Nato nel 1832 a Daresbury, un villaggio del Cheshire che la memoria tende a immaginare quieto e ordinato come una miniatura pastorale, Lewis Carroll – all’anagrafe Charles Lutwidge Dodgson – appare fin dall’inizio come una figura scissa, duplicata, sdoppiata. Non solo per il gioco degli pseudonimi, ma per una frattura più profonda che attraversa tutta la sua esistenza: quella tra l’uomo rispettabile dell’Inghilterra vittoriana, il docente di matematica, il diacono anglicano, e il creatore di mondi dove la logica implode, il linguaggio si ribella e l’identità perde ogni contorno stabile. Carroll non è semplicemente un autore “per bambini” che la critica adulta ha imparato tardivamente a prendere sul serio; è uno dei punti in cui la cultura vittoriana mostra la propria crepa più eloquente, il luogo in cui l’ordine si riflette fino a diventare parodia di se stesso.
Ridurre Carroll al nonsense significa non vedere che il nonsense, in lui, non è evasione ma metodo. È una forma di pensiero portata al limite, una logica che si guarda allo specchio finché non diventa irriconoscibile. La sua opera nasce dentro una civiltà ossessionata dalla classificazione, dalla norma, dalla morale, dalla tassonomia dei comportamenti e dei saperi, e ne restituisce un’immagine deformata, quasi grottesca, come se il mondo vittoriano fosse stato infilato in una lente che ne ingrandisce le contraddizioni fino a farle esplodere. In questo senso Carroll è meno un eccentrico isolato e più un sintomo lucidissimo del suo tempo.
La sua vita si svolge sotto il segno di una disciplina severa. Cresciuto in una famiglia anglicana rigorosa, figlio di un padre predicatore, Carroll interiorizza fin da giovane un’idea di ordine morale e intellettuale che non abbandonerà mai del tutto. Oxford, Christ Church, la matematica: tutto concorre a costruire un’esistenza che dall’esterno appare irreprensibile, persino opaca. Eppure, proprio dentro questa opacità, qualcosa lavora in senso contrario. La matematica, per Carroll, non è solo rigore: è anche gioco, paradosso, piacere dell’enigma. Le sue opere logiche, oggi meno lette dei romanzi, rivelano un pensiero che ama portare le premesse fino alle loro conseguenze più assurde, come se il sistema, una volta rispettato fino in fondo, fosse costretto a confessare la propria arbitrarietà.
È in questo spazio che nascono “Alice nel paese delle meraviglie” e “Attraverso lo specchio”. Non semplici racconti fantastici, ma vere e proprie macchine filosofiche travestite da fiabe. Alice non è un’eroina nel senso tradizionale: è una bambina che osserva, che cade, che si smarrisce, che cambia dimensione senza mai padroneggiare davvero ciò che le accade. È una coscienza gettata in un mondo dove le regole esistono, ma non coincidono mai con ciò che promettono. Il tempo si ferma, le parole cambiano significato mentre vengono pronunciate, le identità si sfilacciano. Tutto accade secondo una logica ferrea, ma quella logica è incomprensibile dall’interno, come spesso accade nella vita reale.
Il “Paese delle Meraviglie” non è un altrove rassicurante: è un laboratorio di destabilizzazione. Carroll non invita il lettore a fuggire dal mondo, ma a diffidarne. Ogni figura di autorità – la Regina, il Re, i giudici, i maestri improvvisati – è ridicola, arbitraria, violenta nella sua incoerenza. È difficile non leggere in queste pagine una critica feroce, benché mascherata, alla rigidità delle strutture educative, morali e linguistiche dell’Inghilterra vittoriana. Il nonsense diventa così una forma di resistenza gentile, ma implacabile.
La poesia “Jabberwocky” rappresenta forse il punto più estremo di questa operazione. Qui il linguaggio si emancipa completamente dal dovere di significare in modo stabile, eppure continua a produrre senso. Il lettore comprende senza comprendere, riconosce senza poter tradurre. È una dimostrazione quasi crudele del fatto che il linguaggio non è uno strumento trasparente, ma una forza autonoma, capace di creare mondi anche quando sembra priva di appigli semantici. Carroll mostra che il significato non è qualcosa che precede le parole, ma qualcosa che accade dentro di esse, nel loro movimento, nella loro collisione.
Accanto allo scrittore e al logico, c’è il fotografo. Ed è qui che la figura di Carroll si fa più problematica, più esposta, più difficile da contenere in una narrazione pacificata. La fotografia, nella sua epoca, non è solo una tecnica: è una promessa di verità, di cattura dell’essenza. Carroll fotografa soprattutto bambine, e lo fa con una cura, una delicatezza, un’intensità che ancora oggi disorientano. Le immagini sono costruite, meditate, lontane dall’istantanea casuale. I soggetti sembrano sospesi in uno stato di concentrazione inquieta, come se la macchina fotografica fosse un varco verso un altrove silenzioso.
Alice Liddell diventa il centro simbolico di questa costellazione. Musa, amica, presenza ossessiva e insieme elusiva. Il legame tra Carroll e Alice è stato raccontato, smontato, difeso, accusato, reinterpretato infinite volte. Non esistono prove definitive di una trasgressione, ma esiste una densità affettiva che non può essere liquidata come innocente senza residui. Carroll sembra attratto da un’idea di infanzia come spazio assoluto, fuori dal tempo, fuori dal desiderio adulto così come viene codificato. È una fascinazione che può apparire oggi inquietante, ma che va compresa dentro il suo contesto e, soprattutto, dentro la sua ambiguità irrisolta.
Il celibato di Carroll, la sua distanza dalla sessualità adulta normata, la sua fedeltà quasi ossessiva a un’idea di purezza, non chiariscono il mistero: lo approfondiscono. Carroll non è una figura da assolvere o da condannare, ma da attraversare. La sua opera nasce proprio da questa tensione irrisolta, da questa impossibilità di coincidere pienamente con un ruolo, un’identità, un desiderio dichiarabile.
La morte, nel 1898, non chiude nulla. Carroll continua a operare come una forza sotterranea nella cultura moderna. Ogni volta che il linguaggio si incrina, che la logica si ripiega su se stessa, che l’infanzia smette di essere un luogo innocuo e diventa una domanda, Carroll è lì. La sua grandezza non sta nell’aver creato un mondo fantastico, ma nell’aver mostrato quanto il mondo reale sia già, di per sé, profondamente assurdo. E quanto sia necessario, per non soccombere, imparare a cadere come Alice: senza garanzie, senza mappe, con gli occhi spalancati.