martedì 20 gennaio 2026

"Il Bacio di Giuda" (1819)

Roma, 1819. Ignazio Jacometti nasce in una città che è un crocevia di storia e bellezza, dove il passato convive con l’ansia del nuovo, e ogni strada è una lezione di arte e di vita. Passeggiando tra piazze e chiese, tra statue antiche e affreschi sacri, il giovane Jacometti assorbe più di quanto potrebbero insegnargli i libri: la perfezione del corpo, l’armonia delle proporzioni, la capacità dell’arte di parlare senza parole. La Roma del suo tempo è viva, spesso caotica, eppure pregna di un silenzio che permette all’occhio attento di cogliere ogni dettaglio. È qui che il futuro scultore impara a guardare, a percepire, a sentire che il marmo non è solo pietra: è carne, è anima, è memoria.

Gli studi lo conducono nelle migliori scuole della città, dove il Neoclassicismo regna sovrano con la sua attenzione alle proporzioni e alla purezza dei volumi. Ma Jacometti non si accontenta di riprodurre modelli già visti: sente il Romanticismo nascente che ribolle sotto la superficie, quella capacità di mettere in scena emozione, dramma e tensione psicologica. Nei suoi bozzetti compare già qualcosa di raro: un desiderio di raccontare la storia non come cronaca, ma come esperienza vissuta, dove ogni piega del panneggio, ogni inclinazione della testa, ogni sguardo rivela un mondo interiore. Stabilitosi nel 1850 in piazza Barberini, il suo studio diventa presto un crocevia di artisti, critici e committenti, luogo di scambio e confronto tra tradizione e innovazione, dove l’arte scultorea si misura con il pubblico e con la devozione.

Tra queste opere nasce “Il Bacio di Giuda”. Non è frutto di una commissione: nasce dalla volontà di affrontare un tema rarissimo e delicato, il tradimento, l’istante in cui l’uomo consegna l’altro al suo destino. Jacometti lo osserva, lo sente vibrare nella mente prima ancora di intaccare il marmo. Tommaso Minardi vede il bozzetto e comprende immediatamente che c’è qualcosa di insolito: non è semplice narrazione evangelica, ma indagine sull’animo umano, sul peso della scelta, sulla responsabilità che lacera e trasforma. Cristo accoglie il bacio con rassegnazione, sereno nella consapevolezza del dolore; Giuda è sospeso, lacerato tra volontà e destino, tra impulso e colpa. L’istante è congelato, eppure brilla di vita propria, come se il marmo respirasse insieme ai due protagonisti.

Jacometti lavora con ossessione su ogni dettaglio: i panneggi sembrano vibrare, le mani si sfiorano senza toccarsi, gli sguardi raccontano una gamma infinita di emozioni. Lo spettatore non osserva passivamente: entra nella scena, sente il brivido della tensione morale, percepisce fragilità e forza dei personaggi, partecipa al dramma senza bisogno di parole. Il marmo diventa specchio dell’anima, strumento di introspezione, finestra sul conflitto interiore che ciascuno porta con sé.

Nel 1852, Papa Pio IX visita lo studio e resta affascinato. Non è solo ammirazione estetica: percepisce il significato morale, la capacità dell’opera di parlare al cuore e alla coscienza. Decide di acquistare il gruppo per la Scala Santa, e il 6 dicembre 1855 l’opera trova la sua collocazione definitiva, in un luogo dove ogni gesto e ogni sguardo diventano preghiera visiva. Gaetano Moroni annota che nessuno aveva finora espresso in marmo un episodio così terribile e intimamente umano: Jacometti lo fa, e lo fa con sensibilità che supera la tecnica stessa. Il Bacio di Giuda diventa così non solo capolavoro artistico, ma esperienza emotiva e spirituale, luogo di meditazione sul peccato, sul perdono e sul destino dell’uomo.

Il successo dell’opera apre la strada a “Ecce Homo”, collocato accanto al primo gruppo. Qui la sofferenza è subita, non scelta: Cristo, flagellato e incoronato di spine, viene presentato alla folla con dignità e umanità. L’accostamento non è casuale: il tradimento e la sofferenza, la scelta e la vulnerabilità, dialogano, creando un percorso meditativo per lo spettatore. Jacometti sembra suggerire che la vita sia tessuta di momenti di responsabilità e di dolore, e che l’arte possa renderli visibili, tangibili, quasi respirabili.

Oggi, “Il Bacio di Giuda” non è solo un capolavoro dell’Ottocento: è esperienza viva, marmo che parla, anima che vibra. Ogni piega, ogni mano, ogni volto ci ricorda che l’arte non è mai neutra: racconta, interroga, scuote. Jacometti dimostra che la scultura può trasformarsi in introspezione, ponte tra storia, psicologia e spiritualità. La pietra diventa viva, fragile e umana, e il visitatore diventa parte della scena, testimone di colpa, perdono, tensione e redenzione. In questo senso, Jacometti non è solo scultore, ma narratore, filosofo, esploratore dell’animo umano: e il suo Bacio di Giuda resta, a più di un secolo e mezzo di distanza, un’esperienza che commuove, provoca e ispira.