È evidente come “Cent mille milliards de poèmes” non sia soltanto un libro che anticipa la letteratura digitale, ma una sorta di macchina concettuale che interroga il nostro rapporto con il senso, con la scelta e con il limite. La tecnologia, oggi, sembra aver reso finalmente “praticabile” ciò che nel 1961 era solo pensabile: algoritmi in grado di generare in pochi secondi migliaia di combinazioni testuali, programmi che rimescolano versi, parole, sintagmi, producendo flussi di linguaggio potenzialmente infiniti. Eppure, proprio in questo confronto, l’opera di Queneau conserva una sua irriducibile specificità. La sua non è un’automazione cieca, ma una costruzione artigianale, minuziosa, quasi ossessiva, in cui ogni verso è stato scritto sapendo che avrebbe dovuto convivere con tutti gli altri, in qualsiasi combinazione possibile.
C’è, in questo, una lezione che va oltre la letteratura sperimentale. Queneau dimostra che il vincolo non è un ostacolo alla libertà creativa, ma la sua condizione stessa. La rigidità del sonetto, la necessità della rima, la compatibilità metrica e semantica tra versi lontanissimi tra loro non riducono l’immaginazione, la costringono a un grado di precisione più alto. Ogni verso diventa una sorta di nodo, un punto di intersezione tra possibilità future, e la poesia non è più un oggetto finito, ma un sistema. Un sistema fragile e insieme potentissimo, in cui il senso emerge non dalla singola scelta, ma dalla rete di relazioni che quella scelta attiva.
“Cent mille milliards de poèmes” può essere letto anche come una riflessione sul destino della forma libro. Il libro, tradizionalmente, è un oggetto chiuso: ha un inizio, una fine, un ordine prestabilito. Queneau lo trasforma in un dispositivo aperto, in un oggetto che resiste alla lettura lineare e che, anzi, sembra sabotarla dall’interno. Ogni tentativo di “leggerlo tutto” si scontra con l’assurdità dei numeri, con l’impossibilità fisica e temporale del completamento. Il lettore è costretto ad accettare una perdita: non potrà mai possedere l’opera nella sua interezza. E proprio in questa rinuncia si apre lo spazio dell’esperienza autentica, del qui e ora della lettura, dell’unico sonetto che esiste davvero: quello che si sta leggendo in quel momento.
Questo introduce una dimensione quasi etica dell’opera. Queneau sembra dirci che il valore non sta nell’accumulazione, nella totalità, nella pretesa di esaurire il senso, ma nell’atto singolare, parziale, contingente. Ogni poesia scelta è una tra cento mila miliardi, e proprio per questo è irripetibile. Non perché sia “migliore” delle altre, ma perché è accaduta. È stata letta. Ha avuto luogo. In un’epoca ossessionata dall’archivio, dalla disponibilità infinita, dalla possibilità di accesso totale, questa lezione appare sorprendentemente attuale.
C’è poi un aspetto quasi metafisico, che spesso resta sullo sfondo ma che attraversa l’intera opera. L’idea che esistano miliardi di poesie già scritte, ma non ancora lette, introduce una vertigine simile a quella che si prova davanti a certi paradossi cosmologici. Come stelle che brillano in galassie irraggiungibili, queste poesie esistono in potenza, ma non entreranno mai nell’esperienza umana. La letteratura, così, smette di essere un archivio di testi e diventa un orizzonte di possibilità, un infinito silenzioso da cui emergono, di volta in volta, frammenti di senso.
In questo quadro, il ruolo del lettore assume una gravità nuova. Non è più soltanto colui che interpreta, ma colui che attualizza. Senza il gesto del lettore, la poesia resta muta, sospesa, come una partitura mai eseguita. Ogni lettura è un atto di incarnazione del linguaggio, una scelta che esclude tutte le altre, ma che proprio per questo dà forma al caos delle possibilità. Queneau, con apparente leggerezza, affida al lettore una responsabilità enorme: quella di far esistere il testo.
E forse è proprio questa la ragione per cui “Cent mille milliards de poèmes” continua a esercitare un fascino così persistente. Non perché prometta l’infinito, ma perché ci mette di fronte ai nostri limiti. Ci ricorda che non possiamo leggere tutto, sapere tutto, comprendere tutto. Ma possiamo leggere qualcosa. Possiamo scegliere un verso, poi un altro, e ascoltare ciò che accade tra di essi. In questo spazio minimo, fragile e irripetibile, la poesia continua a vivere.
Queneau, con il suo sorriso ironico e la sua precisione matematica, ci lascia così un’opera che è insieme un gioco, una sfida e una meditazione profonda sul senso stesso della creazione. Un libro che non chiede di essere finito, ma abitato. Un libro che non si consuma, ma si riattiva. Ogni volta diverso, ogni volta identico nella sua promessa: che il linguaggio, anche quando sembra esaurito, possiede ancora riserve di stupore. E che la poesia, lungi dall’essere un monumento immobile, è un organismo vivo, capace di moltiplicarsi oltre ogni misura umana, restando, paradossalmente, sempre a misura di una singola voce che legge.
Proseguendo ancora, “Cent mille milliards de poèmes” si rivela sempre più chiaramente come un’opera che non chiede di essere spiegata una volta per tutte, ma di essere continuamente ripensata. Ogni tentativo di descriverla sembra insufficiente, come se il testo critico, a sua volta, dovesse misurarsi con lo stesso paradosso che l’opera mette in scena: l’impossibilità di esaurire il campo delle possibilità. Parlare di Queneau significa accettare una scrittura che procede per approssimazioni, ritorni, deviazioni, perché l’oggetto di cui si parla è intrinsecamente mobile, instabile, refrattario a ogni sintesi definitiva.
L’opera non è soltanto una “anticipazione” della letteratura digitale o generativa, ma un dispositivo filosofico che riflette sulla condizione stessa del senso. Se esistono cento mila miliardi di poesie potenziali, ma solo una infinitesima parte potrà mai essere letta, allora il significato non coincide più con la totalità, ma con l’evento. Il senso non è ciò che sta lì, già dato, in attesa di essere scoperto; è ciò che accade quando una combinazione viene scelta, quando una sequenza di versi viene fatta emergere dal mare indistinto delle possibilità. La poesia, in Queneau, non precede la lettura: nasce con essa.
Questo spostamento ha conseguenze profonde sul modo in cui pensiamo l’opera letteraria. La tradizione ha spesso concepito il testo come un organismo chiuso, dotato di una sua coerenza interna che il lettore è chiamato a ricostruire o interpretare. Qui, invece, la coerenza è distribuita, diffusa, potenziale. Ogni singolo sonetto è coerente, sì, ma nessuno può pretendere di rappresentare l’opera nel suo insieme. L’insieme resta inattingibile, come una totalità astratta che esiste solo come calcolo, come cifra. È una totalità che si può enunciare matematicamente, ma non esperire. E questa distanza tra ciò che può essere pensato e ciò che può essere vissuto è uno dei nuclei più perturbanti del progetto di Queneau.
Il tempo smette di essere una semplice misura quantitativa e diventa una categoria poetica. I famosi “duecento milioni di anni” necessari per leggere tutte le combinazioni non sono un dato curioso, un aneddoto da citare con stupore: sono una figura concettuale. Introducono una temporalità che eccede radicalmente la scala umana, una durata che non può essere abitata, ma solo immaginata. La lettura, così, si colloca sempre contro uno sfondo di perdita: ogni poesia letta è accompagnata dalla consapevolezza di tutte quelle che non verranno mai lette. Il piacere del testo è inseparabile da una malinconia sottile, quasi cosmica.
Eppure, questa malinconia non ha nulla di paralizzante. Al contrario, restituisce valore al gesto minimo della lettura. Se non possiamo leggere tutto, allora ciò che leggiamo conta di più. Ogni sonetto scelto diventa una sorta di miracolo statistico, un incontro improbabile tra il lettore e una specifica configurazione di parole. In questo senso, l’opera di Queneau invita a una forma di attenzione radicale, a una presenza piena nel momento della lettura. Non c’è accumulazione possibile, non c’è progresso verso una fine: c’è solo l’intensità dell’istante.
Questa concezione ha anche una dimensione etica, quasi esistenziale. “Cent mille milliards de poèmes” sembra proporre un modello di rapporto con il mondo fondato sulla scelta consapevole e sull’accettazione del limite. Vivere, come leggere Queneau, significa muoversi in un campo di possibilità enormemente più vasto di quanto potremo mai attraversare. Ogni scelta implica una rinuncia, ogni percorso lascia inesplorate infinite alternative. L’opera non offre consolazione, ma lucidità: ci mostra che il senso non nasce dalla totalità, ma dalla fedeltà a ciò che si è scelto di vivere, di leggere, di ascoltare.
La materialità del libro, poi, rafforza ulteriormente questa riflessione. Le strisce di carta, che si sollevano e si combinano, rendono visibile ciò che normalmente resta astratto. Il gesto del lettore è un gesto fisico, quasi infantile, che richiama il gioco ma anche il montaggio, il lavoro manuale. Non si tratta di un testo che scorre davanti agli occhi, ma di un oggetto che chiede di essere manipolato. Questa dimensione tattile restituisce alla lettura una corporeità che spesso dimentichiamo, soprattutto oggi, nell’epoca degli schermi e della smaterializzazione.
E proprio per questo il confronto con il digitale è illuminante. Se i computer possono generare in un istante tutte le combinazioni di Queneau, ciò che manca loro è l’esperienza. La macchina può enumerare, ma non scegliere; può produrre, ma non abitare il tempo della lettura. L’opera di Queneau, pur essendo perfettamente traducibile in termini algoritmici, resiste a una riduzione puramente tecnica. Il suo cuore non è la quantità, ma la relazione tra quantità e coscienza, tra potenza e atto.
In questo senso, Queneau appare meno come un profeta della tecnologia e più come un pensatore del limite umano. La sua opera non celebra l’infinito come trionfo, ma lo mette in tensione con la finitezza. L’infinito non è qualcosa che possiamo possedere; è ciò che ci circonda, ci eccede, ci costringe a scegliere. La poesia diventa allora uno spazio privilegiato per pensare questa tensione, perché è il luogo in cui forma e libertà, regola e gioco, necessità e caso convivono senza annullarsi.
C’è infine un aspetto quasi silenzioso, ma decisivo, che attraversa “Cent mille milliards de poèmes”: l’idea che molte cose esistano senza mai essere viste, lette, ascoltate. In un mondo che tende a identificare l’esistenza con la visibilità, Queneau ci ricorda che la potenza del linguaggio supera infinitamente il suo uso effettivo. Le poesie non lette non sono un fallimento dell’opera, ma la sua condizione. Sono il segno che il linguaggio è sempre più grande di noi, che la creatività non si lascia esaurire dalle sue realizzazioni.
Da questa prospettiva, l’opera assume una dimensione quasi metafisica. Le poesie potenziali di Queneau abitano una sorta di spazio intermedio, tra l’essere e il non essere. Esistono come possibilità strutturate, come forme pronte a emergere, ma restano sospese finché qualcuno non le chiama all’esistenza con lo sguardo. È difficile non pensare, davanti a questo dispositivo, a una concezione del mondo in cui il reale stesso è intessuto di possibilità non attualizzate, di vite non vissute, di strade non percorse.
E così, tornando al lettore, si comprende come “Cent mille milliards de poèmes” non chieda competenza, né completezza, né fedeltà interpretativa. Chiede solo un gesto: scegliere, leggere, ascoltare. Accettare che quella scelta sia arbitraria, parziale, contingente. Accettare che non conduca a una verità ultima, ma a un’esperienza singolare. In questo senso, l’opera di Queneau non è un monumento, ma una soglia. Non un punto di arrivo, ma un invito continuo a entrare nel linguaggio come in uno spazio di possibilità condivise.
Alla fine, ciò che resta non è l’idea dell’infinito come vertigine astratta, ma l’infinito come sfondo discreto di ogni gesto finito. Ogni poesia letta, ogni combinazione scelta, ogni istante di attenzione diventa prezioso proprio perché non potrà essere ripetuto nello stesso modo. Queneau, con la sua ironia rigorosa e la sua immaginazione matematicamente sorvegliata, ci consegna un’opera che non smette di interrogarci: su cosa significhi leggere, creare, scegliere, vivere. Un’opera che, paradossalmente, proprio perché impossibile da esaurire, continua a offrirsi come una delle esperienze più radicali e umane della letteratura del Novecento.