San Sebastiano appartiene a quella ristretta genealogia di figure che non cessano di mutare pur restando riconoscibili. Martire cristiano, soldato romano, corpo giovane esposto alla violenza, attraversa la storia come un’immagine instabile, continuamente riscritta dallo sguardo che la incontra. Non è soltanto un santo, e non è mai stato solo questo. È un luogo simbolico in cui convergono fede e potere, desiderio e disciplina, bellezza e punizione. La sua persistenza non dipende tanto dalla verità storica della sua vita, quanto dalla forza con cui la sua figura ha saputo accogliere le proiezioni di epoche diverse.
Nato probabilmente nella seconda metà del III secolo d.C., Sebastiano visse in uno dei momenti più inquieti dell’Impero Romano. L’autorità imperiale, minacciata su più fronti, reagiva irrigidendo i propri apparati di controllo: l’esercito, la legge, il culto ufficiale. Il cristianesimo, ancora privo di un riconoscimento pubblico, era percepito come una forza destabilizzante, non tanto per il numero dei suoi fedeli quanto per la radicalità della sua proposta: un’autorità superiore a quella dell’imperatore, una fedeltà che non poteva essere negoziata.
Secondo la tradizione agiografica, Sebastiano era un ufficiale dell’esercito romano. La sua posizione è centrale e non casuale: è dall’interno dell’apparato militare, cuore pulsante del potere imperiale, che nasce la frattura. Sebastiano non è un marginale, non è un ribelle esterno. È un uomo integrato, stimato, visibile. Diocleziano lo apprezza per il valore, per il carisma, per quella bellezza che le fonti non mancano mai di sottolineare. La sua fede cristiana è inizialmente segreta, quasi una seconda vita che convive con l’obbedienza pubblica. Ma il segreto, in questo caso, non è una forma di prudenza: è una tensione destinata a esplodere.
Sebastiano non si limita a credere. Agisce. Frequenta i cristiani incarcerati, li conforta, li sostiene nel momento della paura. È un gesto che va oltre la pietà individuale: è una scelta politica, nel senso più profondo del termine. Significa schierarsi con i corpi vulnerabili, con i condannati, con coloro che il potere ha già deciso di sacrificare. Quando la sua fede viene scoperta, non è solo una colpa religiosa: è un tradimento dell’ordine simbolico dell’impero.
È qui che la tradizione inizia a caricare il rapporto tra Sebastiano e Diocleziano di sfumature sempre più dense. Il favore imperiale si rovescia in furia, ma una furia che sembra eccedere la semplice logica della punizione. Nei secoli successivi, soprattutto in ambito letterario e interpretativo, si insinua l’idea che tra i due uomini esistesse un legame più intimo: una forma di attrazione, forse di desiderio, certamente di investimento affettivo. Sebastiano non tradirebbe solo l’impero, ma anche una relazione privilegiata. Queste narrazioni non hanno valore storico, ma hanno un enorme valore simbolico. Trasformano il martirio in una scena di rifiuto, di sottrazione, di desiderio non ricambiato.
Il primo martirio di Sebastiano è una delle immagini più potenti dell’intera iconografia cristiana. Legato a un palo, a un tronco, a una colonna, il suo corpo viene trafitto dalle frecce. Non è una morte immediata. È un’esposizione prolungata. Le frecce penetrano la carne, ma non la distruggono. Il corpo resta in piedi, visibile, offerto allo sguardo dei carnefici e, simbolicamente, dello spettatore. La violenza non cancella: marca, scrive, incide.
Questa scena contiene già tutti gli elementi che renderanno Sebastiano una figura ossessiva per l’arte occidentale: la nudità, la postura, la ferita, lo sguardo che spesso non esprime dolore ma altrove. È un corpo colpito che non si ritrae, che non si chiude. La sofferenza non è negata, ma non diventa mai deformazione. È una sofferenza che mantiene la forma.
Creduto morto, Sebastiano sopravvive. È Irene a prendersi cura di lui, a sottrarlo alla morte definitiva. Questo episodio introduce una sospensione quasi narrativa, un tempo intermedio che spezza la linearità del martirio. Sebastiano potrebbe fuggire, nascondersi, salvarsi. Invece sceglie di tornare. Torna davanti all’imperatore, lo affronta, lo accusa apertamente. Non implora, non si giustifica. Parla. La parola diventa l’ultimo atto di resistenza.
La seconda morte è meno spettacolare, meno iconografica, ma forse più radicale. Sebastiano viene flagellato a morte e il suo corpo gettato nella Cloaca Massima, come rifiuto, come materia da cancellare. Il potere tenta di negargli anche la memoria. Ma il corpo viene recuperato, sepolto, venerato. Il culto nasce da ciò che avrebbe dovuto essere eliminato. La memoria si fonda su un corpo salvato dalla fogna.
È soprattutto a partire dal Rinascimento che San Sebastiano diventa una presenza centrale nell’immaginario visivo europeo. In un’epoca che riscopre la centralità del corpo, l’armonia delle proporzioni, l’eredità classica, Sebastiano offre un’occasione unica: rappresentare un nudo maschile legittimato dal soggetto sacro. In Mantegna, Perugino, Botticelli, Tiziano, Guido Reni, il Sodoma, il martirio si trasforma in contemplazione. Il corpo del santo è perfetto, giovane, idealizzato. Le frecce diventano quasi accessori simbolici, segni grafici che attraversano la carne senza distruggerla.
Il volto di Sebastiano, spesso sereno, talvolta estatico, raramente contratto dal dolore, suggerisce una distanza interiore. La sofferenza è presente, ma già superata. Il corpo diventa un ponte tra eros e trascendenza, tra desiderio e sublimazione. È qui che nasce la sua ambiguità più fertile: Sebastiano è contemporaneamente oggetto di devozione e di desiderio, figura sacra e corpo esposto allo sguardo.
Nel XIX secolo, questa ambiguità viene riletta alla luce di nuove ossessioni. La sofferenza diventa estetica, il martirio diventa simbolo di una bellezza perseguitata. Oscar Wilde riconosce in Sebastiano l’immagine di una sensibilità condannata per la sua stessa grazia. Gabriele D’Annunzio ne amplifica la dimensione estetizzante. Yukio Mishima ne fa un vero e proprio specchio esistenziale: il santo trafitto diventa l’emblema di una bellezza assoluta che può realizzarsi solo attraverso la distruzione.
Nel Novecento, Sebastiano entra definitivamente nell’immaginario queer. Non come identità storica, ma come figura simbolica. Il suo corpo esposto, desiderabile e punito, diventa una metafora potentissima dell’esperienza dell’emarginazione. Derek Jarman, con Sebastiane, trasforma la storia del santo in una meditazione sul desiderio maschile, sul potere che reprime, sull’isolamento di chi rifiuta la norma. Il latino, lingua morta e sacra, amplifica la distanza e insieme la fisicità dei corpi.
La fotografia contemporanea, da Pierre et Gilles in poi, reinventa Sebastiano come icona queer postmoderna. Il dolore si mescola al colore, alla teatralità, all’eccesso. Il santo non è più solo vittima: è consapevole della propria visibilità. Anche la performance art, da Morimura in avanti, utilizza il corpo trafitto come spazio di attraversamento identitario, culturale, politico.
Moda, cinema, cultura pop continuano a riattivare questa immagine. Le frecce, le pose, la nudità idealizzata diventano segni riconoscibili, citabili, trasformabili. Sebastiano non appartiene più a un solo contesto. È un’immagine nomade, disponibile, continuamente riscritta.
E tuttavia, al centro, resta sempre lo stesso nucleo: un corpo vulnerabile che non scompare. Un corpo che accetta di essere colpito senza rinunciare alla propria presenza. È questo che rende San Sebastiano una figura ancora viva. Non promette salvezza, non offre consolazioni facili. Mostra che la vulnerabilità può diventare una forma di resistenza, che l’esposizione può essere un gesto politico, che il dolore, attraversato e non negato, può generare senso.
Sebastiano non è soltanto un giovane trafitto dalle frecce. È l’immagine di ciò che resiste quando tutto dovrebbe cedere. Un corpo che, pur ferito, continua a stare in piedi. Se vuoi, nel prossimo passaggio possiamo lavorare su un’ulteriore stratificazione simbolica (psicoanalitica, politica, o iconografica estrema), oppure rifinirlo per una pubblicazione editoriale vera e propria.