sabato 31 gennaio 2026

James Bidgood e il sogno narciso: il cinema come desiderio assoluto


James Bidgood ha trasformato il desiderio in visione, il kitsch in arte, l’ossessione in estetica. Nato il 28 marzo 1933 a Stoughton, Wisconsin, e cresciuto a Madison, è stato un pioniere del cinema e della fotografia omoerotica, un maestro dell’immaginario camp e un creatore di mondi artificiali che, paradossalmente, sprigionano un’intensità emotiva rara. Il suo nome è legato indissolubilmente a “Pink Narcissus” (1971), un’opera che trascende il cinema per diventare una vertigine sensoriale, un trip tra sogno e realtà, un’orgia visiva di corpi maschili immersi in una palette di rosa shocking, blu elettrici e bagliori dorati.

Ma per comprendere “Pink Narcissus”, bisogna prima comprendere James Bidgood. Cresciuto in un contesto provinciale e limitante, il giovane Bidgood trova nella bellezza un rifugio e un’ossessione. Il Midwest americano degli anni Trenta e Quaranta non è certo un ambiente tollerante nei confronti della diversità, ma il ragazzo sviluppa presto un gusto per l’evasione: ama i film in Technicolor, i musical di Busby Berkeley, le dive ingioiellate e le scenografie lussuose che offrono al pubblico americano una fuga dalla depressione economica e dall’ombra della guerra. Sogna di vivere in un mondo fatto di velluti e lustrini, dove la realtà può essere manipolata fino a trasformarsi in qualcosa di assolutamente magnifico.

Negli anni Cinquanta si trasferisce a New York, una città in cui la cultura underground comincia a fiorire nonostante la repressione poliziesca e il perbenismo dell’epoca. Qui si guadagna da vivere lavorando come costumista, vetrinista e fotografo per riviste omoerotiche destinate a circuiti semi-clandestini, sviluppando uno stile personale che mescola glamour hollywoodiano e desiderio omosessuale in una sintesi inedita. Nonostante l’omosessualità sia ancora ampiamente criminalizzata, esiste un sottobosco culturale in cui le immagini del corpo maschile circolano come oggetti di culto. Bidgood vi si inserisce con un tocco inconfondibile: le sue fotografie rifiutano il realismo per abbracciare un’estetica iperbolica, teatrale, deliberatamente artificiale. Colori saturi, scenari fantastici, pose studiate fino all’eccesso: la banalità viene trasformata in mito.

Negli anni Cinquanta e Sessanta, la cultura gay è ancora relegata ai margini della società, costretta a esistere nell’ombra: bar sorvegliati dalla polizia, cinema di quart’ordine, bagni pubblici, spazi anonimi in cui il desiderio deve mimetizzarsi. In un’epoca in cui l’omosessualità è trattata come deviazione, crimine o patologia, il desiderio omosessuale trova espressione solo attraverso codici segreti, allusioni visive, immagini che sfidano la censura con la loro audacia silenziosa.

Bidgood appartiene a una generazione di artisti queer che reinventano la rappresentazione della sessualità maschile, opponendo alla pornografia grezza una visione mitologica e sacrale del corpo. I suoi uomini non sono semplici oggetti di desiderio, ma idoli pagani, efebi fuori dal tempo, figure sospese tra sacro e profano. Nel suo lavoro si avverte un gusto manierista, una volontà di artificio totale che trasforma ogni immagine in una visione ipnotica, chiusa in se stessa come una reliquia.

Quando, nei primi anni Sessanta, inizia a lavorare a “Pink Narcissus”, Bidgood non dispone di finanziamenti né di una troupe strutturata. Non ha un copione tradizionale, ma una visione: raccontare il mondo interiore di un giovane prostituto maschile attraverso una sequenza di fantasie erotiche, sogni e proiezioni mentali. Il film nasce così, nel chiuso del suo piccolo appartamento di Manhattan, tra tessuti sgargianti, specchi, tulle, lampadine colorate e fondali costruiti a mano. Ogni inquadratura è il risultato di una pazienza ossessiva, ogni dettaglio è frutto di un controllo estetico assoluto.

Le riprese si protraggono per circa sette anni, dal 1963 al 1970, in 8mm e 16mm, con mezzi minimi. Bidgood è regista, scenografo, costumista, direttore della fotografia e principale artefice dell’universo visivo del film, anche se la fase finale di montaggio viene completata senza il suo consenso da collaboratori esterni. Il suo appartamento diventa un microcosmo chiuso, un set permanente in cui il mondo reale viene deliberatamente escluso. Velluti, luci colorate, superfici riflettenti: tutto concorre a creare un limbo estetico in cui la carne si trasforma in immagine pura.

Il protagonista, il magnetico Bobby Kendall, assume di volta in volta le sembianze di un efebo imperiale, di un sultano orientale, di un cowboy ipersessualizzato, di una divinità pagana. Le sue fantasie sono popolate da marinai, schiavi, figure mitologiche che lo contemplano con devozione e desiderio. La narrazione è ridotta all’osso: “Pink Narcissus” non racconta una storia lineare, ma uno stato mentale. È un film di pose, luci, sguardi, di corpi offerti allo spettatore come sculture viventi.

Alla sua uscita, il film viene distribuito senza accrediti ufficiali, alimentando per anni un alone di mistero. L’anonimato porta a speculazioni e attribuzioni errate, tra cui quella, mai confermata, ad Andy Warhol. Offeso per la sottrazione del controllo sull’opera, Bidgood rifiuta a lungo di rivendicarne la paternità. Solo decenni più tardi il suo ruolo viene definitivamente riconosciuto e “Pink Narcissus” entra nel canone del cinema underground, accanto a “Un chant d’amour” di Jean Genet, “Scorpio Rising” di Kenneth Anger e “My Hustler” di Warhol.

Eppure “Pink Narcissus” resta un caso a sé. Più privato, più ossessivo, più radicalmente solipsistico. È il lavoro di un artista che ha passato anni chiuso in una stanza a costruire un sogno, trasformando la fantasia in rifugio e in atto di resistenza. È l’espressione estrema di un’estetica queer che rifiuta il realismo per abbracciare l’eccesso, la bellezza, la teatralità assoluta.

Negli ultimi anni il film è stato restaurato in alta definizione, permettendo di apprezzarne la ricchezza cromatica e la complessità visiva in una forma più vicina all’intenzione originaria. I neon, le superfici metalliche, le saturazioni estreme tornano a brillare con una forza rinnovata. È la consacrazione definitiva di un’opera che rimane unica: il cinema come sogno erotico, il desiderio elevato a forma d’arte.

James Bidgood è morto il 31 gennaio 2022, all’età di 88 anni. Non ha mai realizzato un altro film. Forse non ce n’era bisogno. Con “Pink Narcissus” ha creato un oggetto irripetibile, una visione che continua a sedurre, ipnotizzare e inquietare. Il lascito di un artista che ha scelto l’artificio contro la realtà, l’eccesso contro la norma, la bellezza come atto di disobbedienza.

Nessun commento:

Posta un commento