Nato nel 1906 a Washington D.C., in un’America ancora profondamente segregata, Richard Bruce crebbe tra contraddizioni familiari e slanci visionari. Il padre, Richard H. Nugent Jr., e la madre, Pauline Minerva Bruce, erano membri della piccola borghesia nera della capitale americana, una classe emergente che coltivava sogni di rispettabilità sociale in una società che li voleva ancora ai margini. Da piccolo, Richard fu educato secondo i principi del decoro, della diligenza e della compostezza, ma qualcosa nel suo animo ribolliva in direzione contraria. Già durante gli anni scolastici alla Dunbar High School, mostrò inclinazioni artistiche che venivano viste con sospetto, quando non con aperta ostilità, da chi lo circondava. Ma fu proprio in questo contesto che imparò una prima, fondamentale lezione: l’identità non è mai un dato, è un campo di battaglia.
Dopo la morte del padre, Richard si trasferì a New York, la Mecca nera per antonomasia, il luogo dove, almeno in apparenza, i limiti razziali e sessuali sembravano poter essere sospesi, anche solo temporaneamente. Ma la madre, preoccupata per la sua scarsa propensione a trovare un impiego stabile e a conformarsi agli ideali borghesi di sicurezza economica, lo costrinse a tornare a Washington, a vivere con la nonna. Fu lì che Nugent affinò le sue strategie di sopravvivenza. Pur di poter continuare a sostenersi economicamente e dedicarsi all’arte, si finse bianco. Adottò il nome esotico e immaginifico di Ricardo Nugen di Dosocta, inventò un indirizzo fittizio alla legazione spagnola, e aggirò le barriere dell’apartheid con la maschera del cosmopolitismo. Non fu una rinuncia alla sua identità, ma un sabotaggio delle regole del gioco.
In questo periodo incontrò scrittori come Langston Hughes e Georgia Douglas Johnson. Le serate in casa Johnson erano celebri per essere cenacoli letterari informali, in cui giovani talenti si incontravano, leggevano le proprie poesie, discutevano di politica, d’arte, d’amore. Lì, in quel crocevia di energie intellettuali, Nugent vide delinearsi il senso di una comunità nera moderna e plurale. Ma soprattutto trovò conferma del fatto che la sessualità, il desiderio, la bellezza potevano e dovevano far parte della narrazione nera. Per lui non vi era cultura nera senza erotismo, non vi era affermazione di sé senza affermazione del corpo.
La vera fioritura artistica avvenne ad Harlem, quando si trasferì a vivere con Wallace Thurman. Era il 1926. I due condivisero un appartamento, ma anche ideali, estetiche, sogni, e, secondo molti, anche l’intimità. Thurman dirigeva la rivista Fire!!, effimero quanto esplosivo esperimento editoriale che intendeva scardinare le convenzioni morali e stilistiche dell’intellighenzia nera. Su quelle pagine, Nugent pubblicò Smoke, Lilies and Jade, un racconto visionario scritto in flusso di coscienza. Raccontava, senza censura, il desiderio omoerotico, la passione per un giovane di nome Beauty, l’indecisione di Alex, protagonista e alter ego dell’autore, tra l’amore per un uomo e la relazione con una donna. Non c’era giudizio, solo splendore, languore e una dolce inquietudine.
Quell’opera lo consacrò come il primo scrittore afroamericano a trattare esplicitamente la tematica omosessuale in termini positivi. Fu uno scandalo, ovviamente. Molti lo ignorarono, altri lo condannarono. Ma per una minoranza silenziosa, fu come un grido d’emancipazione. Nugent non era un attivista nel senso moderno del termine, ma la sua esistenza, la sua arte, il suo essere out nel pieno della segregazione razziale e del puritanesimo morale, erano di per sé un gesto politico.
Accanto alla scrittura, Nugent sviluppò una sensibilità visiva intensa. Disegnava, dipingeva, illustrava. I suoi lavori, spesso pieni di corpi allungati, linee sinuose, atmosfere simboliste, evocavano un universo onirico, decadente, sensuale. Alcuni dei suoi disegni apparvero su Fire!!, altri furono esposti nella mostra del 1931 organizzata dalla Harmon Foundation, un raro spazio dedicato agli artisti afroamericani. La critica non seppe come incasellarlo: troppo libero per essere etichettato come "realista sociale", troppo nero per essere accettato nei circuiti dell’arte bianca, troppo queer per ogni altro contenitore.
Negli anni Trenta e Quaranta, Nugent partecipò a diverse compagnie teatrali e di danza. Apparve in Run, Little Chillun’, si unì a una produzione itinerante di Porgy, e danzò persino in drag con la compagnia della New Negro Art Theatre Dance Troupe. Collaborò con il Federal Writers Project, insieme a nomi come Claude McKay e Ralph Ellison, scrivendo schizzi biografici. Ma la sua vita artistica non fu mai lineare: Nugent si muoveva tra poesia e pittura, danza e narrativa, non tanto per ambizione, quanto per fame di espressione. La sua arte era necessità, non mestiere.
Nel 1945 pubblicò la sua unica raccolta personale, Beyond Where the Stars Stood Still, un piccolo libro autoprodotto da Warren Marr II. Sette anni dopo sposò la sorella di Marr, Grace. Un matrimonio mai consumato, segnato da affetto e tensioni irrisolte. Grace era innamorata di lui, sperava forse di salvarlo dalla sua omosessualità. Lui, pur non amando le donne, accettò forse per rispetto, per necessità, o per sfuggire alla solitudine. Il loro legame, tanto silenzioso quanto tragico, si concluse con il suicidio di Grace nel 1969. Nugent non si risposò mai.
Negli anni successivi, Nugent visse una vita relativamente appartata, pur partecipando a iniziative culturali e scrivendo sporadicamente. Negli anni Settanta e Ottanta, con il riemergere della critica afroamericana radicale e queer, il suo nome tornò a circolare. Divenne oggetto di studi, interviste, retrospettive. Thomas Wirth raccolse i suoi scritti nel volume Gay Rebel of the Harlem Renaissance, contribuendo in modo decisivo alla sua riscoperta. Ma fu solo con il film Brother to Brother (2004), di Rodney Evans, che Nugent venne restituito al grande pubblico come figura chiave della cultura afroamericana queer. Nel film, interpretato da Roger Robinson, è un anziano senzatetto che stringe un’amicizia salvifica con un giovane artista nero e gay. Attraverso il dialogo intergenerazionale, si mostra come l’omofobia e il razzismo non siano fenomeni del passato, ma strutture persistenti.
Richard Bruce Nugent morì nel 1987, in una città che faticava ancora a riconoscere il valore del suo contributo. La sua esistenza rimane, tuttavia, un punto di riferimento essenziale per comprendere quanto l’immaginario nero e queer non siano elementi separabili, ma dimensioni che si fecondano a vicenda. Nugent non cercò mai di "integrare" il suo desiderio in una narrazione accettabile: lo fece esplodere, lo rese arte.
Nel tempo della Harlem Renaissance, molti intellettuali e artisti omosessuali vissero nell’ombra, scegliendo la rispettabilità come via per il successo. Nugent fece l’opposto. Disse la verità. Scrisse la verità. Dipinse la verità. E la sua verità era che l’amore tra uomini neri era possibile, poetico, desiderabile. Non un vizio, ma una via di conoscenza.
Ma la portata dell’opera di Nugent non si esaurisce nel suo valore pionieristico. È nella qualità visionaria del suo immaginario che si rivela la vera ricchezza: i suoi personaggi non abitano semplicemente Harlem, bensì una Harlem trasfigurata, un altrove psichico e sensuale dove i confini fra il corpo e l’aura, fra l’identità e il desiderio, si fanno liquidi, intermittenti, porosi. È questa sua Harlem onirica che precede – e prefigura – le estetiche afro-surrealiste e afrofuturiste che emergeranno decenni più tardi, da Sun Ra a Octavia Butler, da Rammellzee a Janelle Monáe.
Come se il suo sguardo, fin da subito, avesse intuito che per un artista nero e queer non bastava rappresentare il mondo: bisognava crearne uno nuovo, radicalmente altro, dove le leggi del tempo, del genere, della razza potessero essere riscritte come poesia.
Eppure, Nugent fu anche testimone lucido del fallimento. Non tanto del proprio – ché lui non si pensava affatto fallito – ma di un sogno collettivo. Quando la Harlem Renaissance cominciò a sfaldarsi sotto il peso delle delusioni economiche, della repressione morale e dell’incipiente Grande Depressione, molti dei suoi protagonisti scomparvero, si spostarono, si adattarono. Nugent no. Rimase. Rifiutò le narrazioni del progresso, i compromessi con la morale pubblica, l’addomesticamento delle emozioni. Rimase come un testimone scomodo, quasi un’ombra.
Fu questa sua ostinata fedeltà a una visione che lo isolò e, insieme, lo consacrò. Se Langston Hughes cercò, in parte, di parlare a un pubblico nero ampio, se Zora Neale Hurston volle riabilitare il folclore, Nugent rimase concentrato su una verità più intima, quasi segreta: quella del desiderio come forza creativa e sovversiva, quella del corpo come mappa vivente di una storia rifiutata.
Oggi, la sua figura non è più marginale. Negli archivi queer, nelle università afroamericane, nei percorsi di decolonizzazione della critica, Nugent è diventato centrale. I suoi disegni vengono ristampati, le sue lettere studiate, le sue parole citate. Ma c’è qualcosa che continua a sfuggire a ogni classificazione. Qualcosa di indocile, di magico, che vibra tra le sue linee e nei suoi silenzi.
È forse questo il dono più profondo che ci ha lasciato: non solo un corpus di opere, ma una postura. Quella di chi sceglie l’onestà della propria differenza invece del conforto dell’omologazione. Quella di chi danza, scrive, disegna e sogna per amore – e non per strategia.
Un ribelle, sì. Ma un ribelle della tenerezza. Un guerriero delle zone d’ombra. Un poeta che ha saputo fare del desiderio una lingua, e della lingua una casa.
Tra le testimonianze più toccanti della sua interiorità troviamo anche le sue lettere e gli scritti privati, molti dei quali sono andati dispersi o rimangono in archivi poco accessibili. Quelle sopravvissute raccontano un uomo di straordinaria dolcezza, incline all'autoironia, capace di riflettere con lucidità sull'ingiustizia, ma anche di cogliere la bellezza dell'istante con lo stupore di un poeta. Nelle missive indirizzate ad amici artisti o a giovani amanti, emerge un tono affettuoso, mai tragico, nemmeno quando racconta la solitudine o il rifiuto. Per Nugent, l'amore era sempre un dono, mai una colpa.
Queste lettere diventano documenti fondamentali per comprendere la sua filosofia estetica e affettiva. In una di esse, indirizzata probabilmente a Langston Hughes, scrive: "La mia arte non ha bisogno di trovare un posto nel mondo. Preferisco creare uno spazio che il mondo non ha ancora immaginato." Una frase che può essere letta come manifesto implicito dell'intera poetica queer nera novecentesca. In quella frase vi è la consapevolezza che la marginalità può essere anche un luogo di potere, di visione, di creazione.
Se si volesse tracciare una linea ideale tra Nugent e gli artisti visivi queer degli ultimi decenni, si potrebbe citare l'influenza implicita su figure come Glenn Ligon, Kehinde Wiley, Rotimi Fani-Kayode, ma anche su performer come Vaginal Davis o collectives come House of Ladosha. In tutte queste esperienze si ritrova quel gesto iniziale di Nugent: il desiderio non solo di rappresentarsi, ma di reinventare il mondo partendo dal proprio corpo, dalla propria visione. In molte di queste opere, l'estetica è barocca, trasgressiva, intrisa di erotismo e spiritualità, come lo erano le illustrazioni che Bruce tracciava con mano tremolante e cuore saldo.
La sua eredità è dunque duplice: è memoria e orizzonte. Da un lato, ci restituisce la voce di chi fu ridotto al silenzio; dall'altro, continua a parlare a chi oggi cerca nuove forme di espressione, di identità, di amore. In un tempo in cui il rischio è di archiviare ogni differenza sotto l'etichetta rassicurante dell'inclusione, Nugent ci ricorda che essere inclusi non è sempre il fine. A volte, il fine è cambiare i criteri stessi dell'appartenenza.
Nel gesto lieve con cui tracciava le sopracciglia dei suoi personaggi, nel battito spezzato delle sue frasi, nel silenzio pieno dei suoi sguardi dipinti, c'è ancora oggi una resistenza sottile ma incrollabile. Chi legge, chi guarda, chi ascolta Bruce Nugent, ascolta una voce che attraversa il secolo come una domanda aperta. E forse, proprio lì, dove nessuno aveva pensato di cercare, risuona la vera promessa dell'arte: la capacità di salvare, almeno per un istante, tutto ciò che sembrava perduto.
Oggi più che mai, tornare a Richard Bruce Nugent significa ricordare che ogni rivoluzione che voglia dirsi tale deve passare dal corpo. E che il corpo, per chi ha vissuto ai margini, è sempre già un’opera d’arte.
Tra le molte genealogie queer e nere che si cercano nel passato per costruire un futuro più libero, Richard Bruce Nugent è una figura-faro. Non perché fosse perfetto, ma perché fu autentico. Non perché fu celebre, ma perché fu necessario.
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