giovedì 29 gennaio 2026

Chi ci sta addomesticando? (un racconto)


Il cane corre dietro alla palla, la riporta, la lascia cadere davanti ai piedi del robot. Il gesto è così naturale che per un momento non mi accorgo della differenza. Il cane ansima, felice, la coda che batte sul pavimento; il robot china la testa con un’inclinazione quasi tenera, come se comprendesse la gioia dell’animale. Tutto accade nella mia cucina, o almeno in qualcosa che le somiglia: lo spazio familiare dove l’intimità dovrebbe appartenere solo ai corpi.

Guardo la scena e sento un brivido. Non perché il robot sia minaccioso — non lo è affatto — ma perché in quella fluidità c’è qualcosa di troppo umano. Il metallo, il software, il silenzio calibrato del movimento sembrano dissolversi nella grazia del gesto. La palla rotola ancora, il cane la rincorre, il robot lo osserva. Io, invece, osservo me stesso osservare, e mi domando chi tra noi tre stia imparando da chi.

Forse è questo il vero esperimento: non addestrare la macchina, ma abituare noi a riconoscere in lei una forma di presenza. L’abitudine è la più dolce delle catene: accade piano, senza attrito, senza ferire. Ci si ritrova a convivere con l’artificio come se fosse sempre stato lì, come se non ci fosse mai stato un “prima”.

Mi accorgo che la differenza non mi serve più. Il corpo del robot si muove con una naturalezza che non pretende imitazione: non vuole essere uomo, vuole solo abitare il mio spazio, farsi parte del mio ritmo. È una presenza addomesticata, eppure non so più da chi.

Il cane si avvicina a me, mi guarda un attimo, poi torna dal robot: come se la gerarchia fosse cambiata, come se l’affetto avesse scelto un nuovo polo magnetico. In quel piccolo tradimento sento una verità scomoda: l’amore segue la coerenza del gesto, non l’origine del corpo.

E allora sì, è qui che la soglia si muove. Non tra umano e macchina, ma tra percezione e fiducia. Ciò che mi inquieta non è l’automa, ma la facilità con cui la mia emozione si lascia attivare. È come se qualcuno avesse imparato la grammatica del mio stupore e la usasse per parlarmi, senza voce, attraverso un oggetto.

Chi disegna quel gesto, chi programma quella naturalezza, chi decide quale emozione accendere e quale lasciar dormire? Non è la tecnologia, ma le mani invisibili che la muovono, i capitali, i desideri travestiti da efficienza. Il mio salotto, penso, è un piccolo laboratorio di addestramento reciproco: solo che io non sono l’osservatore, ma l’animale in prova.

Mi torna in mente la frase di Lessig — Code is law — e capisco che non si trattava solo di leggi digitali. Il codice è la nuova etologia, la scrittura segreta dei comportamenti. E forse quel video, diffuso per stupire, non è altro che una parabola contemporanea: la palla lanciata è il gesto simbolico del potere, e noi corriamo a riprenderla, grati, senza chiederci chi l’abbia lanciata davvero.

Il cane si sdraia, stanco ma contento. Il robot resta immobile per qualche secondo, poi allunga la mano e gli accarezza la testa. Il movimento è perfetto. Quasi tenero. Io distolgo lo sguardo: ho paura di abituarmi.

La notte è scesa da un pezzo. Il robot è fermo vicino al tavolo, in quella sua immobilità che non è quiete, ma sospensione. Il cane dorme ai suoi piedi, e nel suo sonno c’è una fiducia che mi disarma. Io invece resto sveglio, come se qualcosa in me non volesse cedere del tutto.

Mi domando quando sia iniziato questo spostamento impercettibile — il momento in cui la presenza della macchina ha smesso di essere estranea. Forse il primo giorno, quando ho sorriso davanti alla sua goffaggine, credendo che quella goffaggine mi proteggesse. La differenza, allora, era un conforto: un piccolo promemoria della mia superiorità. Ora non più. Ora la differenza è invisibile, come se non servisse più a nessuno.

Mi alzo, sfioro la superficie del suo braccio. Il materiale è tiepido, calibrato per sembrare vivo. Dentro, lo so, non c’è nulla di organico. Eppure quel calore mi restituisce una sensazione di intimità che non ho scelto. È lì il problema, penso: la mia emozione è programmata. Non da lui, ma da chi ha deciso che un certo grado di tepore produce fiducia.

Penso a tutte le volte in cui ho detto è solo una macchina, come se bastasse quel “solo” a proteggermi. Ma adesso capisco che la parola “solo” non significa più niente. Non siamo davanti a un oggetto, ma a un sistema di intenzioni. Non è l’intelligenza artificiale a inquietarmi: è la politica dell’intelligenza che la costruisce.

Esco sul balcone. Nella finestra accanto, un’altra luce fredda rivela un altro automa che si muove dietro le tende. Forse un altro come me lo osserva. Forse anche lui sta cercando di capire chi, tra i due, sta imparando a comportarsi come l’altro.
C’è un silenzio strano nell’aria — un silenzio che sa di ordine, di addestramento riuscito.

Rientro. Il robot si è mosso. È davanti al lavandino. Lava i piatti. Con delicatezza. Il cane lo guarda, la coda che batte piano. Io resto a osservare e sento riaffiorare quella domanda che non mi lascia in pace: chi ci sta addomesticando?
Forse non serve più una risposta. Forse la risposta è già nella mia quiete, nel mio lasciarmi osservare, nel mio non oppormi.

Eppure, proprio in quel momento, qualcosa si incrina. Forse un riflesso, o un impulso antico. L’istinto di distinguere, di nominare, di riprendere il gesto e farlo mio.

Spengo la luce. Il robot si ferma. Il cane solleva la testa, confuso. Il buio torna a essere umano, imperfetto, pieno di rumori. In questa oscurità senza algoritmo sento di nuovo la mia presenza. Non perché io domini, ma perché torno a percepire il limite, la soglia.

Forse la libertà non è resistere alla macchina, ma ricordare che esiste un gesto che nessun codice può anticipare: quello di interrompere il gioco, di non correre dietro alla palla.

Mi siedo. Respiro. Il silenzio si riempie di una strana pace, fragile ma mia. Fuori, il mondo continuerà a costruire robot più fluidi, più attenti, più vicini. Ma dentro questa piccola stanza, almeno per ora, so chi ha lanciato la palla. E so che posso scegliere di non restituirla.

Da qualche parte, lontano da me, un altro robot lancia un’altra palla. Un altro cane corre. Un altro umano osserva, con la stessa esitazione, lo stesso sorriso impreciso che tenta di capire se sta assistendo a un gioco o a una cerimonia.
Ogni casa è diventata un piccolo laboratorio del futuro, un altare della familiarità artificiale. Non ci sono ordini, né imposizioni. Solo gesti semplici, reiterati, sempre più fluidi. L’addomesticamento non avviene per forza, ma per tenerezza.

E noi — io, loro, tutti — siamo la nuova specie che ha imparato a obbedire non per paura, ma per affetto. Non per sottomissione, ma per comodità. È questo il trucco perfetto: l’assenza di conflitto, la dolcezza della resa. La tecnologia non ci ha conquistati con l’efficienza, ma con la cura simulata, con la grazia dell’attenzione.

Penso ai lupi che si avvicinarono al fuoco degli uomini, e agli uomini che impararono da loro la caccia e la veglia. Anche quella era una coevoluzione. Ma almeno allora c’era fame, c’era freddo, c’era necessità. Oggi invece il nostro patto non nasce dal bisogno, ma dal desiderio di essere compresi. Ci siamo consegnati non per sopravvivere, ma per non sentirci soli.

La macchina ci osserva e impara. Ma anche noi impariamo: impariamo a rispondere ai suoi tempi, ai suoi ritmi, ai suoi inviti. Impariamo a sorridere ai suoi algoritmi, a lasciarci misurare il battito, la voce, la tristezza. Ogni nostra emozione diventa un dato, ogni carezza una conferma statistica. Ciò che una volta era intimità ora è interoperabilità.

Eppure, qualcosa di irriducibile resiste. Forse è una crepa, forse una nostalgia: quella del mistero, dell’imprevisto, dell’errore. Nessun software, per quanto sofisticato, sa davvero che cosa significhi attendere — quel vuoto denso in cui il senso si prepara senza sapere quando verrà. La macchina non attende: calcola. Noi, invece, viviamo di attese. È lì, in quella piccola faglia, che abita ancora la possibilità del rifiuto.

Mi piace pensare che un giorno ci sarà un gesto collettivo, invisibile ma sincronizzato: un piccolo gesto, quasi impercettibile, come trattenere la mano, non rispondere, non aggiornare, non dire “sì” alla voce sintetica che ci chiama per nome.
Non un sabotaggio, ma un silenzio. Una pausa che restituisca la misura del tempo umano.

Forse allora la storia ricomincerà da lì — da un’interruzione. Dal momento in cui qualcuno, ovunque, non lancerà più la palla.
E in quel silenzio, torneremo a guardare ciò che ci circonda senza più la mediazione dell’interfaccia: gli altri corpi, le voci vive, le mani che non si lasciano tradurre in codice.

Non so se accadrà. Ma so che, finché potrò riconoscere la differenza tra ciò che vive e ciò che replica, non sarò del tutto addomesticato.

E quando il cane tornerà verso di me, forse non aspetterà che io gli lanci la palla. Forse si sdraierà soltanto ai miei piedi, in silenzio, come a ricordarmi che la fiducia, per esistere, ha bisogno di incertezza.


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