Ogni volta che l’Iran torna al centro dell’attenzione mondiale attraverso immagini di piazze incendiate, di corpi che cadono, di donne che sfidano apertamente il potere togliendosi il velo, l’Occidente avverte quasi fisicamente il bisogno di attribuire un nome, un volto, una genealogia. È una reazione antica e rassicurante: se esiste un erede, una dinastia, un possibile “capo”, la crisi diventa narrabile, addomesticabile, persino risolvibile entro categorie già note. In questo spazio, fatto di ansia interpretativa e nostalgia politica, riemerge ciclicamente il nome di Reza Ciro Pahlavi, figlio dell’ultimo scià di Persia, erede del Trono del Pavone, figura che per molti osservatori – soprattutto fuori dall’Iran – sembra offrire una via d’uscita simbolica al caos.
La ricomparsa periodica di Reza Pahlavi nel discorso pubblico dice più di noi che dell’Iran. Rivela il nostro rapporto irrisolto con le rivoluzioni altrui, il bisogno di tradurle in storie familiari e riconoscibili, possibilmente dinastiche. Mostra anche la difficoltà – quasi l’incapacità – di accettare che un movimento radicale di emancipazione possa non avere un centro, un leader unico o una figura salvifica pronta a subentrare al regime.
Reza Pahlavi, in realtà, non ambisce a un ritorno al trono. Da decenni rifiuta con coerenza l’idea di una restaurazione monarchica, insistendo pubblicamente sulla laicità dello Stato, sulla democrazia, sui diritti civili e sulla necessità che sia il popolo iraniano a decidere la propria forma di governo. In questo senso, il Pahlavi contemporaneo si distingue nettamente dall’ombra ingombrante del padre. Eppure, nonostante i suoi sforzi per sottrarsi al peso della genealogia, il suo nome resta tutt’altro che neutro. In Iran, la memoria storica non è lineare: è un campo minato, attraversato da ferite politiche profonde, dalla Rivoluzione del 1979, dalle guerre e dalle sanzioni internazionali.
La monarchia dei Pahlavi rappresenta una delle grandi ambivalenze della storia iraniana del Novecento. Da un lato, il progetto di modernizzazione accelerata: la secolarizzazione dello Stato, l’apertura all’Occidente, l’alfabetizzazione di massa, la costruzione di infrastrutture, scuole e ospedali, e la promozione delle arti e della cultura. Dall’altro, un potere autoritario, la repressione del dissenso politico (come documentato dagli archivi SAVAK), una distanza crescente tra élite urbane e masse popolari, e una forte dipendenza dalle potenze occidentali, in particolare dagli Stati Uniti e dal Regno Unito. La Rivoluzione del 1979 non nacque nel vuoto: fu anche il risultato di queste fratture, delle esclusioni sociali ed economiche accumulate negli anni, e della percezione di un regime distante e oppressivo.
In questo contesto entra inevitabilmente la figura di Farah Diba. Terza e ultima moglie dello scià, arrivata dopo il ripudio di Soraya, Farah è diventata nel tempo molto più di un’ex imperatrice: è un’immagine, un mito, una superficie di proiezione. Colta, raffinata, promotrice delle arti, apparentemente emancipata in un contesto patriarcale, incarna per molti – soprattutto nella diaspora e in una certa immaginazione occidentale – l’Iran che “avrebbe potuto essere”: elegante, cosmopolita, femminile, con Teheran che dialogava con Parigi e Roma, dove l’arte contemporanea aveva spazio e il velo non era imposto dallo Stato.
Ma anche qui la nostalgia è selettiva. L’Iran di Farah non era l’Iran di tutti. Era l’Iran di una classe colta e privilegiata, spesso impermeabile alle tensioni economiche, sociali e religiose che attraversavano il Paese. Mitizzare Farah significa rimuovere questa complessità, trasformare una figura storica reale in un’icona estetica e consolatoria, più adatta a Instagram o ai salotti culturali che a comprendere le radici profonde della tragedia iraniana contemporanea.
Oggi, il punto non è stabilire se Reza Pahlavi sia “buono” o “cattivo”, né se la monarchia sia stata migliore o peggiore della Repubblica islamica. Il punto è comprendere la natura delle proteste che attraversano l’Iran. Esse non chiedono il ritorno di un passato, ma la fine di un presente. Non invocano un padre politico, ma reclamano la possibilità di essere adulti, autonomi, sovrani di se stessi.
Le donne che scendono in piazza non lo fanno in nome di Farah Diba, ma contro l’umiliazione quotidiana imposta sul loro corpo. I giovani che affrontano la repressione non lo fanno per restaurare il Trono del Pavone, ma perché non vedono futuro in un sistema che li soffoca economicamente, culturalmente ed esistenzialmente. È un movimento che nasce dalla vita concreta, non dalla nostalgia, ed è per questo che sfugge a ogni facile categorizzazione.
L’Occidente, invece, continua a cercare scorciatoie narrative. Reza Pahlavi è una di queste: parla inglese, conosce i codici mediatici internazionali, può essere invitato nei talk show, non mette in crisi le nostre categorie politiche. Ma l’Iran reale non è un talk show. È un Paese in cui il potere si esercita attraverso la paura, la violenza simbolica e religiosa, documentata da Amnesty International e Human Rights Watch, e dove pensare che una figura esterna, per quanto simbolicamente forte, possa “guidare” un movimento così diffuso, frammentato e radicale significa non comprenderne la natura stessa.
C’è un aspetto più sottile, ma decisivo. Le rivoluzioni del XXI secolo – quando avvengono davvero – non assomigliano più a quelle del Novecento. Non hanno un Lenin, un Castro, un Khomeini. Sono orizzontali, instabili, contraddittorie, spesso destinate a fallire proprio perché rifiutano la centralizzazione del potere. Ma in questo rifiuto c’è anche la loro verità più profonda: le proteste iraniane non cercano un nuovo sovrano illuminato, ma mettono in discussione l’idea stessa di sovranità imposta dall’alto.
Reza Pahlavi può avere un ruolo, ma è limitato e ambiguo. Può essere un punto di riferimento per la diaspora, un interlocutore per le istituzioni internazionali, un simbolo di un’alternativa possibile al regime. Ma non può – e forse non deve – diventare il centro di un movimento nato proprio dal rifiuto di ogni eredità politica non scelta.
Il paradosso, per molti osservatori occidentali, è difficile da accettare: la forza dell’Iran che protesta sta nel suo vuoto di potere, nella sua assenza di un volto unico, nella sua radicale indeterminatezza. È un movimento che non promette un nuovo ordine rassicurante, ma chiede la fine di un ordine che ha trasformato la vita in una colpa.
Forse è proprio questo che ci inquieta di più. Un Iran senza scià e senza ayatollah, senza troni e senza guide carismatiche, è molto più difficile da immaginare. Ma è anche, probabilmente, l’unico Iran che quelle piazze stanno davvero cercando di far nascere.