C’è un errore che ritorna con una puntualità quasi commovente, ogni volta che una società attraversa una fase di impoverimento materiale e simbolico. Un errore che non nasce dal basso, come spesso si racconta, ma che viene accuratamente costruito dall’alto, raffinato, semplificato, reso digeribile e poi restituito alle masse come spiegazione naturale dell’evidenza: il declino del proprio tenore di vita sarebbe colpa degli immigrati. Non delle politiche economiche, non delle scelte fiscali, non delle trasformazioni del lavoro, non dello smantellamento progressivo del welfare, ma di chi arriva da fuori. È una narrazione tanto fragile quanto resistente, perché non ha bisogno di essere vera: ha solo bisogno di essere utile.
L’immigrato, in questo racconto, non è un soggetto reale ma una figura retorica. È il segnaposto del conflitto che non si vuole nominare. È ciò che permette di spostare la rabbia, di deviarla, di farla scorrere lungo linee orizzontali invece che verticali. Non si guarda più verso l’alto, verso chi decide, verso chi governa, verso chi beneficia strutturalmente di un sistema che produce diseguaglianze crescenti; si guarda di lato, verso chi sta peggio o appena un gradino sotto, verso chi è più vulnerabile, più visibile, più facilmente isolabile. È un’operazione antica, ma mai come oggi così scientificamente orchestrata.
Il punto decisivo, che raramente viene affrontato con chiarezza, è che il peggioramento delle condizioni di vita in Occidente non è un accidente, né un effetto collaterale imprevedibile. È il risultato di scelte politiche precise, reiterate per decenni, spesso condivise da governi di colore diverso, accomunati da una stessa fede nella riduzione dello Stato sociale, nella compressione del costo del lavoro, nella finanziarizzazione dell’economia, nella trasformazione dei diritti in variabili negoziabili. La stagnazione salariale, l’erosione del potere d’acquisto, la precarizzazione strutturale dell’esistenza, la crisi dei servizi pubblici non sono calamità naturali: sono politiche pubbliche.
Eppure, quando queste conseguenze diventano troppo evidenti per essere negate, entra in scena la grande rimozione. Invece di aprire un conflitto politico sul modello di società, si costruisce un conflitto identitario. Invece di discutere di redistribuzione, si discute di confini. Invece di parlare di lavoro, si parla di sicurezza. Invece di interrogare il fisco, si interroga il colore della pelle. È una traslazione semantica prima ancora che ideologica, che ha un effetto devastante: svuota la democrazia del suo contenuto materiale e la riempie di simboli tossici.
L’immigrato diventa così il capro espiatorio perfetto. È presente, ma privo di potere. È visibile, ma invisibile nei luoghi decisionali. È abbastanza vicino da essere percepito come minaccia, ma abbastanza lontano da non potersi difendere. Non controlla i salari, non scrive le leggi sul lavoro, non decide i tagli alla sanità o alla scuola, ma viene rappresentato come colui che “ruba”, “pesa”, “approfitta”. In questo modo, il sistema che produce scarsità riesce a non essere mai chiamato in causa.
Questa dinamica non è un’eccezione italiana, ma in Italia assume una forma particolarmente istruttiva. Da anni assistiamo a governi che promettono protezione identitaria mentre smontano pezzo dopo pezzo la protezione sociale. Si alzano muri simbolici mentre si abbassano le tutele. Si invoca l’ordine mentre si accetta il disordine del mercato come destino inevitabile. Il paradosso è solo apparente: l’ossessione per l’immigrazione serve precisamente a non parlare d’altro. Serve a coprire il vuoto di progetto, l’assenza di una visione economica che non sia puramente gestionale o punitiva.
Il risultato è una società che interiorizza la propria sconfitta e la sublima in rancore. Invece di chiedersi perché il lavoro non garantisce più una vita dignitosa, si chiede chi stia “tagliando la fila”. Invece di pretendere servizi migliori, si pretende l’esclusione di qualcuno. Invece di reclamare diritti, si invocano privilegi. È una pedagogia del risentimento che educa alla rinuncia e alla competizione permanente, mascherandole da difesa dell’identità.
Qui si consuma il vero miracolo politico del populismo contemporaneo: riuscire a trasformare la perdita materiale in consenso. Far sì che chi sta peggio difenda con fervore politiche che lo danneggiano, purché queste politiche colpiscano qualcun altro prima. È un meccanismo perverso ma estremamente efficace, perché lavora sulle emozioni primarie: la paura, l’invidia, il senso di ingiustizia percepita. Non risolve nulla, ma anestetizza tutto.
Eppure basterebbe spostare di poco lo sguardo per vedere che la correlazione tra immigrazione e declino del tenore di vita non regge alla prova dei fatti. I paesi con maggiori flussi migratori non sono automaticamente quelli con i salari più bassi o i servizi peggiori; spesso è vero il contrario. Ciò che fa la differenza non è chi entra, ma come funziona il sistema che accoglie o respinge, include o sfrutta. L’immigrazione diventa un problema sociale solo quando viene gestita come strumento di dumping, quando viene lasciata nella marginalità, quando serve a creare manodopera ricattabile. Ma anche in questo caso, il problema non è l’immigrato: è il modello economico che lo utilizza.
Continuare a confondere causa ed effetto significa condannarsi a una guerra tra poveri senza fine, mentre le vere linee di frattura restano intatte. Significa accettare un racconto che assolve chi governa e colpevolizza chi subisce. Significa rinunciare a qualsiasi idea di giustizia sociale in nome di una sicurezza immaginaria. È una scelta politica, prima ancora che culturale.
Forse è arrivato il momento di dirlo con chiarezza, senza più indulgenze: il declino non viene da fuori, viene da dentro. Viene da decisioni prese, da priorità stabilite, da interessi difesi. L’immigrato non è il nemico del benessere perduto; è il testimone muto di un sistema che ha smesso di funzionare per molti e continua a funzionare benissimo per pochi. Finché non si avrà il coraggio di affrontare questo nodo, continueremo a discutere di fantasmi, mentre la casa brucia.