sabato 17 gennaio 2026

Case, viaggi e fogli di giornale: l’Ettore Sottsass fotografo in mostra alla Triennale di Milano


C’è un Ettore Sottsass che il pubblico crede di conoscere molto bene: il designer iconico, il fondatore di Memphis, l’architetto che ha scardinato il razionalismo con il colore, l’autore di oggetti diventati totem del tardo Novecento. E poi c’è un Sottsass più silenzioso, laterale, apparentemente marginale, che osserva e registra senza l’urgenza di “progettare” nulla. È questo secondo Sottsass che la Triennale di Milano decide finalmente di mettere al centro, con una mostra che ha il coraggio di spostare l’attenzione dall’oggetto alla visione, dalla forma alla vita.

“Ettore Sottsass. Mise en scène” (fino al 15 febbraio) non è una mostra fotografica nel senso tradizionale del termine. Non lo è per quantità – circa 1.200 immagini –, non lo è per impostazione, e soprattutto non lo è per intenzione. Qui la fotografia non è mai autonoma, non è mai fine a se stessa, non ambisce allo statuto di opera definitiva. È piuttosto una pratica quotidiana, un gesto continuo, una forma di pensiero che passa attraverso l’occhio prima ancora che attraverso la mano. Sottsass fotografa come vive: senza separare, senza gerarchie, senza l’ossessione del capolavoro.

Il titolo, Mise en scène, è tutt’altro che ornamentale. Allude a una concezione profondamente teatrale dell’esistenza, in cui ogni luogo, ogni interno, ogni viaggio, ogni foglio di giornale diventa parte di una rappresentazione ininterrotta. Ma attenzione: non si tratta di messa in scena come artificio, bensì come consapevolezza. Sottsass sa che vivere significa sempre disporsi nello spazio, scegliere un punto di vista, abitare un tempo. La fotografia, per lui, è lo strumento più diretto per fissare questo atto di presenza.

La mostra copre un arco temporale che va dal 1976 al 2007, gli anni della maturità piena, quelli in cui Sottsass, liberatosi definitivamente dall’idea di carriera lineare, costruisce un’esistenza fatta di spostamenti, incontri, ritorni, frammenti. È anche il periodo del legame con Barbara Radice, figura centrale non solo nella sua vita affettiva ma nella costruzione del suo pensiero. Non a caso, è proprio Radice una delle curatrici dell’esposizione: il suo sguardo non è quello di chi ordina un archivio, ma di chi riconosce una traiettoria intima, una continuità emotiva.

Le immagini esposte non cercano mai l’effetto spettacolare. Al contrario, insistono su ciò che normalmente sfugge: una stanza disordinata, una finestra, un tavolo, un letto, un paesaggio visto di sfuggita, un volto colto senza posa. Le case hanno un ruolo centrale, ma non sono mai “case d’autore”. Sono luoghi abitati, attraversati, temporanei. Milano, Filicudi, le abitazioni americane, gli interni improvvisati durante i viaggi: tutto è registrato con lo stesso grado di attenzione. La casa non è un tema architettonico, ma una condizione esistenziale.

Accanto alle case, i viaggi. India, Iran, Siria, Stati Uniti, Polinesia, Europa: Sottsass attraversa il mondo senza mai adottare lo sguardo dell’esploratore o del turista. Non cerca l’esotico, non costruisce un racconto etnografico. Ciò che lo interessa è la continuità dell’esperienza umana: un muro, una strada, una folla, un deserto non sono “altro” rispetto a un interno milanese. Sono variazioni di uno stesso stare nello spazio. In questo senso, la fotografia diventa un linguaggio universale, capace di tenere insieme il vicino e il lontano senza enfasi.

Una sezione fondamentale della mostra è dedicata al rapporto tra fotografia e parola, in particolare alle celebri “Foto dal finestrino” pubblicate su Domus tra il 2004 e il 2006. Qui emerge con chiarezza come Sottsass concepisca l’immagine come parte di un discorso più ampio, mai autosufficiente. Le fotografie, spesso scattate in movimento, dal treno o dall’auto, vengono accompagnate da testi brevi, quasi aforistici, battuti su una Olivetti Valentine. Sono testi che non spiegano le immagini, ma le mettono in tensione, le spostano, le aprono.

Il foglio di giornale, allora, non è un semplice supporto editoriale. È uno spazio di pensiero, un luogo di passaggio tra l’intimità dello sguardo e la dimensione pubblica. Sottsass usa la pagina come usa la fotografia: per interrogarsi, per dubitare, per non chiudere mai il senso. In questo modo, la mostra alla Triennale diventa anche una riflessione sul rapporto tra immagine e comunicazione, tra progetto e racconto, tra vita privata e esposizione pubblica.

Dal punto di vista allestitivo, la scelta di evitare un percorso rigidamente cronologico è decisiva. Le immagini dialogano per affinità, per risonanza, per contrasto. Un interno domestico può trovarsi accanto a un paesaggio desertico; un volto amico può precedere una strada anonima. È un montaggio che ricorda più il cinema che l’archivio, più la memoria che la storia. E non è un caso: Sottsass ha sempre diffidato delle narrazioni lineari, preferendo le costellazioni, gli accumuli, le derive.

Quello che emerge con forza è un Sottsass profondamente anti-iconico. Non costruisce mai un’immagine di sé. Anzi, sembra costantemente sottrarsi, spostare l’attenzione altrove. Anche quando fotografa i propri spazi, lo fa senza alcuna volontà di monumentalizzazione. Le sue case non sono mai templi del design, ma luoghi fragili, in movimento, aperti. È una lezione preziosa, soprattutto oggi, in un’epoca ossessionata dall’autorialità e dall’autopromozione.

Il volume pubblicato in occasione della mostra, edito da Dario Cimorelli, non è un semplice catalogo ma un’estensione del progetto. I testi di Stefano Boeri, Christoph Radl, Micaela Sessa e Barbara Radice contribuiscono a costruire un ritratto complesso, che restituisce la fotografia di Sottsass come parte integrante del suo pensiero progettuale, non come attività accessoria. È un libro che si legge come si attraversa una casa: soffermandosi, tornando indietro, perdendosi.

La mostra alla Triennale non aggiunge semplicemente un tassello alla già vastissima bibliografia su Sottsass. Fa qualcosa di più rischioso e più necessario: smonta l’immagine consolidata del maestro per restituirne una presenza umana, vulnerabile, curiosa. Ci dice che Sottsass non ha mai progettato solo oggetti, ma situazioni, relazioni, modi di abitare il tempo. E che la fotografia è stata, per lui, uno degli strumenti più sinceri per farlo.
Uscendo dalla mostra, resta una sensazione rara: non quella di aver “visto” qualcosa, ma di aver condiviso uno sguardo. E forse è proprio questo il lascito più potente di Ettore Sottsass fotografo: insegnarci che guardare non significa possedere, ma restare in ascolto.