite parodie virali del celebre “meme della furia” tratto da La caduta che Hitler diventa davvero corpo collettivo: tutti possiamo farlo urlare, indignare, blaterare su problemi triviali. Lo sfiguramento digitale del Führer è forse la vera “autopsia” contemporanea, la dissezione satirica di una potenza che non fa più paura, ma solo rumore.
Non mancano nemmeno le elaborazioni più cupe. In L’ultima tentazione di Hitler di J.G. Ballard, racconto distopico e viscerale, il corpo del dittatore diventa oggetto di una specie di culto necrofilo. Nel teatro, Sarah Kane e Heiner Müller hanno intuito la dimensione performativa del male, esplorando il corpo del potere come corpo smembrato, esposto, rovesciato. Anche il cinema underground — da Kenneth Anger a Bruce LaBruce — ha flirtato con l’erotismo perverso dell’estetica nazista, suggerendo una verità scomoda: che una parte dell’Occidente ha sempre provato una sorta di attrazione, anche se solo simbolica, per l’incarnazione del potere assoluto.
Eppure, in fondo, tutto questo dice più di noi che di lui. Che Hitler fosse disturbato, probabilmente sì. Che il suo corpo fosse minato da patologie e nevrosi, quasi certo. Ma questa nevrosi collettiva che ci porta a ispezionare le sue gonadi, a misurarne i rutti, a ipotizzarne la sessualità repressa, cosa racconta del nostro bisogno di semplificare? Di trasformare un abisso ideologico in una patologia individuale? Di ridurre Auschwitz a una crisi intestinale?
Non erano i suoi testicoli, né le sue medicine, a fare il nazismo. Ma milioni di uomini e donne consenzienti, un’ideologia letale, un sistema mediatico perfettamente funzionante. E forse è per questo che il corpo di Hitler continua a essere setacciato, deriso, umiliato: perché non riusciamo a guardare in faccia ciò che lo ha reso possibile. Perché è più facile ridere dei suoi gas che fare i conti coi nostri.