Oltre che per i motivi storici e religiosi, ai quali giustamente si fa spesso riferimento quando si parla di Edith Stein, il mio pensiero si rivolge a lei come a una delle figure più straordinarie e complesse della filosofia del Novecento. La sua vicenda umana e intellettuale è così ricca di sfumature che ogni volta che mi soffermo a riflettere su di lei, mi rendo conto di quanto il suo contributo non sia ancora del tutto compreso e valorizzato. Edith Stein è una figura che sfugge a ogni tentativo di categorizzazione: filosofa rigorosa, mistica appassionata, donna di fede e martire della Shoah, rappresenta un ponte tra mondi che spesso appaiono inconciliabili. Il suo pensiero, straordinariamente profondo e al tempo stesso accessibile, si radica in una ricerca della verità che attraversa tutte le dimensioni dell’esistenza: il corpo, l’anima e lo spirito. Per questo, il suo lascito non è solo filosofico, ma anche umano, spirituale e, oserei dire, esistenziale.
Non posso che definirla la mia filosofa preferita, e non lo dico con leggerezza. Ricordo ancora con grande intensità il periodo in cui, grazie a un corso universitario, mi immersi nel suo pensiero. Non era semplicemente un’esperienza accademica: era come entrare in contatto con una mente e un’anima che parlavano direttamente al cuore delle questioni più profonde dell’essere umano. Edith Stein non era solo una filosofa: era una donna che viveva ogni pensiero che scriveva, che incarnava le sue idee con una coerenza rara, persino unica. Studiando le sue opere, si ha la sensazione di ascoltare una voce che non si limita a esporre concetti, ma che si rivolge direttamente al lettore, invitandolo a un dialogo interiore, a una riflessione che non è mai sterile, ma sempre profondamente trasformativa.
Tra i tanti aspetti del suo pensiero, quello che mi colpì più profondamente – e che continua a essere per me una fonte inesauribile di riflessione – è la sua concezione dell’essere umano come un’unità articolata di corpo, anima e spirito. Questa idea, che può sembrare semplice o addirittura ovvia a prima vista, è in realtà di una profondità straordinaria. Edith Stein non si limita a riprendere le tradizionali dicotomie tra corpo e anima, o tra materia e spirito, ma le supera, offrendo una visione che coglie l’intima connessione tra tutte le dimensioni dell’essere umano. In questa visione, ogni parte dell’essere umano è inseparabile dalle altre: il corpo non è un semplice contenitore per l’anima, né lo spirito è una realtà separata dal mondo materiale. Al contrario, corpo, anima e spirito formano un’unità dinamica, in cui ogni aspetto dell’essere umano contribuisce alla totalità della persona.
In questa visione, l’anima svolge un ruolo centrale e, a mio avviso, rivoluzionario. Edith Stein descrive l’anima come il “tra”, uno spazio intermedio che unisce e, al tempo stesso, differenzia il corpo e lo spirito. Questo concetto del “tra” è una delle intuizioni più profonde e innovative del suo pensiero. L’anima non è solo ciò che tiene insieme il corpo e lo spirito, ma anche ciò che li distingue, che permette loro di esistere in relazione reciproca senza annullarsi a vicenda. Ma l’anima non è solo una realtà interiore: è anche il luogo in cui si radicano tutte le relazioni umane. È attraverso l’anima che l’essere umano si apre al mondo, che entra in relazione con l’altro, che costruisce legami che non sono mai puramente materiali o spirituali, ma che coinvolgono l’intera persona.
Questa idea dell’anima come “tra” mi colpì profondamente quando la studiai per la prima volta, e continua a colpirmi ogni volta che ci rifletto. L’idea che l’anima non sia solo una realtà statica, ma un luogo di relazione, di connessione, di dinamismo, è di una bellezza e di una profondità che mi lasciano ogni volta senza parole. Edith Stein ci invita a vedere l’identità umana non come qualcosa di isolato e chiuso in sé stesso, ma come una realtà che si costruisce nella relazione con l’altro. In questo senso, la sua visione rappresenta un superamento radicale della logica tradizionale della filosofia occidentale, fondata sul principio di non contraddizione (A è diverso da non-A). Edith Stein ci propone una prospettiva diversa, una prospettiva che abbraccia la complessità e riconosce che le opposizioni non devono necessariamente escludersi, ma possono integrarsi e arricchirsi a vicenda.
Questa visione è straordinariamente attuale, soprattutto in un’epoca come la nostra, segnata da divisioni profonde, da conflitti apparentemente insanabili, da una frammentazione che spesso sembra privarci della capacità di vedere l’unità dietro la complessità. Edith Stein, con la sua idea dell’anima come “tra”, ci invita a guardare oltre le divisioni, a riconoscere che la vera comprensione della realtà non si trova nelle semplificazioni, ma nell’abbracciare la complessità, nel vedere come ogni parte del nostro essere – e del mondo – è connessa alle altre. Questa prospettiva, che potremmo definire relazionale, non è solo filosoficamente innovativa, ma ha anche implicazioni profonde per la nostra vita quotidiana, per il modo in cui ci rapportiamo agli altri, per il modo in cui costruiamo le nostre relazioni, le nostre comunità, il nostro mondo.
Ripensare oggi a Edith Stein significa, per me, non solo riflettere sulla sua filosofia, ma anche confrontarsi con la sua testimonianza di vita. La sua capacità di unire pensiero e azione, di vivere le sue idee con una coerenza e una profondità straordinarie, è un esempio che trovo profondamente ispirante. Edith Stein non si è mai limitata a scrivere o a pensare: ha sempre cercato di vivere ciò che scriveva, di incarnare le sue idee nel modo più autentico possibile. E questo è evidente non solo nei suoi scritti filosofici, ma anche nella sua vita, nel suo percorso spirituale, nelle scelte che l’hanno portata a diventare monaca carmelitana e, infine, a sacrificare la sua vita per rimanere fedele alla verità che aveva scoperto.
Ogni volta che penso a Edith Stein, mi tornano alla mente i momenti in cui ho studiato le sue opere, le discussioni che ho avuto con i miei compagni di corso, le domande che quel periodo mi ha lasciato. È un ricordo prezioso, che non smette di ispirarmi, e che spero possa essere anche un invito per chi legge a scoprire o riscoprire questa straordinaria figura. Edith Stein non è solo una filosofa: è una guida, una luce che continua a brillare nel panorama della filosofia e della spiritualità contemporanea. Le sue opere sono un tesoro inesauribile di intuizioni, una fonte di riflessione e di ispirazione che non smette di parlare a chiunque sia disposto ad ascoltarla. Sublime è davvero la parola che meglio descrive il suo pensiero e la sua vita. Grazie per avermi permesso di condividere questo ricordo: un momento che mi ha cambiato e che, ancora oggi, continua a ispirarmi e a darmi forza.