Ci sono libri che promettono viaggi in terre sconosciute, e poi ci sono libri che promettono viaggi in mondi inventati con tale perizia da sembrare reali. City di Alessandro Baricco appartiene decisamente alla seconda categoria. Fin dalle prime pagine, il lettore si trova immerso in un paesaggio che ricorda l’America dei telefilm degli anni Ottanta: lunghe strade asfaltate sotto un sole eccessivamente luminoso, supermercati che si susseguono come fotogrammi replicati, personaggi che parlano una lingua costruita per suonare “vera” ma che, a uno sguardo più attento, si rivela un patchwork di slang, modi di dire turistici e fraseologia da manuale. Il risultato è uno straniante senso di déjà vu: si cammina in uno spazio narrativo che sembra familiare e insieme profondamente innaturale, come muoversi all’interno di un set cinematografico senza sapere di essere osservati.
Baricco sceglie deliberatamente di voltare le spalle all’Italia: ai suoi borghi, alle piazze che sedimentano storia, alle chiese e ai vicoli che trasudano memoria. Non ci sono racconti di provincia, non c’è un realismo che possa fungere da ancora. L’Italia riaffiora solo per sbaglio: un litro al posto di un gallone, un metro che affiora tra le righe, un gol calcistico evocato come un souvenir narrativo. City non vuole radicarsi in un luogo riconoscibile, ma costruire un universo parallelo, sospeso tra sogno e artificio. Eppure questa sospensione genera un cortocircuito: il lettore riconosce continuamente i segni della realtà italiana che il romanzo tenta di espellere, e li percepisce come crepe, come dettagli stonati in un mondo che aspira a essere totalmente “americano”.
Lo stile si presenta come un esperimento apertamente postmoderno. Dialoghi spezzati, ellissi costanti, verbi che scompaiono, aggettivi elencati con la precisione di un inventario, locuzioni yankee inserite con insistenza, quasi a voler certificare un’autenticità linguistica. Baricco cerca la casualità, la spontaneità, l’immediatezza. Ma la spontaneità appare programmata, la leggerezza finisce per gravare sulla pagina. La prosa, così frammentata, si trasforma in un labirinto: il lettore è costretto a inseguire personaggi ed emozioni attraverso schegge di frasi, ritorni ossessivi, immagini reiterate, come se il libro fosse un caleidoscopio che ruota sempre sugli stessi frammenti. Il tentativo di rottura della narrazione tradizionale è evidente, ma spesso lo stile sembra reclamare il centro della scena, sovrastando la storia anziché servirla.
Dietro questa costruzione artificiosa si intravede un Baricco in tensione con la propria scrittura, come un pugile che cerca il colpo decisivo ma finisce per colpire il vuoto. I personaggi parlano una lingua di superficie, levigata, pensata per sembrare realistica eppure priva delle asperità della vita reale. Emozioni e desideri restano allo stadio di bozzetto, come figure collocate in un plastico: riconoscibili, ma mai davvero tridimensionali. La grammatica sembra sospendersi, i dialoghi si interrompono e riprendono senza continuità apparente, le frasi restano in bilico, e il lettore deve ricomporre un mosaico che non raggiunge mai una vera coerenza interna. Ne nasce un gioco di specchi in cui l’illusione di naturalezza nasconde un controllo rigoroso e una ricerca ossessiva dell’effetto.
Ma City non è solo una questione di stile. È anche un esercizio sul tempo e sulla memoria. La città, con le sue strade infinite e i suoi scorci perfettamente calibrati, è un luogo fuori dal tempo. I personaggi non invecchiano, i luoghi mutano appena, e tutto sembra ruotare intorno a una nostalgia senza radici, a un desiderio di leggerezza che finisce per soffocare ogni forma di autenticità. La narrazione si muove costantemente tra artificio e percezione, tra ciò che il lettore sa del mondo reale e la finzione impeccabile che gli viene offerta. È un universo costruito con cura quasi maniacale, ma che lascia sempre la sensazione di non poter essere realmente abitato.
I dialoghi rappresentano forse la prova più evidente di questa tensione. Spezzati, ellittici, sospesi, sembrano frammenti di conversazioni astratte dalla vita o, più spesso, esercizi di stile in cui il contenuto è subordinato alla forma. Ogni battuta sembra voler essere memorabile, ogni frase aspira a una brillantezza autonoma, ma spesso questa brillantezza resta fredda, priva di calore emotivo. I personaggi diventano così pedine all’interno di un congegno linguistico, e il lettore oscilla tra il piacere di riconoscerne la costruzione e la frustrazione di non riuscire a stabilire un vero contatto emotivo.
In definitiva, City è il viaggio in una città che non esiste, ma che Baricco edifica con tale dedizione da renderla credibile. È un laboratorio di linguaggio, un gioco continuo con la grammatica, un mondo sospeso tra sogno e artificio che chiama il lettore a partecipare, a ricostruire, a intuire. Eppure questa partecipazione non dissolve l’amarezza: resta la sensazione di aver inseguito un’illusione, di aver percorso strade eleganti ma vuote, di aver dialogato con figure che sembrano reali solo finché non si tenta di toccarle. L’esperienza è affascinante e frustrante insieme, un attraversamento di un universo perfettamente progettato ma impossibile da abitare, dove l’America è un miraggio e l’Italia riaffiora come un ricordo involontario.
E tuttavia, anche tra i difetti e le forzature, permane un’attrazione difficile da negare. Baricco osa, sperimenta, gioca apertamente con le forme, e in questo senso City funziona come un dispositivo critico, più che come un romanzo tradizionale. Ogni frase diventa una prova sul ritmo e sull’impatto della parola. Il libro non si limita a essere letto: chiede di essere attraversato, scomposto, osservato da angolazioni diverse, come un edificio di vetro che moltiplica i riflessi. La lettura si trasforma così in un’esperienza intellettuale più che emotiva, in cui il lettore scopre di essere parte integrante del meccanismo narrativo.
In ultima analisi, City resta sospeso tra fascinazione e frustrazione, tra seduzione e artificio, tra la promessa di leggerezza e una pesantezza stilistica che non si dissolve facilmente. È un libro che parla di illusioni, di città immaginarie, di mondi perfetti e fragili, e che lascia il lettore con una consapevolezza ambigua: quella di aver camminato dentro un sogno che sembrava reale, ma che non ha mai affondato le proprie radici nel mondo concreto. Un’opera che sfida, stanca, cattura e delude nello stesso gesto, confermandosi come uno dei lavori più sperimentali e controversi di Baricco.