domenica 25 gennaio 2026

Quando la verità non interrompe più il discorso


Quando, in diretta mondiale, viene pronunciata un’affermazione storicamente falsa — e lo si fa con la sicurezza di chi sa di non dover rendere conto a nessuno — non siamo più davanti a un errore. Siamo davanti a una dimostrazione di potere. Il potere di dire il mondo senza che il mondo possa rispondere. Il potere di enunciare una versione dei fatti che non ha bisogno di essere vera, ma solo di essere pronunciata.

L’idea che gli Stati Uniti abbiano “restituito” la Groenlandia alla Danimarca appartiene a questa categoria. Non è una forzatura interpretativa, non è una semplificazione maldestra, non è nemmeno una bugia raffinata. È una falsità elementare. La Groenlandia non è mai stata un territorio sovrano statunitense. Non lo è stata nel passato remoto, né in quello recente. È stata colonia danese dal XVIII secolo, poi territorio autonomo all’interno del Regno di Danimarca. Gli Stati Uniti hanno avuto — e hanno tuttora — una presenza militare sull’isola, formalizzata durante la Seconda guerra mondiale e poi regolata da accordi bilaterali. Ma non hanno mai esercitato sovranità. Non c’è mai stato nulla da “restituire”.

Dire questa cosa richiede pochissimo spazio. Bastano poche righe, pochi dati, nessuna interpretazione. Ed è proprio questo che rende la vicenda inquietante. Perché una falsità così facilmente smentibile non solo è stata pronunciata, ma è stata lasciata circolare. Ha attraversato i notiziari, i social, i commenti, senza incontrare una resistenza proporzionata alla sua evidenza. Non perché manchino i libri di storia, ma perché è venuta meno la funzione pubblica della storia come istanza di realtà.

Il problema, infatti, non è la menzogna. Le menzogne politiche esistono da sempre. Il problema è il silenzio che le segue, un silenzio che non nasce dall’ignoranza ma dalla stanchezza. Dalla sensazione diffusa che correggere non serva più a nulla. Che la smentita non produca conseguenze. Che il fatto vero, una volta pronunciato, cada nel vuoto come un oggetto fuori scala.

Qui avviene il passaggio decisivo: non siamo più in un regime di falsificazione, ma in un regime di equivalenza. Il vero e il falso non sono più in conflitto. Coesistono. Occupano lo stesso spazio simbolico. Producono lo stesso effetto nullo. La verità storica sulla Groenlandia non è censurata, non è vietata, non è occultata. È semplicemente irrilevante.

E questo è forse l’aspetto più grave. Perché la verità non viene negata: viene resa inutile. I libri di storia restano sugli scaffali, le fonti sono accessibili, i fact-check esistono. Ma non incidono. Non interrompono il discorso. Non obbligano a una rettifica. Diventano note a piè di pagina di un mondo che ha deciso di funzionare senza di loro.

L’affermazione sulla Groenlandia, allora, va letta non per il suo contenuto, ma per il suo effetto. Non serve a descrivere il passato, ma a costruire un’immagine di potenza: l’America che dispone dei territori, che concede e ritira, che “restituisce” come gesto sovrano. La falsità non è un incidente, è uno strumento narrativo. E come ogni strumento narrativo, non chiede di essere vera, chiede di essere efficace.

Il silenzio che segue è parte integrante del meccanismo. Giornalisti, storici, commentatori sanno benissimo che quella frase è falsa. Ma sanno anche che dirlo ad alta voce non cambierà il corso del discorso pubblico. La smentita rischia di apparire pedante, marginale, fuori tempo. E così viene evitata. Non per censura, ma per calcolo. Un calcolo che ha interiorizzato l’idea che la realtà non sia più un argomento persuasivo.

La cosiddetta “verità alternativa” non è un’alternativa alla verità, ma alla sua necessità. Non pretende di sostituirsi al vero, pretende di dimostrare che il vero non serve più. Che si può parlare del mondo senza che il mondo ponga limiti. Che la storia può essere trattata come un repertorio simbolico, non come una disciplina di fatti.

Ed è qui che il discorso si fa più ampio, più cupo. Perché una società che rinuncia al vincolo della realtà non guadagna libertà, ma arbitrarietà. Non apre spazi di pluralismo, ma di dominio narrativo. Chi ha più voce, più visibilità, più autorità può dire qualsiasi cosa, sapendo che la verifica non avrà la forza di fermarlo.

L’episodio della Groenlandia non è dunque marginale. È emblematico. Mostra che oggi una falsità storica può essere pronunciata senza conseguenze, non perché sia creduta da tutti, ma perché non importa più che sia creduta. Basta che sia detta. Basta che circoli. Basta che occupi spazio.

Forse, allora, la domanda non è perché nessuno abbia aperto bocca. La domanda è se siamo ancora in grado di riconoscere cosa significhi parlare in nome della verità, quando la verità non produce più effetti. Quando dire il vero non interrompe nulla, non scandalizza nessuno, non costringe a fermarsi.

In questo mondo, la verità e la verità alternativa hanno lo stesso valore non perché siano uguali, ma perché vivono in un sistema che ha smesso di misurare la differenza. E finché questa differenza resterà senza peso, ogni falsità, anche la più grossolana, continuerà a passare. In silenzio.