martedì 26 maggio 2026
Quando il dissenso diventa reato: la costruzione politica e mediatica del nemico interno
Nelle società contemporanee, il linguaggio smette di descrivere la realtà e comincia a costruirla. Non è un passaggio improvviso, né dichiarato apertamente. Avviene lentamente, quasi impercettibilmente, attraverso la sedimentazione di parole ripetute ogni giorno, attraverso titoli di giornale, talk show, slogan elettorali, dichiarazioni istituzionali, immagini televisive, post condivisi milioni di volte. È in quel momento che una figura storicamente associata alla difesa dei diritti — l’attivista, il manifestante, il dissidente, il sindacalista, il volontario, il giornalista indipendente, il militante politico — può trasformarsi, agli occhi dell’opinione pubblica, in un soggetto ambiguo, pericoloso, sospetto. Ed è così che il difensore dei diritti viene progressivamente assimilato alla figura del delinquente.
Non si tratta soltanto di una distorsione percettiva. Si tratta di una precisa dinamica politica e comunicativa che attraversa l’intero Occidente contemporaneo e che si è intensificata enormemente negli ultimi vent’anni. Una dinamica che non riguarda esclusivamente i regimi autoritari o le democrazie fragili, ma anche quelle società che continuano formalmente a definirsi liberali, pluraliste, democratiche. Perché la criminalizzazione del dissenso non avviene necessariamente attraverso la censura esplicita o la repressione brutale. Spesso prende forma in maniera molto più sofisticata: attraverso la delegittimazione morale, la costruzione narrativa del nemico interno, la riduzione del conflitto sociale a problema di ordine pubblico.
Ogni potere ha bisogno di una figura destabilizzante da indicare al corpo sociale. È una necessità quasi antropologica della politica contemporanea. Quando l’economia produce precarietà, quando il tessuto sociale si sfalda, quando le istituzioni perdono credibilità, quando la rappresentanza politica si svuota, diventa necessario individuare un elemento perturbatore su cui convogliare ansie, paure e frustrazioni collettive. Un tempo questa funzione veniva svolta prevalentemente dal nemico esterno: lo straniero, il blocco ideologico opposto, la minaccia militare. Oggi, invece, il nemico è spesso interno. È il cittadino che protesta. È chi occupa una piazza. È chi blocca una strada. È chi denuncia le violenze sistemiche. È chi mette in discussione la neutralità delle istituzioni.
La trasformazione dell’attivista in delinquente non avviene in un solo gesto. È il risultato di una progressiva sovrapposizione semantica. Le parole assumono un ruolo decisivo. Un corteo non è più un corteo: diventa “emergenza sicurezza”. Una protesta sindacale viene raccontata come “caos”. Una mobilitazione climatica diventa “fanatismo ideologico”. Chi documenta abusi di potere viene definito “sobillatore”. Chi difende i migranti è accusato di favorire l’illegalità. Chi denuncia il razzismo viene dipinto come divisivo. Chi parla di genocidio viene accusato di estremismo. Tutto avviene attraverso slittamenti linguistici minimi ma continui.
È proprio la continuità a rendere efficace questo processo. La propaganda contemporanea non ha quasi più bisogno della menzogna totale. Non necessita di costruire realtà alternative perfettamente coerenti. Le basta insinuare un’associazione emotiva costante tra dissenso e pericolo. È una strategia molto più sottile rispetto ai modelli novecenteschi della propaganda classica. Non si dice apertamente che l’attivista sia un criminale; si crea però un ecosistema comunicativo in cui quella conclusione appare spontanea.
Il populume — inteso non come popolo reale, ma come massa emotivamente orientata da meccanismi mediatici e politici — reagisce soprattutto attraverso immagini semplici e immediate. La complessità non funziona nel regime della comunicazione istantanea. Funzionano invece gli archetipi. E l’attivista contemporaneo viene spesso ridotto a un archetipo negativo: disturbatore, estremista, moralista, privilegiato, parassita sociale, professionista della protesta.
La televisione ha avuto un ruolo enorme in questa trasformazione. Per anni i talk show hanno ridotto questioni strutturali enormi — precarietà, diritti civili, crisi climatica, razzismo istituzionale, sfruttamento del lavoro — a spettacolo conflittuale. L’attivista non veniva invitato per spiegare un problema, ma per incarnare una caricatura facilmente attaccabile. Doveva essere il volto dell’eccesso. Il soggetto da interrompere, da provocare, da ridicolizzare. La televisione generalista ha progressivamente trasformato il conflitto politico in intrattenimento aggressivo.
A questo si è aggiunto il linguaggio emergenziale della politica contemporanea. Negli ultimi decenni tutto è stato definito emergenza: immigrazione, sicurezza urbana, occupazioni, manifestazioni studentesche, proteste ecologiste. L’emergenza produce consenso perché semplifica la realtà. Quando esiste un’emergenza, non c’è tempo per discutere le cause profonde. Conta soltanto neutralizzare il problema. E chi incarna quel problema smette immediatamente di essere percepito come interlocutore politico.
In questo senso, la figura dell’attivista diventa incompatibile con la narrazione dell’ordine. Ogni richiesta di trasformazione sociale mette inevitabilmente in crisi l’idea di stabilità. Per questo i movimenti vengono spesso rappresentati come minacce all’equilibrio collettivo. La protesta non viene più interpretata come sintomo di una frattura democratica, ma come malfunzionamento dell’ordine pubblico.
Il linguaggio della sicurezza è stato probabilmente uno degli strumenti più potenti di questa mutazione. La sicurezza, infatti, è una parola quasi inattaccabile. Nessuno può dichiararsi contro la sicurezza. Ma proprio per questo essa diventa una categoria estremamente manipolabile. Attraverso il concetto di sicurezza si possono giustificare restrizioni progressive delle libertà civili, sorveglianza, repressione preventiva, militarizzazione dello spazio pubblico.
Quando una protesta viene raccontata esclusivamente attraverso il prisma della sicurezza, il contenuto politico sparisce. Restano soltanto le immagini del disordine. Le telecamere insistono sul cassonetto incendiato, sulla vetrina rotta, sulla tensione con la polizia. Mai sui motivi profondi della mobilitazione. Mai sulla violenza sistemica che ha generato quella rabbia. L’atto simbolico della protesta viene isolato dal contesto e trasformato in prova della pericolosità intrinseca del movimento.
La comunicazione digitale ha radicalizzato ulteriormente questa dinamica. I social network premiano la polarizzazione emotiva, l’indignazione immediata, la semplificazione estrema. Gli algoritmi favoriscono contenuti capaci di suscitare reazioni violente e istantanee. In questo ecosistema, la figura dell’attivista viene continuamente sottoposta a processi di ridicolizzazione pubblica.
Ogni errore individuale viene amplificato fino a rappresentare l’intero movimento. Ogni slogan mal formulato diventa prova definitiva dell’inconsistenza politica della protesta. Ogni azione radicale viene estrapolata dal contesto e trasformata in spettacolo virale. L’attivismo contemporaneo vive dentro una gigantesca macchina di decontestualizzazione.
Esiste poi un elemento profondamente classista nella percezione pubblica dell’attivismo. Storicamente, le classi dominanti hanno sempre cercato di trasformare il conflitto sociale in devianza individuale. Il povero non è sfruttato: è fannullone. Il disoccupato non è vittima di un sistema economico: è improduttivo. Il migrante non fugge da guerre e miseria: è clandestino. L’attivista non denuncia ingiustizie: crea problemi.
In questo meccanismo, la criminalizzazione svolge una funzione disciplinare fondamentale. Serve a trasmettere un messaggio implicito al resto della società: chi rompe il patto della passività verrà isolato, ridicolizzato, punito. Il vero obiettivo non è soltanto reprimere i movimenti esistenti, ma scoraggiare la partecipazione futura.
È significativo osservare come molte figure storicamente celebrate siano state, nel proprio tempo, considerate pericolose o sovversive. I movimenti operai venivano descritti come organizzazioni criminali. Gli attivisti per i diritti civili erano accusati di destabilizzare la società. Gli studenti del Sessantotto erano definiti teppisti. I sindacalisti venivano trattati come nemici dell’economia nazionale. Le femministe erano rappresentate come isteriche o distruttrici della famiglia.
La memoria storica opera spesso una gigantesca operazione di sterilizzazione. Le lotte del passato vengono celebrate soltanto dopo essere state private della loro radicalità originaria. Si commemorano i diritti conquistati, ma si dimentica la violenza simbolica e materiale esercitata contro chi li rivendicava.
Questo produce un paradosso straordinario: le società contemporanee celebrano il dissenso storico mentre reprimono quello presente. Si applaude il coraggio delle generazioni passate purché non metta in discussione il presente.
Un altro elemento decisivo riguarda la spettacolarizzazione permanente dell’informazione. L’attivismo funziona male dentro il linguaggio mediatico contemporaneo perché richiede tempo, contesto, complessità. La logica televisiva e digitale, invece, privilegia la velocità, la semplificazione, il conflitto immediatamente leggibile.
Un corteo di migliaia di persone che rivendica diritti sociali è mediaticamente meno redditizio di un singolo momento di tensione. Una lunga analisi sulle cause della precarietà genera meno attenzione di un video di pochi secondi con uno scontro di piazza. La comunicazione contemporanea è strutturalmente orientata verso l’evento traumatico.
Anche la politica istituzionale ha progressivamente abbandonato il linguaggio della rappresentanza collettiva per adottare quello della gestione securitaria. I partiti, sempre più svuotati ideologicamente, tendono a costruire consenso attraverso narrazioni identitarie e semplificate. In assenza di grandi progetti sociali, il controllo dell’ordine pubblico diventa una delle poche dimensioni attraverso cui esibire autorità.
La repressione simbolica del dissenso produce consenso perché offre l’illusione di uno Stato forte. Mostrare fermezza contro gli attivisti diventa una forma di comunicazione politica. Non importa quanto marginali siano realmente quei movimenti. Conta il valore spettacolare della repressione.
In questo scenario, la figura del poliziotto viene spesso contrapposta artificialmente a quella dell’attivista. È una dicotomia costruita mediaticamente: da una parte l’ordine, dall’altra il caos. Ma questa rappresentazione nasconde il fatto che molte proteste nascono proprio dall’assenza di tutela sociale, economica e istituzionale.
L’ossessione per il decoro urbano ha contribuito enormemente a questa mutazione culturale. Le città contemporanee vengono progettate sempre più come spazi di consumo e sorveglianza. Tutto ciò che interrompe la fluidità commerciale dello spazio pubblico viene percepito come minaccia. Una manifestazione non è soltanto un evento politico: è un’interruzione del traffico, del turismo, della normalità commerciale.
Il cittadino-consumatore contemporaneo viene educato a percepire il conflitto come fastidio. Non importa la causa della protesta; importa il disagio immediato che produce. È il trionfo della depoliticizzazione.
In questo senso, la criminalizzazione degli attivisti coincide con la progressiva trasformazione della cittadinanza in utenza. Il cittadino democratico accetta il conflitto come parte inevitabile della vita pubblica. L’utente-consumatore pretende invece un ambiente ordinato, rapido, funzionale, privo di attriti.
Anche il lessico giuridico ha subito trasformazioni significative. Sempre più spesso si introducono norme che ampliano il concetto di minaccia preventiva. La protesta viene gestita non come espressione politica ma come rischio da neutralizzare prima ancora che si manifesti pienamente.
Questa logica preventiva è profondamente legata alla cultura della paura. Le società contemporanee vivono in uno stato di allarme permanente: terrorismo, crisi economiche, pandemie, immigrazione, instabilità geopolitica, insicurezza urbana. In un clima simile, qualsiasi forma di conflitto visibile può essere facilmente reinterpretata come elemento destabilizzante.
La paura è probabilmente il più potente strumento di governo del presente. Un corpo sociale impaurito accetta limitazioni che, in condizioni normali, rifiuterebbe. E l’attivista, proprio perché introduce conflitto e visibilità critica, viene percepito come figura ansiogena.
Esiste poi una dinamica psicologica più profonda. Molti individui sviluppano una forma di ostilità verso chi rende visibili le contraddizioni della società. L’attivista obbliga il corpo sociale a confrontarsi con problemi rimossi: sfruttamento, disuguaglianze, razzismo, violenza istituzionale, devastazione ambientale. Ma ciò che rompe la rimozione genera spesso irritazione.
Per questo motivo molti movimenti vengono accusati di essere “esagerati”, “moralisti”, “fanatici”. Non perché le questioni che pongono siano false, ma perché disturbano l’equilibrio psicologico collettivo.
La cultura neoliberale ha inoltre prodotto una radicale individualizzazione della responsabilità sociale. Ogni problema viene reinterpretato come fallimento individuale. In una società costruita attorno alla competizione permanente, l’idea stessa di lotta collettiva appare sospetta.
L’attivista rappresenta infatti una figura incompatibile con l’immaginario neoliberale. Egli rifiuta implicitamente l’idea che la società sia soltanto somma di interessi privati. Introduce concetti come solidarietà, diritti collettivi, responsabilità sistemica. Per questo viene spesso dipinto come nostalgico, radicale, antistorico.
Uno dei fenomeni più inquietanti riguarda la trasformazione dell’ironia in strumento di delegittimazione politica. Molti movimenti contemporanei non vengono nemmeno più contrastati attraverso il dibattito ideologico. Vengono ridicolizzati. Meme, battute, montaggi video, caricature social sostituiscono il confronto politico.
La ridicolizzazione è estremamente efficace perché svuota il conflitto della sua dignità simbolica. Un attivista ridicolizzato non appare più come interlocutore politico ma come figura grottesca.
Questa dinamica colpisce soprattutto i movimenti giovanili. I giovani attivisti vengono spesso rappresentati come ingenui, manipolati, emotivi, incapaci di comprendere la complessità del mondo reale. È una forma di paternalismo politico che serve a neutralizzare preventivamente il dissenso.
Anche il rapporto tra informazione e proprietà economica ha un peso enorme. Gran parte dei sistemi mediatici contemporanei appartiene a gruppi economici fortemente intrecciati con gli interessi politici e finanziari dominanti. È quindi inevitabile che molte forme di protesta vengano rappresentate come minacce alla stabilità economica.
Quando uno sciopero blocca la produzione, quando una protesta climatica mette in discussione modelli industriali consolidati, quando un movimento sociale denuncia le disuguaglianze prodotte dal capitalismo contemporaneo, il conflitto non è soltanto simbolico. Tocca interessi materiali enormi.
La criminalizzazione del dissenso serve allora anche a proteggere assetti economici esistenti. Non è soltanto una questione culturale o comunicativa; è una questione di potere.
Esiste poi una contraddizione particolarmente evidente nel modo in cui le società contemporanee percepiscono la legalità. La legalità viene spesso trattata come valore assoluto e astratto, scollegato dal problema della giustizia.
Ma gran parte delle conquiste democratiche della storia è nata attraverso pratiche inizialmente considerate illegali o sovversive. Scioperi, occupazioni, disobbedienza civile, boicottaggi: strumenti oggi celebrati come fondamentali per l’avanzamento dei diritti furono spesso repressi duramente nel momento in cui avvenivano.
La retorica legalitaria contemporanea tende invece a cancellare questa complessità storica. Tutto ciò che interrompe temporaneamente l’ordine vigente viene automaticamente percepito come illegittimo.
È interessante osservare come la stessa opinione pubblica possa cambiare radicalmente atteggiamento a seconda del frame narrativo utilizzato dai media. Una protesta raccontata come “difesa dei diritti” suscita empatia; la stessa protesta descritta come “disordine urbano” genera ostilità.
Questo dimostra quanto la percezione collettiva sia modellabile attraverso il linguaggio.
Le piattaforme digitali hanno ulteriormente accelerato la logica della polarizzazione. Gli algoritmi privilegiano contenuti estremi perché generano interazione. In questo ambiente, la figura dell’attivista moderato tende quasi a sparire. Sopravvivono soprattutto le immagini più conflittuali, le dichiarazioni più aggressive, gli episodi più spettacolari.
Si crea così una rappresentazione deformata dell’intero universo dei movimenti sociali.
La criminalizzazione mediatica produce anche effetti concreti sulla vita delle persone. Molti attivisti subiscono campagne diffamatorie, sorveglianza, isolamento sociale, precarizzazione lavorativa. In alcuni casi vengono trasformati in bersagli permanenti dell’odio pubblico.
La violenza simbolica precede spesso quella materiale. Prima si delegittima moralmente una categoria, poi si rende socialmente accettabile colpirla.
Uno degli aspetti più drammatici di questo processo è la normalizzazione progressiva dell’indifferenza. Quando gli attivisti vengono percepiti come soggetti devianti o disturbatori, la società smette gradualmente di interrogarsi sulle cause che li hanno spinti alla mobilitazione.
Il problema non è più l’ingiustizia denunciata, ma la protesta stessa.
In questo slittamento si consuma una delle grandi crisi della democrazia contemporanea. Una democrazia incapace di tollerare il conflitto sociale finisce inevitabilmente per svuotarsi. Perché il dissenso non è una patologia della democrazia: ne è una componente essenziale.
Una società realmente democratica non teme gli attivisti. Teme semmai le condizioni che rendono necessaria l’esistenza dei movimenti di protesta.
Ma la cultura politica contemporanea sembra aver progressivamente invertito questa prospettiva. Si preferisce reprimere il sintomo piuttosto che affrontare le cause.
Anche il concetto stesso di moderazione è stato progressivamente deformato. Oggi viene spesso considerato “moderato” chi accetta passivamente l’ordine esistente, indipendentemente dalla violenza sociale che quell’ordine produce. Al contrario, chi denuncia apertamente ingiustizie sistemiche viene facilmente percepito come radicale.
È un rovesciamento semantico profondissimo.
In molte società occidentali si è affermata l’idea che il conflitto sia di per sé negativo. Ma ogni avanzamento democratico nasce inevitabilmente dal conflitto. I diritti non vengono concessi spontaneamente dal potere; vengono conquistati attraverso tensioni sociali, pressioni collettive, mobilitazioni.
La criminalizzazione degli attivisti serve allora anche a cancellare la memoria conflittuale della democrazia.
Nel frattempo, il populume continua a oscillare tra paura e spettacolo. La protesta viene consumata mediaticamente come intrattenimento. Le immagini degli scontri scorrono accanto alla pubblicità, ai reality show, alle notizie sportive. Tutto viene assorbito nello stesso flusso emotivo.
La velocità della comunicazione impedisce qualsiasi elaborazione profonda. Ogni indignazione dura poche ore prima di essere sostituita da un nuovo evento.
In questo contesto, l’attivista appare come una figura anacronistica: qualcuno che insiste ostinatamente sulla necessità di rallentare, comprendere, analizzare, contestare.
Eppure proprio questa ostinazione rappresenta una delle ultime forme di resistenza alla
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