venerdì 2 gennaio 2026

Berdash

(dal diario)

Scrivo perché altrimenti le cose si confondono. Scrivo per tenerle ferme. Qui tutto tende a sfuggire: il freddo, gli uomini, le alleanze. Se non si annota, si perde. È per questo che apro il diario anche oggi, 2 gennaio 1801. Non c’è nulla di speciale, in apparenza. Ma qualcosa disturba l’ordine consueto.

È il figlio di Sucrie.

Lo vedo muoversi nel campo con una familiarità che non mi piace. Non perché sia insolente, ma perché non occupa il posto che gli spetterebbe. Il corpo è maschile, questo è certo. Non c’è ambiguità su questo punto. È il resto che non torna. Gli abiti, innanzitutto. Non sono quelli di un uomo. I gesti seguono un’altra logica. Non ostenta nulla, ed è forse questo a rendere la cosa più irritante: non sembra sapere di essere fuori posto.

Vive come una donna. È il modo più semplice per dirlo. È anche il più corretto, per quanto mi riguarda. Le donne svolgono certe attività, occupano certi spazi, adottano certe posture. Lui fa lo stesso. Non vedo perché servano altre spiegazioni. Le cose sono ciò che sono.

E tuttavia non è debole. Me ne accorgo quasi controvoglia. C’è forza nel corpo, una resistenza che non posso negare. L’ho visto affrontare la fatica senza lamentarsi, muoversi con decisione quando altri esitavano. Questa contraddizione non mi è gradita. Complica inutilmente ciò che dovrebbe essere semplice.

Scrivo berdache. Il termine è impreciso, ma funziona. È già stato usato per casi simili. Non mi interessa scavare oltre. Non sono qui per occuparmi delle stranezze di questo popolo, ma per attraversare il territorio, commerciare, riportare informazioni utili. Questa è solo una nota marginale. Una curiosità, se vogliamo.

Sucrie osserva il figlio con un’attenzione che interpreto come disappunto. È un capo, e come tale comprende l’importanza della continuità. Un figlio dovrebbe essere un’estensione del comando, non una deviazione. Ho annotato che non riesce a convincerlo a comportarsi come un uomo. La frase mi sembra adeguata. Non vedo alternative.

Non mi soffermo su ciò che Sucrie prova davvero. Non mi riguarda. Le motivazioni intime non sono dati affidabili. Ciò che conta è il risultato: il figlio persiste nel suo comportamento. Non cambia. Non corregge se stesso.

Un mese fa è stato coinvolto in una rissa. Ha perso un occhio. Un colpo di clava. L’ho scritto così, senza aggiunte. Non è il primo a essere ferito, non sarà l’ultimo. La violenza qui è una costante, non un’eccezione. Non vedo motivo di attribuirle un significato ulteriore.

Continuo a osservarlo, ma senza interesse crescente. So già ciò che devo sapere. È un individuo che sfugge alla norma. L’ho segnalato. Basta questo. Non intendo chiedere il suo nome. I nomi servono quando si deve stabilire un rapporto, o quando una persona avrà un peso negli eventi. Questo non è il caso.

Ciò che non posso fare è fingere che non esista. Per questo lo scrivo. Per questo lo fisso sulla pagina. Non perché mi importi, ma perché l’anomalia, se non viene registrata, rischia di contaminare l’insieme.

Chi leggerà questo diario capirà. Non serviranno spiegazioni. Vedrà che anche qui, in luoghi lontani dall’Europa, esistono deviazioni, confusioni, mescolanze improprie. Nulla che cambi la sostanza delle cose.

Chiudo il quaderno. Il freddo aumenta. Il viaggio continua.
L’individuo resta dov’è, nel campo, nel suo ruolo ambiguo, nel suo silenzio.

(nota: Il testo che ho scritto non è una trascrizione o un resoconto fedele del diario del 2 gennaio 1801 di Alexander Henry, pubblicato da Elliott Coues nel 1897. Non poteva esserlo: non ho accesso diretto ai manoscritti originali né alla loro edizione critica.
Il testo è ispirato a eventi e descrizioni storiche, ma è fiction narrativa, con voce interna attribuita a Henry per effetto drammatico.)


Henry non scrive per capire. Scrive per fissare. Il 2 gennaio 1801 apre il diario come ogni altro giorno, con la stessa disposizione mentale con cui si conta, si misura, si possiede. Ciò che non rientra in questo gesto lo irrita. Non lo ferisce: lo disturba. È diverso.

Il figlio di Sucrie è già lì quando Henry lo nota. Non entra in scena: non è previsto. È presente come lo sono le cose che non chiedono autorizzazione. Il corpo non è ambiguo. È maschile. Su questo Henry non ha dubbi. È il resto a essere sbagliato.

Gli abiti sono sbagliati. I gesti sono sbagliati. La posizione nello spazio sociale è sbagliata. Henry li osserva con attenzione quasi clinica, come si guarda un errore che si ripete e che non si riesce a correggere. Non c’è empatia nello sguardo. C’è una curiosità fredda, irritata, che pretende una spiegazione e non la ottiene.

Scrive berdache. Non perché sia una parola giusta, ma perché è una parola disponibile. È già sporca, già compromessa, già carica di disprezzo. Funziona. Serve a mettere distanza. Serve a non chiedere altro.

Non gli interessa come quell’individuo venga chiamato dalla sua gente. Non gli interessa se abbia un ruolo preciso, un nome rituale, una funzione riconosciuta. Questo tipo di sapere non rientra nel progetto. Henry non è lì per ascoltare. È lì per attraversare.

Annota che vive come una donna. Lo scrive con la sicurezza di chi non mette in dubbio le proprie categorie. Non si chiede cosa significhi “vivere come una donna” in quel contesto. Traduce. Riduce. Trasporta tutto dentro un sistema che gli è familiare, anche quando quel sistema non regge.

La cosa che lo disorienta davvero non è la femminilità, ma la sua coesistenza con la forza. L’individuo non è fragile. Non è timoroso. Non si ritrae. Henry lo nota con fastidio. La forza, nel suo mondo, ha un solo luogo legittimo. Qui è fuori posto.

Il padre, Sucrie, entra nel racconto come un problema di disciplina. Henry scrive che non riesce a convincere il figlio a comportarsi come un uomo. La frase è semplice, lineare, violenta nella sua naturalezza. Non c’è spazio per alternative. O si è uomini nel modo corretto, o si è un errore persistente.

Henry non si chiede se quel “convincere” sia un’invenzione sua. Non si chiede se Sucrie provi vergogna, paura, affetto, rassegnazione. Traduce tutto in fallimento educativo. È il linguaggio del controllo che parla.

Poi la rissa. Il colpo. L’occhio perso. Henry registra il fatto come un incidente. Non lo collega a nulla. Non lo problematizza. Ma la ferita resta lì, muta, come una smentita del suo stesso distacco. Il corpo colpito non è un concetto. È un corpo che sanguina.

Non c’è redenzione in questo episodio. Nessuna elevazione simbolica. La violenza non è pedagogica, non è rituale. È solo violenza. E l’individuo non ne esce come martire, ma come corpo danneggiato che continua a esistere.

Henry non scrive altro. Non approfondisce. Non torna sull’argomento. Ha fatto il suo lavoro: ha nominato, classificato, archiviato. L’anomalia è stata segnalata. Il diario può proseguire.
È qui che la crudeltà si compie davvero. Non nell’insulto, non nel disprezzo esplicito, ma nella sottrazione di complessità. L’individuo viene ridotto a caso, a curiosità, a nota marginale. Il suo mondo resta intatto e invisibile, perché invisibile è ciò che non serve.

Molto tempo dopo, altri proveranno a riaprire quella ferita con parole nuove. Ma il testo di Henry resta così com’è: asciutto, impreciso, sufficiente a se stesso. E proprio per questo pericoloso. Perché mostra come la cancellazione possa avvenire senza odio, senza rumore, semplicemente continuando a scrivere come se nulla fosse.

Il figlio di Sucrie non scompare perché viene negato. Scompare perché viene ridotto. E ciò che resta di lui — un termine sbagliato, una ferita, una contraddizione non risolta — continua a esistere solo come attrito.

Non come esempio.

Non come lezione.

Come residuo.

(Allora entro fino in fondo nella soglia.
Il testo che segue non è più commento né ricostruzione: è attraversamento. La storia resta fedele ai dati, ma la voce scivola tra i corpi, il tempo si piega, la pagina smette di essere documento e diventa luogo.)

Il freddo non arriva mai di colpo. Si deposita. Entra nelle ossa prima che nel pensiero. Il 2 gennaio 1801 il mondo è bianco e duro, e il respiro si vede come una prova dell’esistenza. Alexander Henry scrive con le dita rigide, il polso lento. Ogni parola è un gesto che costa. Ma ciò che sta per fissare sulla pagina non è il gelo, né la fame, né il commercio delle pelli. È qualcosa che non sa se può essere trattenuto.

Lo vede da lontano, all’inizio, come si vedono le figure che non chiedono attenzione. Non avanza al centro, non occupa lo spazio del comando. Attraversa il campo con una naturalezza che non è sfida né sottomissione. È il figlio di Sucrie, qualcuno mormora. Ma quella filiazione non basta a spiegare ciò che Henry avverte come uno scarto, una deviazione impercettibile che rende il corpo visibile.

Non è il corpo in sé. È il modo in cui lo abita.

Henry osserva, e nel suo sguardo c’è già una frattura. Sa distinguere gli uomini dalle donne, sa riconoscere i ruoli, sa attribuire funzioni. È ciò che ha imparato a fare, ed è ciò che gli ha permesso di attraversare territori ostili senza perdersi. Ma qui la bussola gira a vuoto. Il corpo che vede non collabora.

Gli abiti non mentono, eppure non dicono tutto. I gesti sono precisi, misurati, non imitativi. Non c’è caricatura, non c’è teatralità. Nessuna richiesta di essere visto come altro. È semplicemente così. Come se il mondo lo avesse accolto in quella forma senza doverlo spiegare.

Henry cerca una parola. La trova troppo in fretta. Berdache. La scrive come si scrive una trincea: per non cadere. Non è una parola innocente. Viene da lontano, porta con sé altri giudizi, altri corpi giudicati. Ma è l’unica che ha. La pianta sulla pagina come un chiodo, sperando che tenga.

Eppure ciò che descrive continua a sfuggire.

Vive con le donne, lavora con loro, condivide spazi che Henry associa al femminile. Ma nessuno ride. Nessuno lo scaccia. Nessuno lo corregge apertamente. Il mondo intorno sembra sapere dove collocarlo, anche se Henry non lo sa. Ed è questo che lo inquieta di più: non l’eccezione, ma la normalità con cui l’eccezione viene accolta.

C’è forza, lo annota. Forza vera. Non simbolica. Mani capaci, corpo resistente. Quando serve, non si sottrae. Henry lo guarda e sente incrinarsi una certezza che non aveva mai messo in dubbio: che il coraggio appartenga a un solo modo di stare al mondo. La contraddizione non si risolve. Resta lì, come una fenditura.

Il padre, Sucrie, osserva più a lungo. Il suo sguardo non è quello di Henry. È più pesante, più antico. È lo sguardo di chi conosce il prezzo della continuità. Henry lo interpreta come frustrazione, come fallimento. Scrive che non riesce a convincere il figlio a comportarsi come un uomo. Ma non sa — non può sapere — cosa davvero passi tra quei due sguardi. Se sia rimprovero, timore, orgoglio, o semplicemente il dolore muto di vedere un figlio camminare su una strada che non si può proteggere.

Un mese prima, la clava. Il colpo. L’occhio che si spegne. Henry lo registra senza pathos. Ma la ferita resta. È una soglia anche quella: tra visibile e invisibile, tra ciò che il corpo perde e ciò che continua a vedere. Da allora, l’individuo guarda il mondo con una profondità diversa. Un occhio solo basta, quando si è imparato a stare tra le cose senza pretendere di possederle.

La violenza non spiega tutto, ma neppure può essere cancellata. Essere tra i mondi espone. Sempre. Anche quando c’è un posto. Anche quando c’è un nome — o l’assenza di un nome.

Henry e Thompson non chiedono come venga chiamato. O se lo fanno, non lo scrivono. E così il nome si perde, e con esso una parte essenziale dell’esistenza. Resta l’etichetta. Resta il segno coloniale. Ma sotto, come un sedimento che resiste, rimane la vita.
Il diario, che dovrebbe ordinare, qui vacilla. La frase “curioso composto tra un uomo e una donna” non è una definizione: è una confessione di impotenza. È il punto in cui il linguaggio si arresta, incapace di attraversare la soglia che ha davanti.

Molto tempo dopo, altre parole verranno forgiate. Two-Spirit, diranno, per riaprire un varco. Ma in questo inverno del 1801 quella parola non esiste. Esiste solo il corpo che cammina, lavora, resiste. Esiste una presenza che non chiede autorizzazione.

Poi il tempo avanza. Arrivano le croci, le regole, i binari. Ciò che non rientra viene forzato, piegato, cancellato. Le soglie vengono murate. Ma non tutte. Alcune restano, sottili, quasi invisibili, pronte a essere attraversate di nuovo.

E in una di queste soglie resta la figura senza nome del figlio di Sucrie. Non come simbolo, non come lezione, ma come vita vissuta. Una vita che ha abitato l’intervallo, che ha mostrato che il mondo non è fatto solo di lati opposti, ma di passaggi.

Henry chiude il diario. Il freddo resta. Ma qualcosa, sulla pagina, continua a respirare.