martedì 13 gennaio 2026

Inutile omaggio al Lonfo di Fosco Maraini


Lonfo lonfava lonfeggiando, ma non lonfava mai uguale: lonfava di sbiego, di rimbalzo, di traversura. Non era, non stava, non faceva: slurc slurc, pafrì, già altrove. Appena qualcuno provava a dirlo, il dire si smollava in sgremmo, sgremmo che sgremmava e poi pof, pofenia dappertutto. Il Lonfo non nasceva, non arrivava: succedeva tardi, succedeva prima, succedeva storto. Tra un quasi e un per carità, tra un ehm e un già finito, il Lonfo frullava il tempo e lo restituiva in grumi. Cercarlo voleva dire trovarsi una frase in tasca che non combaciava con nessuna giacca.

Vaterco no. Gluiscio nemmeno. Il Lonfo faceva no con tutto il corpo, anche con le parti che non aveva. Svaterciva? Macché. Sbrillava spento, tramestiva senza presa, sdrumolava il niente. Il barigatto partiva a caso, barigatto stortigno, barigatto a morsi, poi stop, poi riprendeva dietro. Se qualcuno guardava, il Lonfo faceva finta di fare altro e iniziava il preludire, preludire al vuoto, preludire al poi-no. Ore? Secondi? Boh. Il preludio non misurava.

Quando il bego beghignava bisciolento, il cielo faceva grunf. Tutto grunf. Né sopra né sotto: bronzigno sfatto, color mah. Il Lonfo sdilenchiava per accumulo, non muoveva ma faceva massa. L’aria faceva crìp cràp cròp, come una tasca che perde il senso. E gnagio. Non il gnagio intero, ma gnagnagna di gnagio, colato, spalmato, infilato tra le cose. L’archipatto non arrivava: stava lì già stanco.

Frusco era, ma anche sfrusco e retrorusco. Frus fras fras. La fruscaggine tagliava il senso a fettine irregolari. Intorno, lupigna plof plof, lupigna laterale, lupigna che guarda e non dice. Arraffera sì, ma con singhiozzo. Malversa per distrazione, sofolenta fino allo smollo. Chi stava nella lupigna iniziava a pensare sbieco, sbieco non storto, inclinato a perdere. Le idee scivolavano via come saponette semantiche.

Cionfare il Lonfo era automatico: bastava un pensiero di lato. Sbiduglio! La sbidugliatura partiva da sola, zip zap, senza dolore ma con strascico. Dopo eri tu ma con meno preposizioni. Arrupignamento seguiva, arru arru, stringe-non-stringe, tutto fuori posto ma con convinzione. Se poi qualcuno lugriva, lugri lugri, ecco il botallo. Botallava prima, botallava dopo, botallava a vuoto. Subito criventava qualcosa, criv crav, un’idea forse utile, forse no, sparita.

Il Lonfo cattivo no, ma ammargelluto sì, ammargelluto a onde. Trombazziava prum pram, suoni non scelti. Beteava sillabe in prova, ba te bo tu, zugghiava gesti senza finale. La foncaggine faceva gisbuto a intermittenza, gisb gisb, sapienza che non insegna ma sfianca. Tutti uscivano stanchi e convinti di aver capito.

Poi veniva il gniffo. Affarferlo? Impulso. Controllo? Forse. Il Lonfo zuto, zutissimo, faceva la quiete finta. Poi alloppo! Alloppava fuori scala, troppo, troppo poco, male. Sbernecchiatura seguiva, sber sber, tutto disordinato e definitivo. Restava accazzarlo, acca zac, gesto inutile ma conclusivo. Il Lonfo delonfava, lonf lonf, e tornava dove non stava mai: nel punto in cui la lingua smette di fare senso, si sgranchisce e rumoreggia da sola, senza spiegazioni e senza rimpianti.