martedì 27 gennaio 2026

Meno immagini (un monologo)

Il problema è che non lo sento più passare.
O meglio: lo sento correre, ma senza rumore. Come quei treni nuovi, quelli silenziosi, che entrano in stazione senza farsi annunciare, e quando alzi gli occhi è già troppo tardi per salire.
Una volta il tempo arrivava prima di me.
Mi aspettava.
Mi faceva inciampare.
Adesso sembra sempre un passo avanti.
Da bambino il tempo era un animale.
Aveva odore.
Aveva corpo.
Mi graffiava.
Le ore avevano spessore.
Potevo affondarci dentro.
Un pomeriggio era una distesa fangosa da attraversare lentamente, perdendo le scarpe, sporcandomi le ginocchia, fermandomi a guardare una formica per un tempo che oggi non saprei più misurare.
Perché oggi misuro tutto.
Misuro il tempo, le energie, le parole.
Misuro persino i silenzi.
E il tempo, quando lo misuri troppo, si vendica.
Dicono che sia normale.
Dicono che succede a tutti.
Che il cervello, invecchiando, rallenta.
Che gli occhi fanno meno scatti.
Che registriamo meno immagini.
Meno fotogrammi.
Meno sequenze.
Meno storia.
Come se la vita, a un certo punto, smettesse di essere un film e diventasse un trailer.
Io questa cosa la sento.
La sento negli occhi.
La sento nel modo in cui entro in una stanza e so già cosa c’è.
La sento nel modo in cui riconosco i volti prima ancora di guardarli davvero.
Una volta guardavo per capire.
Adesso guardo per confermare.
E confermare non genera tempo.
Il tempo nasce dall’errore.
Dalla sorpresa.
Dal fraintendimento.
Il tempo ha bisogno che tu dica: “Non avevo capito”.
Quando tutto è già capito, il tempo accelera.
Mi dicono: è l’esperienza.
È la maturità.
È la saggezza.
Ma io non sono sicuro che sia un guadagno.
Perché la saggezza è spesso una forma elegante di rinuncia.
Una rinuncia allo stupore.
Una rinuncia alla lentezza.
Da giovane ero lento perché non capivo.
Adesso sono veloce perché capisco troppo.
E il tempo mi scivola addosso come acqua su una superficie liscia.
C’è un momento preciso, non so dire quando, in cui smetti di accumulare immagini inutili.
Quelle immagini che non servono a niente.
Quelle che non racconti a nessuno.
Quelle che non diventano ricordo condiviso.
Da bambino la mia testa era piena di immagini inutili.
Un raggio di luce che attraversava la polvere.
Il suono di una porta lontana.
Il colore di un pomeriggio che non aveva nome.
Quelle immagini erano tempo puro.
Adesso la mia testa è efficiente.
Archivia.
Seleziona.
Elimina.
E il tempo, senza scarti, senza residui, senza sprechi, diventa rapidissimo.
Forse è questo che chiamiamo invecchiare.
Non il corpo che cede.
Ma lo sguardo che diventa economico.
E io mi accorgo che vedo meno non perché gli occhi funzionino peggio, ma perché non mi concedo più il diritto di guardare a lungo.
Guardare a lungo è un atto sovversivo.
È una perdita di tempo.
È una dichiarazione di inutilità.
Da adulti siamo terrorizzati dall’inutile.
E il teatro lo sa.
Il teatro vive di tempo sprecato.
Di corpi fermi.
Di parole che non servono a nulla se non a restare.
Per questo il teatro resiste al tempo che accelera.
Perché costringe a guardare.
Costringe a stare.
Io sono qui, su questo palco, a parlare del tempo, e già questo è un atto controcorrente.
Perché potrei dirlo in fretta.
Potrei sintetizzare.
Potrei arrivare subito al punto.
Ma il punto è proprio non arrivare.
Il punto è restare nella durata.
Quando ero giovane, il futuro era un luogo enorme.
Potevo perdermi dentro.
Potevo immaginare cento vite.
Adesso il futuro è una stanza più piccola.
Arredata.
Con meno porte.
E questo restringimento non è solo psicologico.
È fisico.
È neurologico.
Il cervello, mi dicono, elabora meno stimoli.
Come se decidesse che non vale più la pena registrare tutto.
Ma chi ha deciso cosa vale la pena?
Forse siamo noi stessi a dirgli: basta così.
Basta immagini.
Basta novità.
E il cervello obbedisce.
Il tempo, allora, non accelera perché siamo vecchi.
Accelera perché ci ritiriamo.
Ci ritiriamo dallo sguardo.
Dall’esposizione.
Dal rischio di essere sorpresi.
Perché la sorpresa può fare male.
Può mettere in crisi.
Può smontare le certezze.
E a una certa età le certezze diventano stampelle.
Io ho costruito un sistema per non cadere.
E in quel sistema il tempo non ha più attrito.
Scivola.
Mi accorgo che le giornate finiscono senza lasciare traccia.
Non perché siano vuote, ma perché sono tutte uguali nel modo in cui le guardo.
Non è la routine il problema.
È lo sguardo routinario.
Puoi fare la stessa cosa mille volte e vederla sempre diversa.
Oppure puoi cambiare tutto e vedere sempre la stessa cosa.
Il tempo ama chi varia lo sguardo, non chi varia la scena.
E io lo so, ma faccio fatica.
Perché variare lo sguardo significa mettersi in discussione.
Significa accettare di non sapere più chi sei per un momento.
Da giovane non sapevo chi ero, ma non mi spaventava.
Adesso lo so, e questo mi rassicura e mi impoverisce allo stesso tempo.
Il tempo ama chi non sa.
Chi tentenna.
Chi indugia.
Il tempo rallenta per chi esita.
Io esito sempre meno.
E allora parlo.
Parlo per rallentare.
Parlo perché la parola è una forma di resistenza al tempo che corre.
Ogni frase è un piccolo ostacolo.
Ogni pausa è una diga.
Se smettessi di parlare, il tempo vincerebbe subito.
Forse per questo raccontiamo storie.
Perché raccontare è un modo di densificare il tempo.
Un ricordo raccontato occupa più spazio di un ricordo taciuto.
Io vorrei raccontare tutto.
Anche le cose che non servono.
Anche le immagini inutili.
Vorrei tornare a vedere come un bambino, ma con il corpo di adesso.
Con la consapevolezza.
Con la fragilità.
Forse il tempo non accelera davvero.
Forse siamo noi che diventiamo trasparenti al suo passaggio.
E io non voglio essere trasparente.
Voglio tornare opaco.
Resistente.
Difficile da attraversare.
Voglio che il tempo faccia fatica con me.
Per questo resto qui.
Per questo non chiudo.
Per questo non concludo.
Perché concludere è ancora una forma di accelerazione.
E io, almeno qui, almeno adesso, voglio restare.