Sto dalla parte dell’inquietudine, ma non come si sta da una parte politica o morale. Non perché l’inquietudine sia un valore in sé, né perché il tormento nobiliti automaticamente chi lo attraversa. Ci sto perché è l’unico luogo che non mi chiede di mentire, l’unico spazio in cui non devo fingere che le cose siano più semplici di quanto siano. Non cerco risposte che chiudono, risposte ben tornite, definitive, quelle che fanno sentire al sicuro chi le pronuncia. Cerco domande che resistono, che non si lasciano risolvere, che continuano a mordere anche dopo essere state formulate. Domande che non pacificano, ma tengono svegli.
La scrittura, per me, non è mai stata uno strumento di ordine. Diffido dell’ordine quando arriva troppo presto, quando si presenta come soluzione e non come risultato provvisorio. Scrivere non significa sistemare il mondo, né renderlo abitabile a tutti i costi; significa misurare il disordine senza voltare lo sguardo, accettare che faccia male, che non si lasci tradurre in un discorso pulito. Scrivo per restare dentro quella frizione, per non anestetizzarla con la forma. E quando la forma arriva, se arriva, deve portarsi addosso le crepe, le esitazioni, le scorie del pensiero che l’ha prodotta.
Non chiedo alla vita di essere gentile. La gentilezza, quando diventa un criterio assoluto, spesso è una forma di addomesticamento. Non chiedo nemmeno che sia giusta, o coerente, o sensata. Le chiedo di essere vera, anche quando la verità è scomoda, anche quando non offre rifugi. La verità che mi interessa non consola, non protegge, non salva. Ma accende qualcosa. Accende uno stato di allerta, una disponibilità all’ascolto, una vigilanza che impedisce di scivolare nella ripetizione delle idee ricevute.
So bene che l’equilibrio è una parola seducente. Ma so anche che, molto spesso, è il nome elegante di una rinuncia: rinuncia a vedere fino in fondo, rinuncia a spingersi dove il pensiero rischia di diventare personale, esposto, vulnerabile. Io preferisco l’attraversamento all’approdo, il movimento alla sistemazione, il rischio alla quiete. Non perché il rischio sia eroico, ma perché è l’unico modo che conosco per non trasformare l’esperienza in un resoconto morto.
Accetto che la verità non consoli. Accetto che non renda migliori, né più sereni. Accetto persino che non serva a nulla, nel senso utilitaristico del termine. Ma so che accende, e questo per me è sufficiente. Accende il desiderio di capire, di tornare sulle stesse cose da un’altra angolazione, di non accontentarsi della prima versione. E accendo anch’io, a mia volta, quando scrivo, quando penso, quando amo: non per illuminare, ma per non spegnermi.
E il dubbio che mi accompagna — quel chiedermi, con una regolarità quasi ossessiva, se non stia sbagliando tutto — non lo considero una debolezza. È il prezzo, e insieme la garanzia, di questa posizione. Chi sta davvero dalla parte della quiete raramente dubita. Chi abita l’inquietudine, invece, sa che il dubbio non è un incidente di percorso, ma il segno più chiaro di essere ancora in movimento.