lunedì 5 gennaio 2026

Orgasmica (nuova versione 2026)


Non è dal corpo che bisogna cominciare, ma dal sospetto. Dal momento esatto in cui si insinua l’idea che ciò che chiamiamo normalità sia soltanto una costruzione fragile, tenuta insieme da convenzioni, paure condivise e da una diffidenza strutturale verso tutto ciò che pulsa, vibra, eccede. Ogni riflessione autentica sulla condizione umana nasce lì: da una frattura iniziale, da un dubbio che non può più essere ricucito senza menzogna.

Ogni tentativo serio di studiare l’essere umano, quando non si limita a rassicurare ma osa interrogare, diventa immediatamente una minaccia. Non tanto per l’ordine sociale quanto per l’orgoglio individuale, per quel fragile narcisismo dietro cui l’animale umano si protegge dalla propria esposizione. Il pregiudizio non è altro che una corazza: serve a evitare lo sguardo diretto sulla nudità, che non è mai soltanto fisica, ma mentale, emotiva, ontologica.

In quel tempo vivevo con un amico, e oggi mi accorgo che la convivenza non fu un semplice fatto pratico, ma l’innesco di un esperimento. Non ce ne rendemmo conto subito. Le cose accadono sempre prima di trovare un nome. A un certo punto, quasi senza discuterne davvero, decidemmo di costruire un piccolo appartamento. Non era una fuga dalla società, né un progetto utopico dichiarato. Era piuttosto una necessità, come quando il corpo si sposta prima che la mente abbia formulato la ragione.

Davanti a casa c’era molto terreno, uno spazio che per altri sarebbe stato solo vuoto, per noi era disponibilità. C’era posto sufficiente per immaginare una struttura autonoma, separata ma non isolata. Io, nel frattempo, ero immerso in una sorta di intossicazione da sesso: non un eccesso festoso, ma una saturazione, un sovraccarico di stimoli e desideri non metabolizzati. Il desiderio non elaborato diventa rumore di fondo, interferenza continua.

L’appartamento nacque così, come risposta architettonica a uno stato corporeo. All’interno sistemammo subito un vecchio congelatore, abbastanza grande da contenere provviste per mesi. Volevamo ridurre al minimo le interruzioni, sospendere la dipendenza dal ritmo esterno. Conservare il cibo significava conservare energia, proteggere tempo, sottrarre il corpo alla continua negoziazione con la necessità.

Il piacere, in quegli anni, mi appariva sempre più come un fenomeno economico: oscillazioni, picchi, crolli. C’è un orgasmo che cresce come un titolo in ascesa, sostenuto dall’euforia e dall’attesa, e ce n’è un altro che collassa improvvisamente, lasciando una sensazione di perdita, di fallimento intimo. Non tutto ciò che scarica libera. Alcuni orgasmi somigliano a crisi finanziarie personali.

So bene che ciò che scrivo potrebbe essere liquidato come finzione, e in parte lo è. Ma la finzione, quando non mente a sé stessa, è uno strumento di precisione. Serve a dire ciò che il linguaggio ufficiale non sa ancora maneggiare. In questo senso, la verità non precede mai il racconto: lo segue.

La mia idea di malattia, già allora, si stava allontanando dalle definizioni cliniche. Pensavo alla malattia come a una caduta di tensione, a un cedimento della carica elettrica che attraversa le cellule. Non una colpa, non un nemico, ma un’interruzione. Il corpo come circuito: se il flusso si blocca, il sistema entra in crisi.

Costruimmo la casetta lentamente, con materiali poveri ma scelti con attenzione. Doveva contenere l’essenziale: pochi oggetti, nessun ornamento superfluo. L’interno venne rivestito di sughero e metallo galvanizzato. Isolamento e riflessione, assorbimento e ritorno. Non volevamo comfort, volevamo risposta.

Quello spazio non era una casa nel senso consueto. Era un dispositivo abitabile, una macchina sensibile. Lo assemblammo come un loft, senza separazioni funzionali nette. Il desiderio non rispetta la pianta catastale.

Ogni sera il mio amico compiva un gesto che, col tempo, assunse un valore quasi paradigmatico. Si spogliava, si stendeva sul pavimento di sughero e raggiungeva l’orgasmo senza usare le mani. Non c’era spettacolo, né compiacimento. Era una dimostrazione silenziosa: il corpo, se non ostacolato, sa.
Era potente, sì, ma soprattutto era esatto. Funzionava. E questo bastava a mettere in crisi qualsiasi discorso moralizzante.

L’appartamento fu completato all’inizio dell’anno. All’esterno, il mondo continuava a ignorarlo. O quasi. La gente del posto osservava da lontano, mormorava, inventava. “Stregoneria” era la parola che circolava. Ogni pratica che non si lascia classificare viene subito spinta nel campo dell’irrazionale.

La struttura principale era una scatola di legno alta poco più di due metri. Il nostro open space. Il centro. Accanto, costruimmo una seconda unità, più piccola, destinata ai bisogni fisiologici. Comunicava con la prima tramite un grande tubo recuperato in discarica, rivestito di strati di sughero per attutire i rumori. Anche l’eliminazione faceva parte del sistema: nulla doveva essere espulso simbolicamente.

Le voci si moltiplicarono. Orge, depravazione, maschi depressi. La fantasia collettiva è sempre più estrema della realtà. In verità, l’effetto principale di quello spazio era la concentrazione. Un’intensificazione della percezione, non una dispersione.

Pensai allora di rendere l’appartamento ancora più “organico”. Usammo legno grezzo, foglie, rami di bosso fissati sul tetto. Come se la struttura dovesse dialogare con qualcosa di più antico della cultura.

Sono sempre stato convinto che ogni scelta terapeutica debba appartenere a chi la vive. Il consenso non è una formalità, è la condizione stessa dell’efficacia. Nessuna cura imposta cura davvero.

Mi chiesi se l’energia prodotta in quello spazio potesse essere concentrata, direzionata. Se potesse contrastare l’ansia sistemica di una società che trasforma il desiderio in colpa e blocca ogni ricerca autentica sui fenomeni sessuali per paura di perdere il controllo.

Non ho mai ritenuto quella terapia pericolosa. Al contrario, la consideravo compatibile con qualsiasi altra. Il suo problema era l’impossibilità di essere normalizzata.

Le pellicce di lapin, stese all’interno e all’esterno, trasformavano l’appartamento in qualcosa di apertamente surrealista. Un oggetto abitabile, un’installazione involontaria.

Ogni giorno passavo lunghi minuti in meditazione lì dentro. Avevo la sensazione, forse ingenua ma persistente, di ridurre la probabilità di malattia non solo per me, ma per ciò che mi circondava.

Qualcuno venne a visitare il luogo, ma nessuno entrò davvero. La soglia era un limite simbolico.

Pensai che una forma piramidale, l’uso di acciaio magnetizzato, avrebbe potuto amplificare ulteriormente l’effetto. La forma non è mai neutra: orienta, concentra, devia.

Sono convinto che una stanza orgasmica possa essere utile soprattutto nei momenti sospesi: tra una diagnosi e un intervento, quando l’attesa diventa corrosiva. In quel tempo morto, il corpo ha bisogno di restare vivo.

Anni dopo, vivendo altrove, in una casa precaria su un terreno instabile, quell’esperienza continuava a funzionare come riferimento interno. Non si torna mai davvero indietro da certi luoghi.

L’establishment medico rifiutò quella possibilità senza argomentare. Nessuno sostenne l’uso preventivo della terapia orgasmica. Prevenire significa togliere potere al sistema della cura.

Escludendo anche solo l’ipotesi, le autorità si sono assunte una responsabilità pesante. Oggi, mentre alcune ricerche indipendenti iniziano a confermare intuizioni simili, quel rifiuto appare ancora più miope.

Se una piramide può rallentare la putrefazione della carne, allora la forma può influire sulla materia viva. Non è misticismo: è struttura.
Il mio desiderio resta quello di applicare davvero il metodo scientifico ai fenomeni sessuali. Misurare la carica elettrica dell’orgasmo, metterla in relazione con l’esperienza soggettiva. Tenere insieme dato e sensazione. Solo così, forse, potremo smettere di temere ciò che ci attraversa e iniziare a comprenderlo senza vergogna.