C’è una stirpe silenziosa nella letteratura del Novecento — una genealogia discreta, fatta di uomini e donne che hanno scritto senza cercare di gridare più forte degli altri, che hanno scelto la seconda fila perché in essa si vede meglio il profilo delle cose, e perché in fondo sapevano che la profondità non ama le luci violente. Donald Windham appartiene a questo regno secondario e rivelatore, a questa razza di scrittori che hanno vissuto accanto ai giganti, contribuendo a costruirne il mito, ma senza mai volerne ereditare il trono. Un osservatore ravvicinato e ironico, un testimone che ha fatto del silenzio una postura etica e della discrezione una forma di resistenza.
Nato ad Atlanta nel 1920, in una Georgia ancora marcata dal segregazionismo e dalla rigida moralità del Sud protestante, Windham cresce in un ambiente dove il linguaggio è tanto un codice sociale quanto un’arma di sopravvivenza. La sua precoce attrazione per la letteratura è alimentata più dalla necessità di creare mondi alternativi che da una vocazione pubblica. Fin da ragazzo, scrivere diventa per lui un esercizio di libertà, ma anche un modo per nascondersi: la pagina è un rifugio, un teatro privato, un confessionale privo di penitenze.
Appena ventenne, si trasferisce a New York, come tanti giovani del Sud in fuga da una cultura asfittica, alla ricerca di una vita diversa, fatta di parole, corpi, visioni. È lì che avviene uno degli incontri che segnerà la sua vita: quello con Tennessee Williams, che ha nove anni più di lui e che è ancora ben lontano dal diventare l’autore di Un tram che si chiama desiderio o La gatta sul tetto che scotta. Williams, a quel tempo, è solo Tom: inquieto, omosessuale, povero, e profondamente affamato di bellezza. Tra i due nasce un’intimità fatta di tensione erotica trattenuta, di desideri comuni, di affinità regionali e di ambizioni letterarie. Ma soprattutto nasce una complicità intellettuale rara, che li porterà a tentare, senza successo, una prima collaborazione teatrale. Williams parte per Provincetown, dove cercherà rifugio e amanti; Windham resta a New York, tentando la strada della scrittura solitaria.
È da questa distanza, fisica e affettiva, che nasce il corpus più straordinario del loro sodalizio: le lettere. Lettere che attraversano venticinque anni di amicizia, condivisioni, silenzi, fratture. Pubblicate nel 1977 con il titolo Letters to Donald Windham, sono oggi considerate uno dei documenti più vivi e rivelatori del tormento creativo di Tennessee Williams. Lontane dalla costruzione artificiosa dell’autobiografia ufficiale (Memoirs, 1975), le lettere restituiscono il Williams più nudo e umano: insicuro, sarcastico, geniale, capriccioso, vulnerabile. Ma non meno importante è il ruolo di Windham come curatore, lettore, e in fondo demiurgo silenzioso di quella voce: le sue note, sobrie e illuminate, contestualizzano, chiariscono, ma soprattutto proteggono. È come se, pur sapendo di esporsi al rancore dell’amico, Windham avesse scelto di salvare il vero Williams da se stesso, donandogli una verità che nessuna autobiografia autorizzata avrebbe potuto raggiungere.
Naturalmente, quel gesto di amore editoriale fu anche una frattura. Tennessee non gli perdonò mai del tutto quella pubblicazione, che visse come una violazione, una specie di outing sentimentale. E tuttavia, per chi legge oggi, quelle lettere costituiscono la vera autobiografia del drammaturgo. E Windham, colui che le ha rese accessibili, diventa il biografo dell’invisibile, il custode dell’anima inquieta del suo amico. Un compito difficile, che richiede delicatezza, ma anche una certa dose di spietata onestà: quella che Windham dimostra in ogni riga.
Ma la vita e l’opera di Windham non si esauriscono certo in quel carteggio. Parallelamente, egli costruisce una carriera letteraria solitaria e coerente, lontana dalle mode e dalle pressioni editoriali. Il suo romanzo The Dog Star (La stella del cane), pubblicato nel 1950, è un esempio perfetto di come si possa scrivere di perdita e adolescenza senza sentimentalismi. Ambientato nella sua Atlanta natale, racconta la morte del fratello dell’autore in chiave fictionale, e lo fa con un linguaggio intimo, attraversato da una dolente grazia. Il libro viene accolto con entusiasmo da figure come Thomas Mann e André Gide — non semplici elogi, ma riconoscimenti che attestano la qualità della sua scrittura. Gide, in particolare, vede in Windham un moralista nel senso francese del termine: uno scrittore che osserva gli uomini senza compiacimento, ma con profonda empatia.
Seguono altri romanzi, come The Hero Continues (1960), forse ispirato alla figura tormentata di Williams, e Tanaquil (1972), in cui Windham si misura con l’ambigua bellezza del fotografo George Platt Lynes, suo amico e oggetto di sottile fascinazione. Ma è Two People (Due persone), pubblicato nel 1965, il suo libro più noto e discusso. Ambientato a Roma, racconta la relazione tra un uomo d’affari americano, sposato e di mezza età, e un giovane ragazzo italiano. Il romanzo, scritto con pudore e acume, esplora il divario culturale, il linguaggio dell’eros, la solitudine delle vite parallele. Non c’è pornografia, né provocazione, solo la consapevolezza dolorosa che l’amore, quando è diseguale, è destinato a consumarsi nella tensione.
Come memorialista, Windham raggiunge il vertice con Lost Friendships (1987), tradotto in Italia come Amicizie perdute. Il libro, costruito come un mosaico di ritratti, è in realtà un lungo addio a un’epoca e a una generazione. Vi compaiono Truman Capote — altro amico intimo, con cui mantenne un rapporto più stabile che con Williams —, ma anche Lincoln Kirstein, Pavel Tchelitchew, Paul Cadmus. Tutte figure liminali, spesso omosessuali, eccentriche, geniali. Windham le descrive senza retorica né mitizzazione, con la naturalezza di chi ha vissuto accanto a loro e ha condiviso le loro paure e speranze. È un libro struggente, scritto con lo stesso tono sommesso con cui uno racconta di una stanza che non c’è più. Il tempo, per Windham, non è mai solo cronologia: è una materia sensibile, un termometro del desiderio.
Se l’omosessualità è un tema che attraversa tutta la sua opera, non lo fa mai come dichiarazione identitaria, bensì come forma di conoscenza. I suoi personaggi sono spesso uomini in lotta con se stessi, con la società, con il bisogno d’amore. La loro omosessualità non è un’etichetta, ma una condizione esistenziale che li rende più acuti, più fragili, più capaci di vedere. Windham non scrive romanzi “a tema”: scrive del mondo, della sua bellezza e delle sue ombre, e accade che i suoi protagonisti amino persone del loro stesso sesso perché questo è, semplicemente, parte della verità.
Donald Windham muore a Manhattan nel 2010, all’età di 89 anni. Nessun clamore, nessun necrologio di prima pagina. Eppure, la sua figura continua a esercitare un fascino crescente, soprattutto presso chi cerca nella letteratura una voce non gridata. I suoi romanzi, i suoi memoir, la sua attività di editore e curatore, le sue amicizie brillano oggi come testimonianza di un altro modo di essere scrittore: non conquistare il mondo, ma osservarlo con lentezza, mettersi al suo fianco, raccontarlo con attenzione.
C’è una scena che potremmo immaginare per congedarci da lui. Una stanza al crepuscolo, una finestra su un giardino di Manhattan, un uomo anziano che rilegge una lettera ricevuta mezzo secolo prima. Non c’è nulla da correggere, nulla da modificare. Solo il tempo che passa, e la scrittura che lo trattiene. Forse questa è stata, per Donald Windham, la vera gloria: non essere un monumento, ma un’eco. Non brillare da solo, ma riflettere la luce degli altri — e farla apparire più vera.
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