martedì 6 gennaio 2026

Nosferatu e l'ombra dentro di noi: Il mito del vampiro tra seduzione e paura


A più di un secolo dalla sua uscita, Nosferatu – Eine Symphonie des Grauens (1922) continua a esercitare un potere inquietante e seducente sul pubblico. Non è solo uno dei primi film horror della storia, ma una delle rarissime pellicole mute a rimanere radicata nell’immaginario collettivo, sfuggendo a quel destino di polverosa reliquia riservato a molte altre opere dell’epoca. Nosferatu non è un semplice classico da cineteca, non è il film che tiri fuori solo per impressionare i tuoi amici cinefili con citazioni esoteriche: è un’opera che vibra ancora di vita propria, capace di generare incubi e fascinazioni come il giorno della sua prima proiezione. E questo senza effetti speciali, senza CGI, solo con l’ombra lunga di Max Schreck che si staglia contro un muro. Un’ombra che ha attraversato il tempo.

Ma Nosferatu non è certo l’unico vampiro a essere sopravvissuto ai secoli. Dracula, il progenitore letterario di questa stirpe, continua a infestare schermi e pagine, in un eterno ritorno che non conosce requie. Il romanzo di Bram Stoker è uno dei testi più adattati della storia del cinema. Dalle versioni in bianco e nero fino ai blockbuster patinati, ogni regista sembra voler mettere la propria firma su questa storia immortale. E ogni volta il pubblico risponde, accorrendo in sala. Ma perché? Perché torniamo sempre a lui, al conte transilvano dai canini affilati, nonostante la trama sia nota, ripetuta fino alla nausea?

La domanda è lecita, perché, diciamolo, Stoker non è Poe. Non è Lovecraft. Non ha quell’aura di maestro assoluto della letteratura gotica. Eppure Dracula ha qualcosa che altri racconti dell’orrore non hanno: una persistente attualità, un potere simbolico che trascende l’epoca vittoriana in cui è nato. La risposta al mistero, come spesso accade, si nasconde nei dettagli.

Prendiamo ad esempio l’ultimo Nosferatu di Robert Eggers. Una delle prime scene mostra Ellen Hutter, la protagonista, che sussurra al vampiro: “Vieni da me.” Ecco la chiave. Il vampiro non irrompe nella tua vita sfondando la porta. Non ha bisogno di inseguirti tra i boschi con le fauci spalancate. Il vampiro aspetta. Si avvicina solo se lo inviti tu. Questo elemento, che può sembrare secondario, è in realtà il fulcro attorno a cui ruota tutto il mito. È presente in Stoker, in Murnau, in ogni rilettura moderna.

Il vampiro non è mai un predatore che irrompe nel nostro mondo: è una creatura che, come un’ombra, si fa strada lentamente, tessendo le sue trame fino a quando non cadiamo nella sua rete. E proprio questo aspetto della sua natura lo rende ancora più temibile. Il vampiro è il risultato di un nostro atto consapevole: noi lo chiamiamo, lo desideriamo, lo evociamo. Non è mai una minaccia che arriva inaspettata. C’è sempre una partecipazione attiva da parte della vittima, che lo invoca, che in qualche modo lo attira nella propria vita.

Questa dinamica non è solo narrativa, ma profondamente psicologica. Dracula non è un semplice mostro, un predatore che incombe dall’esterno. Dracula è quello che Jung chiamerebbe l’Ombra: la personificazione del nostro lato oscuro, delle pulsioni represse che la società ci insegna a nascondere. Quando il vampiro bussa alla porta, non è altro che la nostra parte inconscia che chiede di essere riconosciuta. Non è più il male esterno che dobbiamo temere, ma quello che alberga dentro di noi e che per tutta la vita abbiamo cercato di negare. Il vampiro è il nostro lato oscuro, quello che tentiamo di esorcizzare, ma che puntualmente ritorna a galla, pronto a reclamarci.

Bram Stoker, con una mossa astuta e innovativa, rinuncia alla narrazione onnisciente. Dracula non ci viene raccontato direttamente: lo scopriamo attraverso lettere, diari, articoli di giornale. È un gioco di specchi. Ogni personaggio ci offre la propria visione del conte, filtrata dalle sue paure e dai suoi desideri. Il vampiro non ha mai una voce propria, esiste solo nei riflessi di chi lo incontra. Ogni interpretazione che ci viene offerta di lui non è che un filtro soggettivo, e questo ci costringe a riflettere su come anche noi stessi interpretiamo e vediamo la nostra ombra. I protagonisti del romanzo sono l’incarnazione dei valori vittoriani: uomini d’onore, donne caste, tutti uniti nel nome della rispettabilità. Ma appena Dracula entra nelle loro vite, il loro equilibrio crolla. Il conte non è solo una minaccia esterna, è una forza destabilizzante che risveglia in loro desideri proibiti e passioni nascoste. È il male che richiama il male, la tentazione che svela ciò che si è cercato di reprimere. I personaggi più integri, quelli che incarnano la virtù e l’ordine, sono proprio quelli che cadono più facilmente nella trappola del vampiro, e questo ci fa capire che in fondo, ognuno di noi è più vicino alla bestia di quanto vorremmo ammettere.

Uno degli episodi più emblematici è quello in cui Van Helsing ipnotizza Mina Harker per scoprire dove si nasconda Dracula. Sotto ipnosi, Mina parla con la voce del vampiro. È una scena potente, che suggella l’idea che Dracula non sia solo un nemico da combattere, ma una presenza che si insinua dentro di noi, un’ombra che ci abita. Chiunque abbia provato l’ipnosi (o semplicemente l’autoanalisi più profonda) sa bene che quando la maschera pubblica cade, ciò che emerge è spesso sconvolgente. Non siamo mai completamente noi stessi, mai del tutto sotto il nostro controllo. La mente umana è un territorio ampio e complesso, e ciò che giace al di sotto della superficie è tanto misterioso quanto inquietante. Il vampiro, quindi, non è un’entità separata: è parte integrante della nostra stessa natura. Ciò che ci spaventa di lui non è solo il suo aspetto fisico, ma la sua capacità di accedere a quelle parti oscure di noi che temiamo e che non vogliamo riconoscere.

C’è un altro aspetto fondamentale in Dracula: la critica feroce alla società vittoriana. L’Inghilterra dell’epoca si presentava al mondo come il faro della civiltà, ma sotto la superficie ribolliva un universo di ipocrisia e repressione. L’apparente purezza dei protagonisti di Dracula si sgretola appena il conte transilvano appare sulla scena. La loro ossessione per il conte non è solo paura, ma una forma di attrazione. Dracula, con la sua carica erotica e predatoria, scoperchia quella Londra segreta, fatta di bordelli, di piaceri nascosti e di paure represse. Non a caso, il romanzo esce solo pochi anni dopo i delitti di Jack lo Squartatore, il mostro reale che aveva scosso l’Inghilterra vittoriana fino alle fondamenta. Dracula è il segreto che la società non vuole vedere, ma che è sempre stato lì, dietro la facciata di perbenismo.

Se Stoker racconta il tramonto dell’Impero Britannico, Nosferatu di Murnau si cala in un’Europa diversa, ma altrettanto fragile. Il film viene girato nella Repubblica di Weimar, in un clima di instabilità e decadenza. Orlok, la versione cinematografica del conte Dracula, non porta solo la morte, ma la peste. È un rimando diretto alla pandemia di influenza spagnola che aveva devastato l’Europa pochi anni prima. Ma c’è di più. Nosferatu esce nel 1922, esattamente un anno dopo la presa del potere di Mussolini e poco prima che Adolf Hitler tenti il colpo di stato a Monaco. L’ombra di Orlok che si staglia sui muri di Weimar sembra quasi profetica: un mostro è stato evocato e sta per scendere sull’Europa. La storia di Nosferatu non è solo un racconto di paura, ma una rappresentazione visiva della paura stessa, una riflessione sul lato oscuro della storia che si prepara ad abbatterci.

Non si può ignorare l’elemento erotico che attraversa il mito del vampiro. Dracula e Nosferatu non amano, possiedono. Eppure, anche in questo, la preda è sempre complice. Mina Harker, Lucy Westenra, Ellen Hutter: tutte invocano il vampiro prima di esserne sopraffatte. L’erotismo di Dracula è un erotismo oscuro, fatto di predazione e sottomissione. Non c’è spazio per l’amore romantico, ma per il desiderio primitivo che non fa distinzioni tra piacere e dolore. Eppure, anche se il vampiro può sembrare un simbolo di perversione sessuale, in realtà il suo significato va ben oltre. Non si tratta solo di erotismo, ma di un eros che si mescola con la morte, la violenza e la negazione della vita. Il vampiro non ama nel senso umano del termine, ma possiede l’altro come una preda, consumandolo non solo fisicamente ma anche spiritualmente. È un atto di sottomissione e dominio che mette in luce una verità disturbante: il desiderio è sempre legato alla perdita di controllo. In questo modo, il vampiro diventa un simbolo della nostra paura di cedere completamente al nostro lato oscuro, di abbandonare ogni maschera e di entrare in contatto con una parte di noi stessi che non siamo mai pronti ad accettare.

L’elemento della morte, poi, è imprescindibile. La figura del vampiro, che non invecchia mai, che vive al di fuori delle leggi naturali, rappresenta la negazione della morte, il rifiuto del destino finale che tutti, in quanto esseri umani, siamo costretti a fronteggiare. La sua eternità è una maledizione: vivere per sempre significa essere condannati a un'esistenza vuota, in cui il mondo scorre inesorabilmente senza che il vampiro possa davvero appartenere a nessun altro, in cui l’esperienza della vita e della morte sfuma in un’unica, infinita noia. La maledizione del vampiro, quindi, è anche un monito per noi: desiderare l’immortalità significa perdere quella scintilla di umanità che ci rende vivi.

Nel finale di Nosferatu, Murnau aggiunge una variazione fondamentale rispetto alla narrazione di Stoker. Mentre in Dracula la lotta finale è più fisica e violenta, con l’uccisione del mostro, nel film di Murnau il gesto finale della protagonista, Ellen, che chiama il vampiro per farsi distruggere, assume una valenza diversa. Ella non cerca di combattere Orlok, ma di annientarlo attraverso il sacrificio, accogliendo la morte in cambio della liberazione dell’umanità. La scelta della morte volontaria, la sua chiamata al vampiro, non è un atto di paura, ma di accettazione e di coraggio. Ellen si offre al mostro, e in questa offerta il vampiro trova la sua fine. La morte che il vampiro porta con sé non è solo la fine della vita fisica, ma anche la fine di una condizione di tormento eterno. La protagonista di Murnau sembra comprendere una verità profonda: per sconfiggere l’oscurità, non basta combatterla. A volte, bisogna essere disposti a sacrificarsi, a sacrificare quella parte di noi che è più vulnerabile e fragile, per liberare il mondo da quella forza che ci corrompe.

Il mito del vampiro, quindi, non è solo una storia di orrore. È una storia di lotta contro la nostra parte più oscura, un viaggio psicologico che ci costringe a confrontarci con le nostre paure più profonde. Ogni adattamento cinematografico, ogni nuova incarnazione del mito, ripropone questo stesso interrogativo: come possiamo riconoscere e affrontare l’ombra che ci abita? Il vampiro è una figura ambigua, seducente e spaventosa, che rappresenta tanto il nostro desiderio di potere e immortalità quanto la nostra paura di perdere ciò che siamo. Ed è proprio questa ambiguità che rende il mito del vampiro eterno, in grado di resistere alle mode e ai cambiamenti del tempo.

Il vampiro sopravvive perché è una metafora perfetta della nostra esistenza. È un mostro che, pur respingendo ogni nostra spinta razionale, ci attrae irresistibilmente. Perché, in fondo, tutti noi siamo un po’ vampiri: siamo in lotta con la nostra ombra, con il nostro lato oscuro che, a volte, siamo tentati di evocare. Ogni volta che chiamiamo un nostro desiderio proibito, ogni volta che lasciamo che l’oscurità ci guidi, in un certo senso stiamo chiamando il nostro Nosferatu personale. Il vampiro è una parte di noi, un simbolo della nostra costante lotta tra luce e ombra, tra il desiderio di vivere pienamente e la paura di perdersi nel buio.

Questo è il motivo per cui il mito del vampiro resiste così a lungo. Non è solo una storia di mostri, sangue e terrore. È la nostra storia, la storia di chi cerca di sfuggire alle proprie paure, ma si accorge che non può mai fuggire completamente da se stesso. Il vampiro ci insegna che, per quanto possiamo tentare di esorcizzarlo, ciò che ci spaventa di più non è mai lontano da noi. È dentro di noi. E forse, la vera sfida non è sconfiggere il vampiro, ma imparare a convivere con lui, a riconoscere quella parte oscura che ci definisce, senza lasciarsi sopraffare.