C’è sempre un momento, nella storia della musica e dei desideri, in cui qualcuno canta prima che esistano le parole per ascoltarlo davvero. Canta quando il mondo non è pronto, quando le radio hanno paura, quando i critici abbassano lo sguardo, quando le etichette si fanno improvvisamente più caute delle coscienze. Canta in anticipo, come una voce mandata avanti a esplorare un territorio che gli altri fingono ancora non esista. Michael Cohen appartiene a questa schiera di esploratori silenziosi: quelli che aprono una strada e poi spariscono, lasciandola dietro di sé, percorribile per chi verrà dopo, ma senza che quasi nessuno si ricordi chi l’aveva tracciata per primo.
Nel 1973, quando pubblica il suo album d’esordio, l’aria è ancora satura di tabù, anche se la controcultura sembra aver detto tutto e il contrario di tutto. Woodstock è già un ricordo mitizzato, il sogno hippie si sta lentamente disfacendo, le città americane sono un crocevia di rabbia, di sogni infranti, di rivoluzioni private che cercano spazio tra le crepe della politica. In questo scenario, Cohen non sceglie la rabbia, non sceglie lo slogan, non sceglie l’estetica della provocazione. Sceglie qualcosa che, in fondo, è molto più destabilizzante: la sincerità nuda.
Il titolo del disco non lascia scampo a equivoci: “What Did You Expect: Songs about the Experiences of Being Gay”. Nessuna metafora, nessun travestimento lirico, nessun «io» che si nasconde dietro figure di stile. È un titolo che sembra quasi una sfida lanciata direttamente all’ascoltatore, come se ogni possibile obiezione fosse già prevista e neutralizzata in anticipo: che cosa ti aspettavi, se non questo? Raccontare cosa significa essere gay. E raccontarlo non dall’alto di un pulpito ideologico, ma dalla fragilità quotidiana delle relazioni, delle paure, dei desideri che cercano un posto nel mondo.
Che un disco così esca per un’etichetta storica come Folkways è un dettaglio tutt’altro che secondario. Folkways è il tempio della memoria, del folk, delle radici, dell’America che si racconta attraverso le sue voci laterali, le sue minoranze, le sue pieghe più appartate. Pubblicare lì un album esplicitamente gay significa iscrivere quell’esperienza dentro una tradizione, non relegarla a un margine trasgressivo, non trattarla come un’eccezione folkloristica. Significa dire, senza proclami, che anche questa vita, questi amori, questa paura e questa gioia fanno parte del racconto collettivo.
Le nove canzoni del disco non urlano, non scandalizzano, non giocano a essere scandalose. Sono ballate intime, confessioni spesso sussurrate, racconti di coming out che non hanno niente dell’epifania trionfale, ma molto della ferita che cerca di rimarginarsi. L’innamoramento non è mai esibito come trofeo, piuttosto come rischio: il rischio di perdere ciò che si è, di essere rifiutati, di restare soli. L’amante appare come una figura luminosa e subito vulnerabile, sempre sull’orlo della scomparsa. Il desiderio non è un diritto conquistato, ma una possibilità da difendere con tutte le proprie fragilità.
In mezzo a questo percorso, quasi come a tessere un filo sotterraneo tra due poetiche lontane e affini, compare una cover di Leonard Cohen. Nessuna parentela, se non quella, più segreta, della malinconia che si fa forma. È come se Michael Cohen trovasse in quelle parole già scritte una fraternità a distanza, un modo per dire: non sono solo, anche se canto una solitudine che nessuno sembra voler ascoltare.
Delle sue condizioni materiali sappiamo pochissimo, e quel poco arriva direttamente dalle note di copertina: vive a New York, fa il tassista, frequenta la scena artistica dei primi anni Settanta. È un profilo quasi cinematografico, nella sua semplicità: un uomo che attraversa la città di notte, raccoglie vite altrui tra un semaforo e l’altro, e poi torna a casa a cantare la propria. Una biografia che sembra scritta apposta per restare sospesa, come se l’essenziale fosse già tutto lì, e il resto potesse perdersi senza lasciare traccia.
Dopo il primo album, ne arrivano altri due. “Some Of Us Had To Live” continua, con coerenza quasi ostinata, quel discorso intimo sulla sopravvivenza emotiva. Il terzo esce per un’etichetta minore, e già questo è un segnale: le onde del mercato non hanno sposato quella voce, non l’hanno trasformata in un fenomeno, non l’hanno addomesticata in un prodotto. Poi, quasi all’improvviso, il silenzio. Michael Cohen smette di essere un nome, diventa un’ombra d’archivio, una traccia per collezionisti, una copertina che circola tra pochi appassionati. Quando muore, nel 1997, la notizia non fa rumore. Nessun revival, nessuna riscoperta clamorosa, nessun culto postumo immediato.
Eppure la musica, riascoltata oggi, non suona affatto come un fossile. È pulita, asciutta, sorprendentemente ben prodotta. La voce ha una morbidezza che si deposita nell’ascolto senza chiedere attenzione forzata. Il timbro può ricordare quello di Jim Croce, ma senza l’elemento epico, senza la voglia di raccontare grandi parabole. Qui la parabola è sempre minuscola: uno sguardo, una porta che si chiude, una mano che si sfila da un’altra.
Ciò che colpisce, soprattutto, è l’assenza totale di teatralità nel senso scandalistico del termine. Non c’è l’ostentazione dell’identità, non c’è la provocazione come gesto estetico. C’è piuttosto una nudità emotiva che oggi appare quasi disarmante, abituati come siamo a un’esposizione costante, a un narcisismo che spesso si maschera da libertà. Michael Cohen non usa la sua presenza come arma: la offre come fatto. E questo, paradossalmente, è molto più sovversivo.
Il suo essere stato ampiamente dimenticato dice qualcosa di scomodo sulla memoria culturale. Tendiamo a ricordare chi ha avuto successo, chi ha lasciato un segno visibile, chi è diventato simbolo. Fatichiamo a ricordare chi ha semplicemente detto la verità troppo presto, senza che ci fosse ancora un pubblico pronto a trasformarla in mito. Ma la storia dei diritti, dei desideri, delle libertà non è fatta solo di figure iconiche. È fatta anche di voci che non hanno avuto l’eco che meritavano e che proprio per questo restano, oggi, così pure nella loro intenzione.
Riascoltare Michael Cohen significa quindi fare un gesto doppio. Da un lato è un atto di riparazione: rimettere in circolazione una voce che il tempo ha ingiustamente smorzato. Dall’altro è un atto di ascolto radicale: entrare in relazione con un modo di vivere e cantare l’identità che non ha ancora il linguaggio del trionfo, ma quello, molto più fragile e vero, della resistenza quotidiana.
Non c’è orgoglio urlato nelle sue canzoni, ma c’è qualcosa che forse oggi abbiamo un po’ perduto: la tremenda serietà con cui si prendeva il diritto di amare. Ogni verso sembra dire: questo è ciò che sono, questo è ciò che rischio, questo è ciò che potrei perdere. E dentro questa consapevolezza, così poco spettacolare e così intensa, sta tutta la sua forza.
Forse Michael Cohen non cercava di cambiare il mondo. Forse voleva solo, ostinatamente, non lasciarsi cancellare. Paradossalmente, è stato cancellato lo stesso, ma le sue canzoni no. Sono rimaste lì, come piccoli fari laterali, a illuminare una zona della storia dove la libertà non era ancora uno slogan, ma una pratica incerta, spesso dolorosa, sempre necessaria. E proprio per questo, oggi, ascoltarle è un atto che non riguarda solo la nostalgia, ma una forma molto concreta di riconoscenza.