sabato 31 gennaio 2026

La finzione dell’immortalità: come la morte ci insegna


Crediamo di essere immortali non perché siamo sciocchi, né perché ignoriamo la realtà biologica della morte, ma perché non potremmo reggere il peso della coscienza senza una finzione protettiva. L’idea della fine, se fosse costantemente presente nella sua interezza, sarebbe un acido capace di sciogliere ogni gesto, ogni progetto, ogni desiderio prima ancora che prenda forma. Vivere sapendo davvero, in ogni istante, che tutto finirà — non come concetto astratto, ma come evidenza incarnata — sarebbe insostenibile. Sarebbe come camminare fissando il vuoto sotto i piedi, passo dopo passo, senza mai poter sollevare lo sguardo. E invece noi lo solleviamo, continuamente. Lo distogliamo. Lo riempiamo di immagini, di obiettivi, di narrazioni, di speranze, di rimandi. Non per vigliaccheria, ma per necessità vitale.

Questa presunzione di immortalità non è un’idea filosofica formulata con chiarezza: è una postura esistenziale, un’abitudine profonda, una sorta di automatismo psichico che struttura il nostro rapporto con il tempo. È il modo in cui organizziamo le giornate come se ce ne fosse sempre un’altra pronta ad arrivare. È il rinvio costante: lo farò domani, lo dirò più avanti, cambierò quando sarà il momento giusto, amerò meglio quando sarò più sicuro di me, scriverò davvero quando avrò più tempo. È la convinzione tacita che il futuro ci spetti per diritto naturale. Anche quando diciamo “la vita è breve”, continuiamo ad agire come se fosse lunga. Anche quando proclamiamo la precarietà di tutto, ci comportiamo come se alcune cose fossero garantite. In questo scarto tra ciò che sappiamo e ciò che viviamo si annida una parte decisiva della nostra vitalità.

Perché la verità è brutale e semplice: la coscienza pienamente abitata della morte paralizzerebbe ogni gesto. Ogni scelta apparirebbe inutile, ogni sforzo sproporzionato, ogni ambizione quasi ridicola rispetto alla fine certa. Perché impegnarsi, perché lottare, perché amare, se tutto è destinato a dissolversi? È una domanda che ritorna ossessivamente nella storia del pensiero, ma che nella vita quotidiana viene sistematicamente neutralizzata. E non per superficialità, ma per sopravvivenza. Se dovessimo affrontarla in modo radicale a ogni risveglio, non riusciremmo ad alzarci dal letto.

E invece ci alziamo. Scegliamo. Ci ostiniamo. Firmiamo contratti, facciamo promesse, generiamo figli, scriviamo libri, piantiamo alberi. Costruiamo case come se dovessero durare, accumuliamo oggetti come se il tempo fosse un magazzino infinito, scriviamo come se qualcuno leggerà quando non ci saremo più. Amiamo come se l’amore potesse sospendere il tempo, come se bastasse un corpo a fermare la morte. Questa non è ingenuità: è una forma di intelligenza biologica e simbolica. La vita, per continuare, deve mentire a se stessa. Deve velare la propria fine, altrimenti non potrebbe espandersi.

È in questo senso che l’illusione di immortalità non è un difetto, ma una funzione. Non ci rende ciechi, ma operativi. Ci consente di investire senso in ciò che facciamo. Senza di essa non esisterebbe nemmeno la responsabilità, paradossalmente. Perché prendersi cura di qualcosa se tutto finisse subito? Perché educare, tramandare, conservare, proteggere? Perché impegnarsi in una relazione, in una comunità, in un progetto politico o artistico, se il tempo fosse percepito come una linea brevissima destinata a spezzarsi da un momento all’altro? La cultura nasce proprio da questa scommessa implicita contro la fine. Ogni atto culturale è una dichiarazione non detta: io non accetto che tutto finisca qui. O almeno: non accetto di viverlo come se fosse già finito.

Eppure — ed è qui che il discorso si complica, si approfondisce, si fa davvero umano — diventiamo davvero vivi solo quando questa finzione si incrina. Quando la morte smette di essere un concetto e diventa un’esperienza. Un corpo che si spegne davanti a noi. Una diagnosi che interrompe la continuità del tempo. Un addio che non prevede ritorno. O anche qualcosa di meno eclatante ma altrettanto destabilizzante: la percezione improvvisa di non essere più giovani, di non essere più al centro, di non avere più tutto il tempo davanti. In quei momenti la vita cambia densità. Smette di essere una sequenza automatica di gesti e diventa urgenza. Ogni parola pesa. Ogni scelta espone. Ogni rinvio diventa sospetto.

È allora che scopriamo qualcosa di perturbante: che la vita, senza il suo contrario, non vibra davvero. La morte non è solo la fine della vita; è ciò che le conferisce spessore, intensità, rilievo. È l’ombra che dà profondità alla luce. Senza di essa tutto sarebbe piatto, indifferente, intercambiabile. Non a caso le grandi intensità — l’amore, il desiderio, la creazione artistica — nascono sempre in prossimità del limite. L’eros non è mai separato dalla paura della perdita. Il piacere porta in sé una vertigine che assomiglia a una caduta. L’orgasmo è stato pensato, non a caso, come una “piccola morte”. Persino la bellezza è inseparabile dalla sua fragilità: ci commuove perché sappiamo che non durerà.

La morte non è semplicemente ciò che ci toglie la vita: è ciò che la rende percepibile. Finché il tempo sembra infinito, tutto è rimandabile, tutto è sostituibile. Quando il tempo si restringe, ogni istante acquista valore. È per questo che spesso, nei momenti di crisi, si prova una sensazione paradossale di intensificazione dell’esistenza. Si soffre di più, ma si sente anche di più. Il dolore e la lucidità vanno spesso insieme. La finitezza, quando viene riconosciuta, non spegne necessariamente la vita: la accende.

Questa oscillazione continua tra rimozione e rivelazione è il nostro vero habitat. Viviamo come se fossimo immortali, ma sentiamo di essere mortali. E questa tensione ci tiene in movimento. Se fossimo solo immortali, saremmo eternamente distratti, eternamente superficiali, eternamente rimandanti. Se fossimo solo mortali, pienamente consapevoli della fine in ogni istante, saremmo immobili, schiacciati dal peso dell’evidenza. Invece siamo sospesi. E nella sospensione accade la vita.

C’è qualcosa di profondamente ironico — e insieme commovente — in tutto questo. Ci affanniamo, ci prendiamo sul serio, litighiamo, ci innamoriamo, soffriamo, come se fossimo indispensabili all’universo. E forse lo siamo, ma solo per un istante minuscolo, quasi impercettibile su scala cosmica. Eppure quell’istante, vissuto come se fosse eterno, è tutto ciò che abbiamo. La nostra grandezza sta proprio in questa sproporzione: creature finite che si comportano come infinite, esseri destinati a scomparire che producono senso come se dovesse restare.

Anche la memoria nasce da qui. Dal tentativo di sottrarre qualcosa alla dissoluzione. Ricordare non è solo un atto affettivo, ma una forma di resistenza. Così come scrivere, creare, testimoniare. Ogni opera è un gesto contro il tempo, anche quando finge di ignorarlo. Anche quando proclama il nulla, il vuoto, l’assurdo. Persino il nichilismo è, in fondo, una risposta alla morte: un modo per guardarla senza soccombere del tutto.

E allora sì: crediamo di essere immortali, e questa stranezza ci rende vivi. Ma non perché ci protegga davvero dalla morte — non lo fa, e non potrebbe — bensì perché ci consente di abitare il tempo senza esserne schiacciati. Viviamo nella finzione, sentiamo nella verità. Ci muoviamo tra queste due polarità, come funamboli senza rete, sostenuti solo dalla necessità di andare avanti.

In quello spazio instabile, fragile, luminoso e crudele insieme, nascono l’arte, l’amore, il pensiero, la politica, la cura, la speranza. Non sono negazioni della morte, ma risposte. Non sono prove di immortalità, ma tentativi di senso. E forse è proprio questo il punto più alto dell’esperienza umana: non vincere la morte, non ignorarla del tutto, ma continuare a vivere come se la vita valesse comunque la pena, anche sapendo che finirà.
Non è poco. Non è affatto poco, per esseri destinati a finire.

Nessun commento:

Posta un commento