venerdì 2 gennaio 2026

Pacifismo che non decide: la resa culturale della sinistra europea

C’è una guerra in corso in Europa, ma una parte consistente della sinistra continua a comportarsi come se il problema principale fosse il lessico con cui parlarne. Ogni parola è sospetta, ogni posizione rischiosa, ogni scelta potenzialmente compromettente. Il risultato è un discorso che gira su se stesso, incapace di produrre una linea politica riconoscibile. Non siamo davanti a una crisi di valori, ma a qualcosa di più grave: una crisi di decisione.

La guerra in Ucraina ha funzionato come una prova di realtà brutale. Ha imposto a tutti gli attori politici una domanda elementare: cosa fare quando un paese viene invaso e chiede sostegno? Per la sinistra, questa domanda si è rivelata particolarmente destabilizzante. Non perché manchino gli strumenti analitici, ma perché manca la disponibilità ad assumersi il peso delle conseguenze. La guerra, più che dividere, ha smascherato una tendenza già presente: l’abitudine a sostituire la politica con il commento.

Condannare l’aggressione russa è stato relativamente facile. Molto più difficile è stato andare oltre la dichiarazione di principio. Perché subito dopo si è aperto un vuoto. Come sostenere l’Ucraina senza sentirsi arruolati in una logica di blocco? Come difendere il diritto all’autodeterminazione senza accettare l’idea che la forza, in certi contesti, diventi inevitabile? Come criticare l’Occidente senza trasformare quella critica in un’attenuante per l’aggressore? Su questi nodi, la sinistra ha preferito rallentare, sospendere, rinviare.

Nel frattempo, il conflitto procedeva. Le città venivano bombardate, le linee del fronte si spostavano, la guerra entrava nella sua fase lunga e logorante. Ma il discorso pubblico di una parte della sinistra rimaneva inchiodato a un piano astratto. Si invocava la pace come se fosse una formula autosufficiente. Si parlava di negoziati senza dire tra chi, quando, su quali basi. Si denunciava il riarmo senza spiegare come un paese aggredito dovrebbe difendersi in assenza di alternative concrete.

Questo scarto tra la gravità degli eventi e la debolezza delle risposte non è casuale. È il prodotto di una lunga rimozione. Negli ultimi decenni, la sinistra europea ha progressivamente delegato la questione della sicurezza ad altri, considerandola un tema “sporco”, incompatibile con il proprio orizzonte etico. La fine della Guerra fredda aveva alimentato l’illusione che la forza militare fosse un residuo del passato, qualcosa da archiviare insieme alle grandi narrazioni del Novecento. La guerra in Ucraina ha demolito questa illusione, ma senza che ne seguisse una rielaborazione adeguata.

Il risultato è una postura difensiva, spesso mascherata da radicalità. Si elencano le colpe dell’Occidente – reali, storicamente documentate – come se questo bastasse a esaurire il discorso. Si parla di NATO più che di Ucraina, di Stati Uniti più che di Kiev, spostando continuamente il baricentro dell’attenzione. Non si tratta di errori in sé: il problema è l’uso che se ne fa. La critica sistemica diventa un modo per non entrare nel merito della situazione concreta, per evitare di dire cosa si farebbe qui e ora.

Così la sinistra finisce per apparire come una forza che reagisce sempre in negativo. Contro la guerra, contro le armi, contro l’escalation, contro i blocchi. Tutto legittimo. Ma la politica non si costruisce solo con i “contro”. Senza una proposta positiva, senza una visione praticabile, il rifiuto rischia di trasformarsi in irrilevanza. E l’irrilevanza, in politica internazionale, non è neutralità: è assenza di influenza.

La difficoltà maggiore emerge proprio quando si tocca il tema della difesa. Una parte della sinistra sembra incapace di distinguere tra il riconoscimento del diritto alla difesa e l’adesione a una cultura bellicista. Come se ogni forma di sostegno militare fosse automaticamente una celebrazione della guerra. Questa confusione produce un cortocircuito: si riconosce l’ingiustizia dell’aggressione, ma si rifiutano gli strumenti che potrebbero limitarne gli effetti. Si solidarizza con le vittime, ma si esita davanti alle condizioni materiali della loro sopravvivenza.

In questo modo, la parola “pace” rischia di diventare un guscio vuoto. Una parola che consola chi la pronuncia, ma non cambia il corso degli eventi. La pace, nella storia, non è mai stata un dono spontaneo: è sempre stata il risultato di rapporti di forza, di mediazioni complesse, talvolta di deterrenza. Ignorare questo dato non rende più puri, ma più deboli. E una sinistra debole non è una sinistra più giusta, ma semplicemente una sinistra che rinuncia a incidere.

Il paradosso è che proprio nel momento in cui il mondo avrebbe bisogno di una forza capace di tenere insieme critica dell’imperialismo, difesa dei diritti e costruzione di un ordine internazionale più equo, la sinistra appare ripiegata su una posizione di attesa. Come se il compito principale fosse non sbagliare, piuttosto che provare a cambiare le cose. Ma la politica non è un esercizio di immunità morale. È un terreno di scelte imperfette, di rischi calcolati, di responsabilità assunte.

La guerra in Ucraina non chiede alla sinistra di rinnegare se stessa. Chiede, semmai, di tornare a essere ciò che dice di essere: una forza capace di stare dalla parte dei più deboli senza smettere di pensare in termini strategici. Una forza che non confonde la complessità con l’indecisione, né la critica con la fuga. Una forza che accetta il conflitto come dato della realtà, senza per questo glorificarlo.

Se la sinistra non riuscirà a fare questo passaggio, continuerà a parlare molto e a incidere poco. Continuerà a occupare lo spazio del commento mentre altri occupano quello delle decisioni. E in un mondo attraversato da guerre, crisi e rotture sistemiche, questa scelta ha un nome preciso: autoesclusione.