domenica 18 gennaio 2026

Ronald Firbank (1886-1926)

Ronald Firbank (1886-1926) fu molto più che un semplice romanziere britannico: fu un visionario, un provocatore, un creatore di mondi surreali e sofisticati, dove l'ironia si mescola alla malinconia, il sacro si contamina con il profano e l'assurdo diventa veicolo di verità più profonde. La sua vita breve e la sua produzione letteraria relativamente esigua non gli impedirono di lasciare un segno indelebile nella letteratura moderna, influenzando non solo i suoi contemporanei ma anche generazioni successive di scrittori e artisti.

Firbank nacque a Londra, in una famiglia benestante che gli garantì un’educazione privilegiata ma non riuscì mai a comprenderne del tutto l’indole eccentrica. Sin da giovane, Ronald mostrò una personalità unica: incline alla solitudine, preferiva rifugiarsi nella sua immaginazione, costruendo scenari fantastici e popolandoli di personaggi bizzarri che avrebbero trovato spazio, anni dopo, nei suoi romanzi. Fragile di salute e afflitto da una tubercolosi cronica, Firbank trasformò la sua stessa fragilità in una sorta di estetica personale, sublimando il dolore e la malattia in un'arte che celebrava l'eccesso, il lusso e la trasgressione.

La sua opera narrativa, iniziata con romanzi brevi come Vainglory (1915) e culminata con capolavori come Caprice (1917) e Sulle eccentricità del cardinale Pirelli (1926), si distingue per uno stile inconfondibile: dialoghi scintillanti, descrizioni frammentarie e un gusto per l’esagerazione che trasforma ogni scena in un tableau vivant. Sulle eccentricità del cardinale Pirelli, in particolare, è emblematico del suo approccio: il romanzo si apre con il cardinale protagonista che, in una cerimonia tanto sacra quanto ridicola, battezza un cucciolo di cane di nome Crack. Da lì, la narrazione si dipana in un crescendo di episodi surreali e scandalosi, fino alla morte del cardinale, che, completamente nudo, crolla al suolo mentre insegue un giovane chierichetto di nome Chicklet all’interno della sua chiesa. Questo finale, che potrebbe sembrare grottesco, è in realtà una perfetta sintesi della poetica di Firbank: un'arte che non teme di sfidare le convenzioni morali e narrative, rivelando con leggerezza disarmante le ipocrisie e le debolezze umane.

Ma Firbank non si limitava a creare mondi eccentrici nei suoi libri: la sua stessa vita era un’opera d’arte. Celebre per le sue abitudini stravaganti, viveva in un appartamento completamente dipinto di nero, un ambiente che rifletteva la sua sensibilità per il mistero e l’estetica. Amava circondarsi di libri rilegati esclusivamente in pelle blu, simboli di un lusso ricercato e anticonvenzionale. Indossava spesso due vestaglie sovrapposte, si dipingeva le unghie con colori sgargianti e seguiva una dieta a dir poco bizzarra: champagne e petali di fiori. Questa vita improntata a un’estetica estrema lo condusse infine alla morte per denutrizione, a soli quarant’anni, trasformandolo in un martire del suo stesso culto della bellezza.

Uno degli episodi più emblematici della sua biografia avvenne durante un soggiorno a Roma. Attratto dal fascino della religione cattolica, Firbank considerò seriamente l’idea di prendere i voti sacerdotali. Tuttavia, come scrisse in una lettera all’amico Lord Berners, “La Chiesa di Roma non mi avrebbe voluto, e così la prendo in giro”. Questa disillusione non lo allontanò dalla religione, ma lo spinse a reinterpretarla attraverso la lente del grottesco e del paradosso. Nei suoi romanzi, la figura del clero è onnipresente, ma sempre raffigurata in chiave irriverente: preti travestiti, suore lesbiche, vescovi scandalosi, santi autoproclamati e flagellanti fanatici popolano le sue pagine, incarnando una critica feroce e, al tempo stesso, una fascinazione innegabile per le contraddizioni della fede e del potere ecclesiastico.

Firbank, tuttavia, non fu mai un autore di facile comprensione. Il suo stile frammentario, il suo umorismo sottile e le sue trame eccentriche lo resero un outsider nel panorama letterario del suo tempo. Nonostante ciò, trovò ammiratori in figure di spicco come E. M. Forster, Evelyn Waugh, Simon Raven e W. H. Auden. Evelyn Waugh, in particolare, riconobbe in Firbank un precursore della propria visione estetica, lodandone la capacità di ritrarre con leggerezza i vizi e le virtù di una società decadente. Ma fu soprattutto Susan Sontag, nel suo celebre saggio del 1964 Notes on Camp, a cogliere l’essenza dell’opera di Firbank, includendo i suoi romanzi nel “canone del camp”. Per Sontag, Firbank rappresentava la celebrazione dell’artificio, del gioco e della sovversione, un artista capace di trasformare l’eccesso e il kitsch in una forma di resistenza culturale.

Oggi, l’eredità di Firbank rimane viva non solo nella letteratura, ma anche nella cultura popolare e nella teoria critica. I suoi romanzi continuano a essere letti e amati da chi cerca nella letteratura non solo una fuga dalla realtà, ma una sfida alle convenzioni. Con il suo umorismo tagliente, la sua sensibilità estetica e la sua inesauribile capacità di stupire, Ronald Firbank ci invita ancora oggi a guardare oltre le apparenze, a celebrare la diversità e a trovare bellezza anche nell’assurdo. La sua vita e la sua opera sono un monito a vivere con coraggio, a creare senza compromessi e a trasformare anche il più piccolo dettaglio in un’opera d’arte.